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Dialoghi molto attuali… L’ILVA e la politica industriale italiana

Uomo: “Pensavo oggi alla questione ILVA. Che poi, parliamoci chiaro, la questione occupazionale dovrà assolutamente essere il centro di ogni intervento politico dell’immediato futuro. Detto ciò, la questione ILVA mi pare riassuma emblematicamente i paradossi di certa industria italiana. 
Ma il dramma è la scelta esistenziale tra il lavoro e la salute: il dramma è che oggi, nel 2012, debba darsi il caso che il futuro di una industria di queste dimensioni sia racchiuso in una scelta dicotomica del tipo bianco/nero. Qui si racchiude tutto il fallimento della gestione sia politica istituzionale che politica industriale. e come al solito a pagare saranno i poveri cristi che forse andranno in cassa integrazione. Sarebbe fuori luogo secondo te un intervento statale pesante? Se il capitolo delle liberalizzazioni è in effetti un capitolo di fallimenti, perchè lo stato non potrebbe riprendersi settori strategici dell’industria? Certo non secondo modelli sovietici, ma secondo modelli di partecipazione indiretta, dove però la salvaguardia della salute e del diritto al lavoro ritornano centrali. Chissà..”

ilva-tarantoMezzuomo: “ILVA. Che situazione! Come giustamente dici te, è uno dei tanti fallimenti della politica e dell’imprenditoria italiana. Il solito intreccio di poteri che ha fatto mangiare tante bocche a Roma, in regione Puglia, nella provincia e nel comune di Taranto, salvo poi affamare e ancor peggio ammalare la povera gente. Il problema è gravissimo altro che grave. L’ILVA rappresenta il 55% del PIL della Puglia, se non ricordo male, è di gran lunga il primo produttore di acciaio d’Italia e dà lavoro tra diretto ed indiretto a qualcosa come 30.000 persone. Questi i numeri della produzione, ma che dire del problema sanitario? C***o. Lì la gente muore per davvero e con incidenze di mortalità da paura, paragonabili forse solo al macello del fu Eternit di Casale Monferrato. Ecco, cercando di lasciare un attimo da parte la questione socio-politica e guardando ai numeri, mi ricordo una discussione con ****** che una volta mi fece entrare in una riflessione riguardo alla stima dei costi degli eventi estremi (dei Cigni Neri, tipo le catastrofi, ecc.). In effetti non esistono modelli chiari per capire quanto effettivamente costi alla collettività una concentrazione di morti e/o da malattie indotte da eventi estremi e/o dalla scelerata attività umana, tipo il terremoto dell’Aquila o l’ILVA, appunto, a Taranto. Il problema si aggrava poi se andiamo a vedere anche i costi sociali di una chiusura di un impianto come l’ILVA. Si tratta di una polveriera sociale e non c’è economista al mondo, di qualsiasi credo sia, che non dica che il disagio sociale è il problema economico più difficile da gestire. Solo la guerra può essere paragonabile ad una situazione come la disoccupazione dilagante e la tensione, che ovviamente si manifesterà nel caso di una chiusura (come quella che appare dietro l’angolo)! Quindi? Come uscirne? La ricetta c’è. Peccato che non sia quella del pensiero dominante oggi in Europa. Questa ricetta è quella di Keynes e Roosevelt e che oggi è impersonata dagli economisti “di mare” che hanno come capofila Krugman, che si contrappongono strenuamente agli economisti del pensiero dominante, gli economisti “d’acqua dolce” (tra l’altro se hai voglia ti consiglio di leggere un libello molto carino proprio del Nobel Krugman – “Fuori da questa crisi adesso”). In situazioni di crisi come questa bisogna sostenere la domanda aggregata con la Mano Pubblica. C’è poco da fare. Se ho disoccupazione dilagante, la gente non spende e la domanda muore… E la domanda non si rilancia con l’austerity, ma solo facendo spendere chi può spendere, ovvero gli Stati. La questione del debito è un problema relativo nella misura in cui il debito è sempre il credito di qualcun’altro… Per cui… Una situazione come l’ILVA potrebbe essere affrontata solo sospendendo il patto di stabilità e con lo Stato che s’impegnasse a garantire la produzione prima, la riconversione e la bonifica poi. Punto. E la cosa che mi fa incazzare è che sotto al tavolo questi “maneggi” per le banche già si fanno. Guarda il MPS oggi in Italia, Dresdner e Commerzbank ieri in Germania, Dexia in Belgio e tutte le banche spagnole. Sai qual è il problema? Io credo che nessuno abbia il cuore di stappare il vaso di tutto quello che c’è a Taranto perché nessuno sa cosa ci sia davvero e nessuno vuole trovarsi con la patata bollente in mano. Ed in tutto ciò, l’Europa da parte sua non intende ulteriormente sporcarsi le mani perché dal suo punto di vista sta versando fiumi di denaro da decenni al Sud-Italia tramite i famosi fondi per la coesione sociale, che regolarmente si perdono nella corruzione, nelle mafie, ecc. E d’altra parte la politica italiana oggi più di ieri è il nulla assoluto. Ed eccoci qua. Bersani. Sì, proprio lui. A marzo, appena un minuto dopo l’elezione deve avere le palle e fare il politico vero. Deve salvare Taranto. Punto. Questi tecnici prenderanno tempo e non decideranno nulla perché non credono veramente che lo Stato debba intervenire massicciamente a Taranto, al di là di tutti i buoni propositi di Rigor Montis…. C’è poco da dire ancora: Monti, ecc. sono parte della corrente degli economisti “di acqua dolce”… E quindi… Punto.

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Ma che paese è?

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Ma che paese è l’Italia?
Via, spiegatemelo voi perché io non riesco a farmene una ragione.
Calciopoli bis, Vallettopoli, Ruby gate, P2, P3, P alla n, Silvio in una teca di vetro, Lusi, The family, Bisignani a vedere il tennis, e poi?
Via, potete sbizzarrirvi. Se non altro, la cosa divertente (ed avvilente!) è che a questo gioco potete dilettarvi nel dire un qualsiasi nome che abbia a che fare con lo Stato, o con le “strutture” di esso, e come per magia vi compare un caso su cui discutere, un fatto da analizzare, un sotterfugio per imbrogliare e prendersi gioco del popolino.
Non che vada meglio altrove, diamine, un Montezemolo od un Marchionne qualsiasi potrebbero prenderla male. Via, diamo a Cesare quel che è di Cesare!
A tal proposito, oggi l’Oscar dell’uomo senza vergogna viene vinto da Enrico Cucchiani, l’ad di Intesa San Paolo, l’uomo che ha sostituito Passera. Durante l’assemblea degli azionisti oggi si è alzato un ometto – che ha tutta la mia stima e simpatia – che ha chiesto senza paura al Cucchiani come giustificasse l’aver percepito giusto 66 mila € di stipendio per una settimana di lavoro in Intesa nel 2011. Fate voi i conti… Più o meno in un anno ci sono 250 giorni di lavoro…
Ecco che l’uomo senza vergogna ha risposto senza scomporsi e sbrodolando una serie di numeri riguardo alle retribuzioni medie dei banchieri europei, ai multipli delle banche, ecc. e concludendo con quanto di più italico ci possa essere. Una sonora cazzata.
“Certamente sono un privilegiato non ho avuto figli e conduco una vita sobria. I soldi che risparmierò certamente non me li porterò appresso ma li lascerò in beneficienza. In questo modo cercherò di restituire parte del beneficio che ho ricevuto”.
Oh, ora sì, siamo tutti più felici! Ama il prossimo tuo…
Ah già, badate bene, queste dovrebbero essere le grandi menti in grado di far ripartire l’Italia.

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La voce della sincerità

Usciamo dagli schemi ed ascoltiamo un ragazzino olandese di 10 anni.

Vi traduco una lettera che Jurre Hermans, un ragazzino olandese appunto, ha scritto, con l’aiuto del padre, alla giuria del Wolfson Economics Prize, il premio più importante al mondo dopo il Nobel in ambito economico. Egli ha fornito ed illustrato la propria visione per risolvere la crisi greca e, nonostante tutto quello che si possa pensare, è molto sincera e simpatica. Eccola.

“Cari Signori e Signore,

il mio nome è Jurre Hermans. Ho 10 anni e vivo in Olanda. Sono abbastanza impaurito per la crisi dell’Euro di cui sento parlare giornalmente nei telegiornali. La crisi dell’Euro è un grosso problema. Ho pensato ad una soluzione. Da quando ho letto sul giornale del vostro premio, ho pensato che mi sarebbe piaciuto proporvi la mia idea. Idea che potrebbe andare. Eccola: ho fatto un disegno e lo spiegherò.

La Grecia dovrebbe lasciare l’Euro. Ma come?

Tutti i cittadini greci dovrebbero portare i loro Euro nelle banche (greche). Dovrebbero metterli in una macchina cambia-valute (guardate a sinistra nel disegno). Come vedete, il ragazzo greco non appare felice!! Il greco riceve indietro Dracme greche dalla banca, la sua vecchia moneta.

Le banche danno tutti gli Euro raccolti al governo greco (guardate in alto a sinistra nel disegno). Tutti questi Euro insieme formano una frittella [orig. pancake] o una pizza (guardate in alto nel disegno). Adesso il governo greco può iniziare a ripagare tutti i suoi debiti: tutti quelli che vantano un credito, posso prendere una fetta di pizza. Potete vedere come tutti gli Euro della pizza vadano adesso a coloro che (aziende e banche) hanno prestato soldi alla Grecia (guardate a destra nel disegno).

Ed ecco qui la parte più furba della mia idea:

i Greci non vogliono cambiare i loro Euro per le Dracme perché sanno che il valore di esse cadrà drammaticamente. Essi provano a nascondere i propri Euro in quanto pensano di poter ottenere più Dracme aspettando un po’ di tempo.

Se un Greco prova a mantenere i suoi Euro (oppure a depositarli in una banca all’estero come in Olanda o Germania) e viene scoperto, egli viene multato per un importo almeno doppio dell’intero importo che egli ha provato a nascondere!!

In questo modo io assicuro che tutti i greci consegneranno i loro Euro in una banca greca così da consentire al governo greco di ripagare i suoi debiti.

Spero che la mia idea vi possa aiutare!!!

Ovviamente, se un paese ripaga il suo debito, può rientrare nell’Eurozona.

Qualcosa in più riguardo a me stesso: ho 10 anni, amo gli animali, ho un cane ed un uccellino. La mia famiglia è composta da 5 persone e vivo in Olanda. Ho 5 amici con cui gioco tutto il tempo, specialmente all’aperto.

PS. Mio padre mi ha aiutato con la traduzione in inglese, in quanto io parlo olandese.

Saluti dall’Olanda,

Jurre Hermans”

Someone is lying (still)?

Dopo una settimana passata con la testa altrove, oggi trovo il tempo di leggere un po’ di giornali.

Stamattina mi cade l’occhio su questa intervista: http://www.corriere.it/economia/12_marzo_04/non-siamo-un-servizio-pubblico-le-banche-devono-guadagnare-dario-di-vico_66d690d2-65d0-11e1-be51-f4b5d3e60e3d.shtml

Per farla breve, il presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari, sconfessa buona parte della strategia impostata dal Governo sulla questione liberalizzazione dei servizi bancari. Interessante è lo sfogo con il quale egli dichiara (responsabilmente e sinceramente, io credo) che le banche non sono società di mutuo soccorso e che, anzi, devono pensare al profitto in un sistema che premia SOLO il profitto. Il punto che però mi ha particolarmente colpito, in giorni in cui si ha per la mente solo la parola “crescita”, riguarda la dichiarazione secondo cui le banche starebbero facendo ri-affluire il necessario credito alle imprese.

Poi, però, sfortunatamente, mi sono imbattutto in un articolo del Financial Times del 27 febbraio relativo alle attese antecedenti al LTRO II, che si è tenuto regolarmente questo mercoledì, e riporta un sondaggio effettuato da SocGen su di una trentina di banche europee.

Come si può notare, la maggior parte di queste banche non prende posizione e dichiara (più o meno omertosamente…) di non aver ancora deciso se aderire ed eventualmente cosa fare dei soldi messi sul piatto dalla BCE per il rilancio dell’economia continentale. Altre dichiarano che utilizzeranno questo prestito per rimettere in sesto i loro bilanci. Altre dichiarano che non aderiranno. Infine 7 banche dichiarano che useranno quel denaro per il carry trade (ovvero, prenderanno a prestito denaro a basso costo in modo da poterlo investire in asset fruttuosi – o almeno si spera che lo siano – così da ripagare le svalutazioni effettuate sui titoli di stato dei PIIGS).

Ed ecco la sorpresa! Guardate qui sotto quali sono queste sette banche. Banche che dunque dichiarano espressamente di NON reinvestire i soldi presi in prestito dalla BCE per rilanciare la crescita:

LE BANCHE ITALIANE (più una spagnola, Bankinter…)!!!!

Con buona pace dei soldi erogati all’economia reale… Una domanda allora sorge spontanea: non è qualcuno qui sta mentendo?

Io un’idea me la sono fatta. Provate ad indovinare anche voi…

La strana querelle delle ricapitalizzazioni bancarie

C’è qualcosa che non riesco proprio a capire in queste concitate settimane di discussione attorno alla necessità di capitale delle banche italiane e riguarda proprio il nocciolo della questione. Insomma, le banche italiane hanno o no bisogno di capitale?

Lasciamo stare per un attimo le pressione dell’Autorità di Vigilanza Europea (la solita EBA), che – volenti o nolenti – è un organo di emanazione politica nominato dal Parlamento Europeo e concentriamoci sul problema generale.

Che cosa deve fare una banca nei sistemi economici moderni? Deve prestare denaro. I ricavi di questa “industria del credito” infatti vengono da interessi e commissioni sui prestiti concessi alla clientela, persone fisiche o aziende che siano. Per fare questo “prodotto”, la banca deve farsi prestare la materia prima da chi la produce (la BCE, se si parla di euro, per esempio) o dai cittadini e deve impiegarla affidandola alla clientela previa un’attenta analisi del soggetto cui si va a concedere il credito il quale dovrà essere in grado di restituirlo maggiorato di interessi e commissioni coi tempi e coi modi accordati dall’istituto erogante. Tutto qui, nient’altro.

Vero è che la banca deve avere una scialuppa di salvataggio a fronte di eventi improvvisi, ed è per questo che le viene richiesto di accantonare una certa quota di capitale a patrimonio per poter far fronte ad improvvise crisi di liquidità, ecc.

Se la situazione è questa e ammesso che l’EBA abbia misurato tutte le banche (almeno le italiane…) col solito metro, com’è possibile che Unicredit abbia scelto la perigliosa via di chiedere un aumento di capitale monstre al mercato e le altre tre banche cui viene richiesto un’adeguamento patrimoniale – MPS, UBI e BPM – se la possano cavare con semplici espedienti di vernissage, rivedendo alcune voci di bilancio e prevedendo dismissioni di asset. Mmmhhhh… qui gatta ci cova.

Delle due l’una. O Unicredit era veramente alla canna del gas, come si dice da queste parti, ma non lo credo vista la coraggiosa scelta di svalutare gli avviamenti nel 3° trimestre e la scelta di non accelerare su dismissioni colossali e peraltro già previste, come quella di Pioneer oppure sono le altre banche che, vista la rischiosità dell’ormai riuscita (per quanto affatto scontata!) operazione di aumento di capitale di Unicredit, si stanno prostituendo in Banca d’Italia per non dover ricorrere al mercato.

Personalmente propendo per la seconda e, visto che il colosso i suoi rischi se li è già presi, credo che la Banca d’Italia non dovrebbe essere tanto tenera con le tre di cui sopra… e se non sarà il mercato… credo che sarà lo Stato a ricapitalizzare almeno una di esse…

Potrebbe entrare la politica di mezzo… è vero… ma questo discorso ci porterebbe moooolto lontano.

Attendiamo e vediamo, sperando nel minor male…

Brava Italia! 7 +

L’Italia ha superato l’esame di riparazione, secondo quanto affermato dalla professoressa Merkelona! Ciò non vuol dire che sia cambiato molto da qualche giorno fa, ma se non altro è un risultato rilevante.
I veri problemi, al solito, sono quelli di crescita, credibilità internazionale, integrazione a livello di Eurozona e liquidità sui nostri titoli di debito a tassi ragionevoli.
Domani la prima giornata campale. Parla Draghi e ci si aspetta che vengano annunciati interventi di politica monetaria non convenzionale. In effetti, il mercato va rassicurato. Il fatto che la Germania si finanzi a tassi negativi, significa che gli investitori hanno talmente paura di prendere perdite nell’investire nell’Ue da essere disposti a pagare qualcosa a patto di parcheggiare i propri soldini nelle casse dei “crucchi”!
Esiste poi il problema dei soldi necessari alla ricapitalizzazione delle banche core dell’Europa, e l’Italia da questo punto di vista è la più in difficoltà, si vedano i casi di Unicredit e del Monte dei Paschi!
Un pizzico di ottimismo in questo periodo gramo però ci voleva! Forza! Come ho già detto, la speranza dev’essere l’ultima a morire!
Per adesso vi lascio la bozza del nuovo trattato di stabilità della zona Euro. Dategli una lettura, riguarda la vita di ciascuno di noi: http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2012/01/Revised-draft-bozza-ue.pdf?uuid=f83a003a-3c64-11e1-9ba8-d86a5feed73e

Come stanno le banche italiane?

Non ho molta voglia di parlare per cui vi allego il grafico aggiornato dell’andamento del 2011 – 2012 della terza banca italiana…

Si può dire tutto ed il contrario di tutto, ma non ci possiamo nascondere dietro ad un dito. Squadra che vince non si cambia, ma una squadra perdente… Eccome se si cambia. Se io fossi il “padrone” (se fossi quello che mette i soldi…) di un’azienda che si trova davanti un andamento come quello in foto, prenderei il management e… credetemi… Non mi limiterei ad un rimpasto! Se fossi invece il presidente di una spa che si trova davanti ad un andamento come quello in foto, mi dovrei giocoforza dimettere.

Chi ha orecchie per intendere…

Aggiornamento del 01/02/2012: qualcosa sta evidentemente cambiando: