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Parole Parole Parole

Parole parole parole, soltanto parole…

Così potremmo riassumere la giornata.

Un’ennesima occasione mancata o qualcosa di nuovo sotto il sole?

Partiamo con ordine. Partiamo dalle parole e dai fatti che ne sono seguiti.

Alle 13.45 viene pubblicata la decisione della BCE di non modificare i tassi, alle 14.30 parla Draghi… Ed i mercati non la prendono molto bene, per usare un eufemismo.

Perché tutto ciò? Cosa ha detto e cosa NON ha detto quel Mario? Cosa si aspettava il mercato?

Come ho detto, partiamo dalle parole. Draghi ha rinnovato la minaccia. L’Euro è irreversibile e la BCE farà whatever it takes. “Farà”… “whatever”… verbi al futuro, termini generici… Tutto ciò non piace agli operatori del mercato che, senza pensarci neppure troppo su, vendono e vendono e ancora vendono tonnellate di asset denominati in Euro. Da lì il crollo. Crollano le borse e crolla la moneta (e questo forse per l’asfittica economia italiana proprio male non è, ma questa è un’altra parte della storia).

Ora, lungi da me un’analisi filologica o un’interpretazione oracolare delle parole del Governatore, ma è un fatto che abbiamo assistito al più classico caso di sell on news, perché in effetti la news, la notizia, è una non-notizia. Quanto ci ha detto oggi Draghi già lo sapevamo, o forse no? Certo, sapevamo che nel board della BCE è maggioritaria ormai la voce (ed il voto) di coloro che intendono intervenire, sappiamo che solo la Bundesbank non vuole riattivare gli strumenti non convenzionali atti al raffreddamento degli spread, quel che però non sapevamo è che Draghi lasciasse campo libero agli assalti della speculazione estiva che, com’è noto, ha ampi margini di manovra quando c’è volatilità e bassi volumi, come accade generalmente in agosto.

Perché allora tutto ciò? Perché prestare il fianco ad una sempre più probabile fuga di capitali dalla Vecchia Europa? Ecco, io credo che Draghi abbia voluto dare un segnale forte alla politica europea. Solo a Bruxelles si possono decidere le sorti del continente. Solo a Bruxelles è possibile emendare lo statuto del nascente meccanismo europeo di stabilità (ESM), in modo che questo soggetto possa, con un’eventuale licenza bancaria, intervenire attivamente sui mercati secondari e finanziarsi presso la BCE, come fanno le normali banche. Solo una cessione di sovranità a Bruxelles potrà scongiurare il ripetersi di scelte di politica economica scelerate come quelle che abbiamo visto in Grecia, in Spagna e perché no in Italia.

Insomma, valutare le parole parole parole (soltanto parole…) di Draghi di oggi, non è facile, ma voglio essere ottimista. Voglio pensare che non tutto il male venga per nuocere e che, anzi, Draghi volesse proprio sfruttare un’accelerazione netta e cattiva al ribasso dei mercati per far capire ai politici che il cerino in mano ce l’hanno pur sempre loro.

Sarà davvero così? Non lo so, ma non vedo perché non sperarci, in fondo, non ci sono alternative… Se non le funi del cielo…

Europa. Periferia del mondo che conta?

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Come anticipato sabato, le elezioni greche sono andate secondo copione. Qualche difficoltà in più c’è stata alla riapertura dei mercati di lunedì, ma con i rialzi di ieri e di oggi, possiamo dire che un rimbalzino c’è stato. Ora, senza scendere nei dettagli, vi basti sapere che siamo comunque ben lungi dall’aver invertito il trend. La debolezza di Wally, sulla scorta delle parole di Bernanke, ed il muro a 13800 punti sul nostro listino, non danno molte speranze. Non è però di questo che voglio parlare.

Voglio soffermarmi sulla foto di cui sopra. Dopo averla vista e dopo aver letto i resoconti di un G20 più sotto tono del solito, mi è sorta una domanda. Dove sono i nostri leader? Dov’è l’Europa?

La risposta è tanto semplice quanto cruda. L’Europa è esattamente dove si vede in foto. E dove? E com’è messa?

Frammentata, ma soprattutto “alla periferia del mondo che conta”. Sarà un caso, forse, ma come potete vedere non ci sono leader europei in prima fila, alcuni addirittura non si vedono. Ripeto, sarà un caso, ma considerando quanto la politica mondiale “ci tenga alla forma”, il fatto che i nostri rappresentanti non siano uniti e non siano in alcun modo in primo piano, un po’ fa riflettere. Voi non pensate?

In effetti, Obama che disdice l’incontro con i vertici Ue, i BRICS che fanno la voce grossa, la Merkel che continua imperterrita nella sua campagna pro-rigore, Hollande che dice che gli Eurobond sono una cosa di là da venire, e infine il portavoce di Rehn che bolla come semplice palliativo la proposta di Monti di comprare i bond dei periferici tramite l’EFSF-ESM, sono tutti segnali di un’incapacità decisionale che si è fatta cronica e che colpisce, manco a dirlo, chi in questo momento avrebbe bisogno di una mano forte, cioè noi europei, tutti.

Se ormai l’Europa è relegata in un angolino di mondo, dunque, come possiamo tornare alla ribalta?
Ci vuole realpolitik e coraggio, ci vogliono interventi rapidi, in primis la tutela dei depositi a livello Ue ed una disciplina fiscale comune che non sia un mero fiscal compact quanto piuttosto un più ampio e complesso growth compact, ma soprattutto ci vuole una guida politica che batta il ritmo e imponga a tutti di remare dalla stessa parte. Siamo pronti ad accettare tutto questo? Se lo siamo, allora abbiamo già intrapreso la strada giusta per tornare ad essere parte integrante del nuovo scenario mondiale, se non lo siamo, allora lasciamo ogni speranza e velleità, che è meglio.

La solita sporca domenica

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Non scrivo da qualche giorno.
Fortunatamente le ferie sono arrivate e con queste del sano tempo libero per riflettere e mettere insieme le idee dopo giorni frenetici.
Di cosa parliamo?
Carne al fuoco ce n’è tanta, ma ormai tutti aspettano quel che succederà domani in Grecia.
Già, ma cosa succederà?
Mi sbilancio. Non succederà granché, ma il solo fatto che ci sia la possibilità che qualcosa accada, genera aspettative enormi.
Forse mi sto contraddicendo. Forse l’aria della bellissima isola dell’arcipelago toscano dove mi trovo mi fa perdere il senno. Forse.
Come minimo i miei pur pochi lettori si meritano qualche parola più assennata.
Ho l’impressione che domani la Grecia voti per la permanenza nell’euro. I greci voteranno contro la dracma, ma soprattutto si prostreranno alle richieste dell’Ue che DEVE dare l’impressione di essere in grado di spegnere l’incendio.
Lunedì poi i mercati festeggeranno, gli spread dei periferici si ridurranno e tutti saremo felici e contenti. Ma… Come direbbe il Trap: “Non dire gatto…”
Insomma, sarà vera gloria?
Non lo credo affatto. I problemi di fondo restano e checché ne dica il nostro caro Monti, l’impatto psicologico non basterà da solo a far cambiar rotta ad un’Europa che ormai assomiglia molto alla Costa Concordia… Sì, ora avete anche capito dove sono in ferie…

Non dico altro, per ora. Aspettiamo gli eventi e facciamo i conti.

Stati Uniti o Divisi… d’Europa?

La domanda è dirimente.

La situazione di stallo che ci stiamo portando dietro da mesi non può durare in eterno. Ci sarà necessariamente un momento di rottura e saremo di fronte ad un bivio. Non ci sono soluzioni alternative, non ci sono terze vie, non c’è una soluzione più semplice di un’altra e ciascuna soluzione comporta costi, rischi e difficoltà. Ripeto, una sola cosa è certa però: o si va da una parte o si va dall’altra.

Non so se sia corretto parlare di europeismo, parola che sa tanto di ideologia, ma mi sembra corretto dire, fin da subito che sono europeista.

Ora, cerchiamo di capirci qualcosa, cerchiamo di argomentare le due strade, che corrispondono a due posizioni così che ciascuno faccia le proprie valutazioni.

Partiamo dall’analisi dello status quo. L’Europa è una babele. Tante lingue quante sono le bandiere degli stati nazionali. Realtà sociali e produttive diverse in ogni stato nazionale e di conseguenza ciascuno con una bilancia dei pagamenti estremamente variegata. Non esistono barriere doganali e si ha una moneta unica, l’Euro ed una banca centrale sovranazionale. Questa situazione, evidentemente, è fragile, estremamente fragile. La crisi del debito sovrano emersa negli ultimi anni ne è la prova: non può sopravvivere un soggetto economico con al suo interno “il diavolo e l’acqua santa”, una bilancia dei pagamenti “virtuale” che è data dalla sommatoria delle bilance statali, che è denominata in euro, ma che presenta al suo interno debiti e crediti la cui sovranità, ahimé, è nazionale (appartenente ai singoli stati).

Prima o poi il modello implode… E ci siamo molto vicini.

Dunque ci sono due strade, o facciamo un grande stato a livello continentale con un governo, un parlamento, un sistema produttivo, un mercato del lavoro, ecc. oppure facciamo a meno dell’Euro, e dell’Europa, e ciascuno va da sé.

Vediamo.

La prima soluzione, che io auspico, lo dico e lo ripeto, comporta che ciascuno stato sovrano rinunci a buona parte se non a tutta la propria sovranità, si facciano elezioni europee, si uniscano tutte le realtà nazionali.

Qui si aprono due ordini di problemi. Il primo, e più difficile da risolvere, è la questione meramente politica. Siamo disposti in Italia, in Germania, in Finlandia, ecc. a “parlare (politicamente) la stessa lingua”? Siamo disposti a mettere da parte il patriottismo nazionale, a favore dell’internazionalismo (parola che sa tanto di socialismo ottocentesco e ammesso che sia giusto definirlo così). A questo problema non c’è risposta. Si possono fare tutti i sondaggi del mondo, ma una risposta a questa domanda potrebbe venire solo dalle urne. Solo i cittadini europei potrebbero dire si o no all’integrazione. Il secondo problema e tutto economico. Unire gli stati vorrebbe dire mutualizzare debiti e crediti, trasformare la BCE in una vera banca centrale, vero prestatore di ultima istanza, ma anche unificare il mercato del lavoro e il welfare. Si badi bene, i pro di questa scelta sarebbero in primis la cancellazione del problema debito, che scomparirebbe d’un colpo e una più equa redistribuzione della ricchezza. I contro però, che non sono da poco, riguardano appunto la redistribuzione. In una prima fase, i paesi periferici di oggi, diventerebbero in modo ugualmente veloce la periferia d’Europa, i paesi core, invece, diventerebbero più ricchi di quanto già non siano. Perché? Semplice. Il denaro in un mercato libero si muove verso i poli più attrattivi (economicamente parlando, verso coloro che hanno una bilancia commerciale in attivo), dove, di conseguenza, assisteremmo ad un aumento dei salari e dei prezzi. Noi, come ho sentito dire più volte, in questa prima fase, potremmo diventare la “Calabria d’Europa”, i salari scenderebbero e con loro i prezzi. Salvo però assistere nel medio/lungo periodo ad un riequilibrio della situazione in quanto la bilancia dei pagamenti quella è, la moneta quella è, il mercato interno pure, ecc.

La seconda soluzione è l’abbandono dell’Euro come moneta unica. Punto.

Se dal lato politico questa soluzione sarebbe più semplice, non ugualmente lo sarebbe da quello economico.

Politicamente sarebbe tutto più semplice perché ognuno andrebbe per la sua strada, chi con la propria grandeur, chi con il proprio orgoglio patriottico, chi con le sue regole, chi con le proprie mancanze. Soluzione semplice, è vero, ma soluzione che sarebbe assolutamente antisociale e anti-europea. A quel punto potremmo porci la domanda: perché abbiamo buttato via sessant’anni di storia dal dopoquerra ad oggi?

I veri problemi, però, nascono sul piano economico e da lì si propagano. Tutti i paesi periferici col ritorno alla propria moneta vedrebbero i propri debiti e crediti convertiti nella nuova valuta. Alcuni paesi vedrebbero apprezzare la propria valuta (i paesi con bilancia commerciale in attivo), altri invece vedrebbero una forte svalutazione delle proprie monete (PIIGS in testa), con annessa notevole incazzatura degli investitori esteri! Avremmo dunque una frattura, almeno nel breve/medio periodo. Alcuni paesi farebbero certamente default, altri, i ricchi, si arricchirebbero. La difficoltà a quel punto sarebbe forte per i periferici che a quel punto dovrebbero far di tutto per risalire la china. Forse potrebbe non trovarsi molto male l’Italia che ha una bilancia pressoché in pareggio, ma Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia dovrebbero svalutare di brutto la propria moneta imponendo un impoverimento generalizzato della popolazione e innescando così tensioni sociali difficilmente quantificabili. Alla lunga, anche in questo caso, non è detto che non possano riprendersi, anzi. L’Argentina è la prova che è possibile farcela, ma a quale costo?

In effetti, in una situazione del genere per l’Italia dovremmo fare un discorso a sé. La propria forza nell’export è evidente, ma potrebbe reggere l’impatto di un ritorno alla lira solo con riforme strutturali (che forse da soli non siamo in grado di fare, come abbiamo dimostrato negli ultimi 30 anni) e tali da riavviare un mercato interno (lato produzione e lato consumi) che sarebbe più asfittico, almeno nel breve periodo, di quanto non lo sia già adesso.

Insomma, dove volete andare? Quale strada scegliete?

Pensateci con attenzione, ma fate presto, il tempo stringe.

Ci stiamo arrampicando su uno specchio?

Nei giorni più freddi dell’anno, con l’Europa spazzata dai venti dell’est, si hanno i primi segnali di un cambio di stagione.

Con questo, ovviamente, non fate il cambio degli armadi!

Come ribadito dalle principali testate economiche mondiali, possiamo azzardarci ad affermare – con molta cautela – che non siamo più esattamente nel mezzo del guado e che cominciamo a vedere l’altra sponda.

Ma com’è possibile? Cos’è cambiato in modo così rilevante da poter giustificare affermazioni del genere? Semplicemente niente, o almeno così sembra. Come si può sostenere che la situazione sia mutata a tal punto da rivoltare le prospettive macro per l’Ue?

Ammesso e non concesso che io sia d’accordo con questa analisi, in questi giorni è un fatto che i toni delle dichiarazioni dei vari policymakers, ma soprattutto l’andamento dei mercati degli ultimi giorni, hanno mostrato un evidente cambio di stagione, indipendentemente dalle querelle sempre poco piacevoli che vediamo in Italia. Il perché comunque non è facile da individuare, non è così evidente come un semplice cittadino come me o come voi potrebbe aspettarsi. Vediamo di elencare in poche parole quali sono le operazioni positive ed effettivamente realizzate che ci fanno pensare di essere “oltre la metà dell’inverno”. Anzitutto, la pragmaticità di Draghi e del suo LTRO, la velocità di reazione del nuovo governo italiano, il progetto (discutibile) di fiscal compact europeo, la riduzione degli spread ed il relativo minor onere del costo del debito, la probabile soluzione (temporanea) al problema del default greco, la leggera ma costante crescita mese dopo mese degli occupati negli USA, l’interesse dei BRICS nel salvataggio dell’EZ.

Non sono affatto sicuro che questi dati di fatto siano sufficienti a farci sentire più confidenti riguardo al futuro, eppure il mondo attorno a noi sembra accogliere molto più favorevolmente di quanto non faccia io il mutare della situazione attorno a noi. Come me, e molto più autorevolmente di me, la pensano molte “Cassandre” della platea economicopolitica eppure le borse che generalmente anticipano i movimenti nell’economia reale sembrano scommettere che il 2012 seppure mostrerà un’effettiva contrazione nel PIL mondiale sarà l’anno della svolta e dell’inizio di una nuova primavera.

Bah, continuo ad essere dell’idea che finora abbiamo semplicemente riempito il serbatoio di un’auto guasta. Spero sinceramente di sbagliarmi, non vorrei che stessimo cercando di arrampicarci su uno specchio!

Il semestre più difficile della storia europea recente

Il semestre che si chiuderà domani con la fine del 2011 è stato senza dubbio il più difficile della storia recente e, parallelamente, è stato il primo semestre di vita di questo blog.

Se avete intenzione di ripensare a com’è andata, il Wall Street Journal  propone oggi una lettura tutto sommato onesta che vi consiglio di leggere:

http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203391104577124480046463576.html?mod=WSJEurope_hpp_LEFTTopStories

Niente di nuovo sul fronte, verrebbe da dire, ma come spesso succede, ripensare al passato ed agli errori commessi può rivelarsi un buon viatico per provare a non ripeterli.

Quanto abbiamo vissuto a partire da questa rovente estate in effetti deve essere annotato in tutti i libri di storia, deve diventare un bagaglio culturale imprescindibile in vista del nostro futuro.

Senza affrettare giudizi su quanto accaduto, visto che ne ho già dati molti nei post precedenti, penso che dovremmo apprestarci ad affrontare il 2012 con un rinnovato spirito di coesione salvando quanto di positivo può essere trovato nell’approccio mutualistico che possiamo leggere nelle mosse dell’Ue degli ultimi mesi. Certo, si dirà che ancora questa pseudo-solidarietà internazionale è figlia dei più gretti interessi di bandiera, ma se non altro è stata l’unico motore che ha – per ora – scongiurato quell’implosione che avrebbe potuto essere incredibilmente catastrofica.

Riusciremo nel 2012 a far meglio? Riusciremo ad attuare quel riformismo auspicato dall’ottuagenario Napolitano (come lo ha definito il WSJ)? Riusciranno i nostri leader a superare l’affanno di questi ultimi mesi portandoci fuori dal guado di un Ue che oggi come ieri si trova ancora con la melma fino alla vita?

Le premesse sono ancora decisamente scure, non abbiamo ancora scampato il pericolo e questo è indubbio, ma voglio chiudere questo annus horribilis con una cauta speranza ben sapendo, comunque, che il cammino sarà “lungo e periglioso”.

Non credo sia il momento della polemica, ne abbiamo già fatta abbastanza quando era il caso.

Adesso, io credo, dobbiamo aspettare (e sperare) che il nostro Governo si muova nella direzione della crescita e dell’equità tanto sbandierata, prendendo di petto tutti quegli odiosi lacci e lacciuoli posti da quelle corporazioni che fanno del male alla stragrande maggioranza di questo paese.

Dobbiamo essere fiduciosi che nel mese di marzo si riesca davvero a dare una sterzata alla politica dell’Unione attuando quelle riforme nei trattati di cui più volte abbiamo parlato e sperando ancora che le tante teste (e i tanti sederi) dei leader dell’Ue, per una volta almeno, si muovano all’unisono.

Gente, la speranza insomma deve essere l’ultima a morire, dobbiamo prima di tutto credere di potercela fare altrimenti è inutile che stiamo al gioco. Deve essere la nostra bussola!

Se la rassegnazione dovesse prendere il posto della speranza, beh allora arrivederci e grazie! E guai a chi dovesse poi mettersi a piangere!

Buon 2012 a tutti voi, che avete avuto la pazienza di seguirmi nei primi mesi di vita di quest’avventura virtuale!

Parola d’ordine Deleveraging

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“Datemi una leva, ed un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”, diceva Archimede. Affermazione coraggiosa, non c’e’ dubbio, ma confermata dalle evidenze della fisica. In effetti, più e’ lunga la leva di cui si dispone e più forza si riesce a generare.
Nei secoli, ci si e’ accorti che applicare il principio della leva in economia risultava molto vantaggioso, a patto che si avesse un occhio di riguardo alla “lunghezza” della leva.
Spieghiamoci meglio. Quando si parla di leva (leverage) in economia si parla di un rapporto tra la somma del patrimonio e dei debiti ed il patrimonio stesso: per intendersi, se una società non avesse debiti, il rapporto sarebbe uguale ad 1 e, ovviamente, una società che non ha debiti e’ una società assolutamente sicura per quanto spesso ben poco profittevole (Apple e’ l’eccezione che conferma la regola).
Al contrario, società come gli hedge fund hanno una leva pari anche a centinaia di volte il proprio patrimonio netto; ciò fa di esse società capaci di investimenti enormi e di conseguenza anche utili (o perdite) enormi.
Le banche europee, oggi, eccetto rare eccezioni mitteleuropee, hanno leve pari a qualche decina di volte il patrimonio netto, solo prima dello scoppio di Lehman questo rapporto ammontava a centinaia di volte. In questo quadro caratterizzato da una forte pressione polarizzata sui debiti sovrani, l’EBA e’ intervenuta chiedendo agli istituti europei di mettere in sicurezza i propri conti. Com’e’ possibile fare questo?
Solo muovendosi in due direzioni, o aumentando il patrimonio tramite aumenti di capitale così da diluire i debiti oppure cedendo asset e, in ogni caso, chiudendo i rubinetti del credito.
Eccoci al dunque. Questo e’ deleveraging! Questo e’ il motivo principale per cui l’Ue nel 2012 tornerà in recessione.
Nutro forti dubbi sui modi e sui calcoli dell’EBA, ma ormai la situazione e’ questa e se vogliamo salvare il salvabile in una situazione che si sta avvitando pericolosamente, c’e’ bisogno dell’intervento pubblico, dei governi, che devono spingere la crescita anche tramite strumenti non proprio “ordinari”, ma soprattutto c’e’ bisogno che la Merkelona si scucia un po’ e permetta al buon Marione Draghi di diventare prestatore di ultima istanza. Non c’e’ via d’uscita.
Su, svegliamoci!