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Stati Uniti o Divisi… d’Europa?

La domanda è dirimente.

La situazione di stallo che ci stiamo portando dietro da mesi non può durare in eterno. Ci sarà necessariamente un momento di rottura e saremo di fronte ad un bivio. Non ci sono soluzioni alternative, non ci sono terze vie, non c’è una soluzione più semplice di un’altra e ciascuna soluzione comporta costi, rischi e difficoltà. Ripeto, una sola cosa è certa però: o si va da una parte o si va dall’altra.

Non so se sia corretto parlare di europeismo, parola che sa tanto di ideologia, ma mi sembra corretto dire, fin da subito che sono europeista.

Ora, cerchiamo di capirci qualcosa, cerchiamo di argomentare le due strade, che corrispondono a due posizioni così che ciascuno faccia le proprie valutazioni.

Partiamo dall’analisi dello status quo. L’Europa è una babele. Tante lingue quante sono le bandiere degli stati nazionali. Realtà sociali e produttive diverse in ogni stato nazionale e di conseguenza ciascuno con una bilancia dei pagamenti estremamente variegata. Non esistono barriere doganali e si ha una moneta unica, l’Euro ed una banca centrale sovranazionale. Questa situazione, evidentemente, è fragile, estremamente fragile. La crisi del debito sovrano emersa negli ultimi anni ne è la prova: non può sopravvivere un soggetto economico con al suo interno “il diavolo e l’acqua santa”, una bilancia dei pagamenti “virtuale” che è data dalla sommatoria delle bilance statali, che è denominata in euro, ma che presenta al suo interno debiti e crediti la cui sovranità, ahimé, è nazionale (appartenente ai singoli stati).

Prima o poi il modello implode… E ci siamo molto vicini.

Dunque ci sono due strade, o facciamo un grande stato a livello continentale con un governo, un parlamento, un sistema produttivo, un mercato del lavoro, ecc. oppure facciamo a meno dell’Euro, e dell’Europa, e ciascuno va da sé.

Vediamo.

La prima soluzione, che io auspico, lo dico e lo ripeto, comporta che ciascuno stato sovrano rinunci a buona parte se non a tutta la propria sovranità, si facciano elezioni europee, si uniscano tutte le realtà nazionali.

Qui si aprono due ordini di problemi. Il primo, e più difficile da risolvere, è la questione meramente politica. Siamo disposti in Italia, in Germania, in Finlandia, ecc. a “parlare (politicamente) la stessa lingua”? Siamo disposti a mettere da parte il patriottismo nazionale, a favore dell’internazionalismo (parola che sa tanto di socialismo ottocentesco e ammesso che sia giusto definirlo così). A questo problema non c’è risposta. Si possono fare tutti i sondaggi del mondo, ma una risposta a questa domanda potrebbe venire solo dalle urne. Solo i cittadini europei potrebbero dire si o no all’integrazione. Il secondo problema e tutto economico. Unire gli stati vorrebbe dire mutualizzare debiti e crediti, trasformare la BCE in una vera banca centrale, vero prestatore di ultima istanza, ma anche unificare il mercato del lavoro e il welfare. Si badi bene, i pro di questa scelta sarebbero in primis la cancellazione del problema debito, che scomparirebbe d’un colpo e una più equa redistribuzione della ricchezza. I contro però, che non sono da poco, riguardano appunto la redistribuzione. In una prima fase, i paesi periferici di oggi, diventerebbero in modo ugualmente veloce la periferia d’Europa, i paesi core, invece, diventerebbero più ricchi di quanto già non siano. Perché? Semplice. Il denaro in un mercato libero si muove verso i poli più attrattivi (economicamente parlando, verso coloro che hanno una bilancia commerciale in attivo), dove, di conseguenza, assisteremmo ad un aumento dei salari e dei prezzi. Noi, come ho sentito dire più volte, in questa prima fase, potremmo diventare la “Calabria d’Europa”, i salari scenderebbero e con loro i prezzi. Salvo però assistere nel medio/lungo periodo ad un riequilibrio della situazione in quanto la bilancia dei pagamenti quella è, la moneta quella è, il mercato interno pure, ecc.

La seconda soluzione è l’abbandono dell’Euro come moneta unica. Punto.

Se dal lato politico questa soluzione sarebbe più semplice, non ugualmente lo sarebbe da quello economico.

Politicamente sarebbe tutto più semplice perché ognuno andrebbe per la sua strada, chi con la propria grandeur, chi con il proprio orgoglio patriottico, chi con le sue regole, chi con le proprie mancanze. Soluzione semplice, è vero, ma soluzione che sarebbe assolutamente antisociale e anti-europea. A quel punto potremmo porci la domanda: perché abbiamo buttato via sessant’anni di storia dal dopoquerra ad oggi?

I veri problemi, però, nascono sul piano economico e da lì si propagano. Tutti i paesi periferici col ritorno alla propria moneta vedrebbero i propri debiti e crediti convertiti nella nuova valuta. Alcuni paesi vedrebbero apprezzare la propria valuta (i paesi con bilancia commerciale in attivo), altri invece vedrebbero una forte svalutazione delle proprie monete (PIIGS in testa), con annessa notevole incazzatura degli investitori esteri! Avremmo dunque una frattura, almeno nel breve/medio periodo. Alcuni paesi farebbero certamente default, altri, i ricchi, si arricchirebbero. La difficoltà a quel punto sarebbe forte per i periferici che a quel punto dovrebbero far di tutto per risalire la china. Forse potrebbe non trovarsi molto male l’Italia che ha una bilancia pressoché in pareggio, ma Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia dovrebbero svalutare di brutto la propria moneta imponendo un impoverimento generalizzato della popolazione e innescando così tensioni sociali difficilmente quantificabili. Alla lunga, anche in questo caso, non è detto che non possano riprendersi, anzi. L’Argentina è la prova che è possibile farcela, ma a quale costo?

In effetti, in una situazione del genere per l’Italia dovremmo fare un discorso a sé. La propria forza nell’export è evidente, ma potrebbe reggere l’impatto di un ritorno alla lira solo con riforme strutturali (che forse da soli non siamo in grado di fare, come abbiamo dimostrato negli ultimi 30 anni) e tali da riavviare un mercato interno (lato produzione e lato consumi) che sarebbe più asfittico, almeno nel breve periodo, di quanto non lo sia già adesso.

Insomma, dove volete andare? Quale strada scegliete?

Pensateci con attenzione, ma fate presto, il tempo stringe.

L’eterno ritorno

Una settimana senza scrivere e ri-eccoci.

L’eterno ritorno dell’uguale. L’Italia non ha e non avrà mai la possibilità di uscire dal pantano in cui sta sprofondando se, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, dobbiamo sempre assistere ai medesimi teatrini. Per una settimana non riesco a scrivere e quando trovo un po’ di tempo gli argomenti di cui parlare son sempre gli stessi. Un governo che si affloscia, una classe politica che si preoccupa solo della propria sopravvivenza, un’economia che stagna e che porta con sé un progressivo aumento della tensione sociale in un contesto in cui solo i più forti sopravvivono.

Un mio buon amico mi ha fatto notare che il Monti degli ultimi tempi, pur ricevendo le lodi del WSJ che lo paragona alla Iron Lady, ha rinnovato la deprecabile prassi del “sono stato frainteso” il cui copyright appartiene di diritto al vecchio Silvio. Il ministro Fornero (come ama farsi chiamare!), e con lei tutta la pletora delle parti sociali, stanno a “baloccarsi” e battibeccarsi con le questioni attinenti l’Art. 18 continuando imperterriti a cercare di togliersi la pagliuzza dagli occhi senza accorgersi (apparentemente, o piuttosto volutamente) di essere ormai ciechi.

Intanto, intanto, escono le statistiche sulle dichiarazioni dei redditi 2010 e cadiamo tutti dal pero… Toh, guarda, in Italia siamo poveri, ma soprattutto l’evasione esiste, ed è un problema. Ma no, che novità! Eppure c’è chi ancora dice che i dati vanno interpretati e che non rispecchiano la vera distribuzione della ricchezza e che… E che Gesù è morto dal sonno…

Poi c’è la politica. Toh, forse si svolta. C’è un primo accordo sulla riforma della legge elettorale. Ebbene, invece di guardare avanti, ci mettiamo nelle condizioni di buttare a mare tutto quanto visto finora. Bene, direte voi, peggio del Porcellum non si può fare. Peccato che la bozza di riforma sia strumentale a ricreare un clima da Pentapartito in puro stile Prima Repubblica. Tanto vale, dunque, che andiamo a riesumare Craxi e lo riportiamo a Roma.

Ah già, poi ci sono i costi della politica. Giusto oggi si parlava di cancelleria. Ogni nostro deputato e senatore riceve un litro di colla liquida l’anno. Per fare cosa? Un’idea me la sono fatta sinceramente. Credo che serva loro per appiccicarsi alle poltrone, ma non ditelo in giro! Altrimenti se ancora ci dovesse essere qualcuno che ancora non ha capito perché riceve quel flacone, comincerà ad usarlo!

E poi? E poi c’è l’inflazione che da noi, in proiezione annuale, arriverà al 4,4% (la media europea è al 2,7%, ed in Europa, vi ricordo, ci sono anche Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda), eppure ad ottobre porteremo l’IVA al 23% e contestualmente stiamo rinnovando e rinnoveremo decine di contratti collettivi di lavoro scaduti senza concedere il benché minimo aumento a quei lavoratori dipendenti che sono gli unici che pagano TUTTE le tasse sul reddito perché non possono fare diversamente, e che sono i primi a soffrire dell’impennata dei prezzi.

E la crescita? No, quella dimentichiamocela. Il buon Ministro dello Sviluppo Economico, Passera, ha detto che non arriverà prima del 2013. Peccato si sia dimenticato di dire che a dicembre finirà il mondo!

Un buon fine settimana per tutti voi! E che Pangloss sia con voi… Io l’ho mandato a quel paese da tempo, magari voi riuscirete a farvelo amico!

Lavoro lavoro lavoro

Fior di politici si riempiono la bocca di parole vuote.
Fior di economisti forniscono ricette.
Fior di sindacalisti si battono…
Nonostante tutto un gran numero di noi non lavora.
Il lavoro checché se ne dica è IL vero problema che emerge da questa infinita crisi nell’EZ ed in particolare nei paesi periferici di essa, quali la nostra Italia e gli altri PIGS.

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La crisi finanziaria, o meglio l’ossessione per il debito, il disavanzo e lo spread, ci ha forzato a fraintendere il vero problema. Chiuso, almeno per ora, il buco nero greco, e ristabilita una distanza un po’ più fair tra il rendimento dei nostri titoli di stato ed il riferimento tedesco, dovremmo concentrarci SOLO su come rilanciare un paese ed un continente che ormai produce molto meno di quello che importa e che mantiene privilegi salariali in alcune categorie e fasce di età che ormai non sono più compatibili con l’attuale economia reale, economia con cui ciascuno di noi si confronta ogni giorno. Mi riferisco da un lato al fabbisogno dello stato, con particolare attenzione al monte salariale dei dirigenti e dei tanti troppi eletti della nostra vetusta res publica e dall’altro all’ormai incolmabile gap che è venuto a crearsi tra i nuovi ingressi nel mondo del lavoro e coloro che ormai sono prossimi alla pensione.
Al di là del sacrosanto tentativo di rinnovare il mercato del lavoro italiano secondo formule più concrete e moderne, sono questi secondo me i veri problemi, e, contestualmente, le vere sacche di resistenza che impediscono a questo stato di fare quel salto di qualità che potrebbe renderci davvero competitivi in Europa e nel mondo.
Con buona pace delle parti sociali e dei nostri policy makers il rilancio del mondo del lavoro, come di molti altri ambiti della nostra vita sociale e politica, non può che partire dalla constatazione di uno stato di fatto che deve indurci a prendere decisioni non semplici, ma necessarie. Lo stato di fatto è tanto crudo quanto semplice: QUESTO modello di sviluppo ci porterà inevitabilmente al declino. Il tessuto produttivo italiano di questo passo non sopravviverà. La soluzione, attenzione, è sicuramente la crescita, ma questa da sola non basterà se non scendiamo a compromessi e non pensiamo ad una sana redistribuzione dei redditi.
La revisione dell’articolo 18, importante e da rivedere per carità, non è che un falso problema se guardiamo alla situazione vera del nostro paese. Un falso problema sia dal punto di vista sindacale che da quello imprenditoriale perché ormai è cosa nota che la stragrande maggioranza dei licenziamenti in Italia non è regolata da tale articolo in quanto hanno a che fare con motivazioni esclusivamente economiche. I problemi veri sono disoccupazione giovanile e produttività di coloro che già sono inseriti nel sistema e tali problemi sono inevitabilmente correlati: in Italia non si assume perché si produce poco, male e ad un costo orario incredibilmente alto.
Se tutti dobbiamo essere disposti a sacrifici, dobbiamo pensare che coloro che non sono produttivi, se non possono essere tagliati, devono subire almeno un taglio di stipendio che permetta di liberare risorse per far entrare nuove e più motivate figure nel mondo del lavoro, quei giovani che oggi sono a casa senza alcuna speranza per il futuro.
In Italia, checché se ne dica, esiste un problema generazionale, c’è uno scontro tra giovani e anziani, anzi, peggio, è in atto uno scontro tra gli under 35 e gli over 50, i primi ormai demotivati e senza speranza, i secondi che hanno avuto una retribuzione negli anni superiore alla loro reale capacità produttiva, in altri termini, hanno vissuto oltre le loro possibilità e, guarda caso, hanno permesso ai loro figli, quelli che ora “non sanno dove battere la testa”, di vivere sopra le righe e di preoccuparsi poco per il proprio futuro convinti che, in un modo o nell’altro, avrebbero potuto trovare un lavoro buono e ben pagato, indipendentemente dagli studi e dall’impegno profuso.
Insomma, cari genitori, dovete lasciare spazio ai figli. Questo non significa che dobbiate essere rottamati (anche perché per tutti l’età pensionabile è ormai un miraggio), quanto piuttosto che rinunciate ad una fetta del vostro stipendio, se volete davvero che noi, i vostri figli, non restiamo “bamboccioni” per sempre e possiamo permettere ai nostri figli di avere tutto quanto di bello avete dato a noi!

P.S. Un ringraziamento speciale all’autore della vignetta…. Grazie Ale! zeepoo.blogspot.com

Corsi e ricorsi…

Conoscere il passato non è assolutamente garanzia per il futuro, su questo non ci piove. È pur sempre vero però che è bene conoscerlo – e non dimenticarlo! – perché spesso quanto è avvenuto nel passato può darci interessanti chiavi di lettura per quello che può succedere nel futuro.

A tal proposito, vi propongo una lettura interessante, che potete trovare in lingua originale qui (http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931) oppure, se vi fidate, leggerne una mia traduzione (per quanto raffazzonata) di seguito:

Nella crisi del debito di oggi, la Germania rappresenta gli Stati Uniti del 1931
La storia della Germania mostra che imporre il declino economico ad altre nazioni induce ad immagazzinare problemi per il futuro

“Un paese che affronta un abisso economico e politico. Il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità, si assiste ad enormi tagli nel pubblico impiego e le tasse vengono drasticamente aumentate, l’economia crolla ed il tasso di disoccupazione esplode, la gente lotta per strada mentre le banche collassano ed il capitale internazionale abbandona il paese. È la Grecia nel 2011? No, la Germania del 1931.
Il capo del Governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning. Il “cancelliere della fame” tagliò per decreto le spese del governo per decreto, ignorando il parlamento mentre il PIL cadeva senza freni. Due anni dopo Hitler avrebbe preso il potere, otto anni più tardi sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale. La situazione politica di oggi è ben differente, ma le analogie economiche sono spaventose.
Come nei paesi in crisi di oggi, il problema fondamentale della Germania del 1931 era rappresentato dal debito estero. Gli Stati Uniti erano il più grande creditore della Germania, i cui debiti erano denominati in dollari americani. Dalla metà degli anni ’20, il governo tedesco aveva preso in prestito all’estero – contraendo così debiti esteri – ingenti somme per far fronte al pagamento dell’oneroso debito di guerra imposto da Francia e Gran Bretagna. Quel medesimo debito estero – si ricordi – aveva finanziato i ruggenti anni ’20 della Germania, il boom economico scaturito dopo l’iperinflazione del 1923. Come Spagna, Irlanda e Grecia nei nostri anni, il risveglio della Germania degli anni ’20 era stato causato da una bolla nel credito.
La bolla puntualmente scoppiò quando i mercati finanziari degli Stati Uniti crollarono nel 1929. Investitori e banche furono colpite duramente, persero fiducia ed ridussero i loro rischi, specialmente ritirando gli investimenti in asset europei. I flussi di credito verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria si fermarono all’improvviso. Gli investitori americani, non fidandosi più, non volevano più marchi tedeschi, bensì solo dollari, moneta – ahimé – che la banca centrale tedesca, la Reichsbank, non poteva stampare. Il ritiro in massa di dollari dalla Germania – soprattutto dai depositi nelle banche tedesche – condusse rapidamente all’esaurimento delle riserve valutarie della Reichsbank.
Per poter ottenere dollari, la Germania avrebbe dovuto trasformare l’enorme deficit delle partite correnti in un surplus. Ma, come accade nei paesi in crisi oggi, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi di cambio fissi, il gold standard, e non poteva svalutare la propria moneta. Si scelse di abbandonare il gold standard ed il cancelliere Brüning ed i suoi consiglieri economici iniziarono a temere che gli effetti di una forte svalutazione della moneta avrebbero condotto ad un replay del 1923, all’iperinflazione.
Senza liquidità in dollari dall’estero, l’unico modo per il governo di ribaltare i saldi correnti era quello di tagliare costi e salari. In due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Aumentò le tasse e tagliò i salari e le spese di welfare di fronte ad una montante disoccupazione ed una crescente povertà. Il PIL scese del 8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione crebbe del 30%, e il denaro continuò a fluire fuori dal paese. Le partite correnti passarono così da un enorme deficit ad un piccolo surplus.
Il problema però era che a quel punto non c’erano più abbastanza dollari disponibili nel mondo. Nel 1930 il Congresso degli Stati Uniti aveva introdotto la tariffa protezionistica Smoot-Hawley che teneva le importazioni fuori dal paese. I paesi con debiti denominati in dollari erano così tagliati fuori dal mercato degli Stati Uniti e non potevano così ottenere i soldi necessari ad onorare i loro debiti. La situazione non migliorò neppure quando il presidente Hoover propose una moratoria di un anno per tutti i debiti esteri tedeschi. Alla moratoria si opposero sia la Francia – che pretendeva il pagamento delle riparazioni di guerra – sia il Congresso degli Stati Uniti. Quando nel dicembre del 1931 alla fine tale moratoria fu approvata ormai era troppo poco e troppo tardi.
Nell’estate del 1931, infatti, le banche tedesche avevano cominciato a cadere causando sia una stretta creditizia che la necessità di grandi pacchetti di aiuti pubblici per salvare i gruppi più grandi. Le banche dovettero essere chiuse ed il governo tedesco dichiarò il default. La moratoria di Hoover ed la politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, arrivarono troppo tardi: fallimenti e disoccupazione permisero ai nazisti di guadagnarsi terreno politico.
I paralleli con la situazione economica di oggi sono spaventosi: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire politiche di austerità feroci imposte dalla pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari al fine di ribaltare i saldi correnti da deficit a surplus, ma il tasso di disoccupazione in Grecia è al 18%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 12% ed in Spagna addirittura al 22%. E coloro che potrebbero aiutare non fanno abbastanza. La Germania ed i banchieri centrali tedeschi chiedono drastica austerità e danno soltanto aiuti insufficienti in cambio – troppo poco e troppo tardi, anche in questo caso.
Molto si sarebbe guadagnato dalla Germania nel 1931 se gli Stati Uniti – e anche la Francia – avessero fornito la liquidità necessaria alle banche ed al governo tedesco. Forse la radicalizzazione politica sarebbe stata evitata. Per gli Stati Uniti, poi, coincise con la svolta isolazionista. Non vollero essere coinvolti nelle disordinate questioni europee.
Oggi la Germania gioca il ruolo degli Stati Uniti. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario ai paesi in crisi: nel quadro del EFSF la Germania vorrebbe garantire solo fino a 211 miliardi di euro di prestiti per ogni paese in crisi. Non è abbastanza. Nel 2008 le garanzie messe a disposizione per il solo sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.
La Germania sia attacca ancora al proprio surplus nelle partite correnti. Queste sono, per definizione, deficit per i paesi in crisi e dunque non consentono a questi ultimi di guadagnare i soldi necessari al servizio del loro debito. Inoltre, la Germania si oppone fieramente ad iniezioni di liquidità in questi paesi da parte della BCE. Gli economisti tedeschi ed i banchieri centrali si giustificano dicendo di dover scongiurare la minaccia dell’inflazione. Ecco che si mescolano le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e la deflazione del 1931 con conseguente crisi occupazionale.
Questo errore di giudizio può facilmente ritorcersi contro: la reputazione della Germania in Europa sta scemando, sono cresciute drasticamente le tensioni politiche nei paesi in crisi con forte disoccupazione, ed anche l’eventuale rottura dell’Eurozona potrebbe minacciare l’economia tedesca, soprattutto le sue banche e l’export.
Gli Stati Uniti impararono a proprie spese cosa significasse assumersi la responsabilità della stabilità economica del mondo. La Seconda Guerra Mondiale fu una delle conseguenze della crisi (economica) degli anni ’30, crisi che probabilmente avrebbe potuto essere evitata.
Dopo aver fallito nel tentativo di stabilizzare il sistema economico del mondo nei primi anni ’30, dal 1945 gli Stati Uniti iniziarono a capire come solo la cooperazione economica possa portare ad un mondo pacifico e prospero. Con il piano Marshall e l’apertura del proprio mercato alle esportazioni europee, è stato possibile per il Vecchio Continente ricostruire la propria economia distrutta e, nel frattempo, gli esportatori statunitensi hanno potuto giovare della fame dell’Europa per beni di consumo e d’investimento.
Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti sono stati leader nel commercio internazionale e nel sistema monetario – il sistema di Bretton Woods – che ha garantito la prosperità economica e un mercato libero basato sull’equità sociale ovvero i prerequisiti per le democrazie sociali.
Sia il pubblico che i politici tedeschi dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nell’interesse di lungo periodo della Germania. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del suo potere nel dettare il declino economico delle altre nazioni (europee). L’alternativa è la stagnazione economica e l’aumento delle tensioni tra i paesi dell’area euro. Il verdetto ancora non è scritto, ma una cosa è certa: coloro che non sono disposti ad imparare dalla storia, sono destinate a ripeterla.”

Al solito… Riflettiamo gente, riflettiamo!