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Un neo-feudalesimo all’orizzonte?

Siamo abbondantemente entrati nel Terzo Millennio. Eppure.
Giorno dopo giorno sta maturando in me un’idea stramba, ma che pian piano gli accadimenti vanno confermando, o per lo meno non sconfessando.
Ho l’impressione che la forma di capitalismo in cui siamo immersi e la società che su questa peculiare forma economica si è sviluppata abbia caratteristiche per certi versi simili alla realtà sociale del Primo Millennio. Potrete pensare che sia folle quello che scrivo, eppure con uno sguardo attento alle dinamiche che si osservano nel mondo del lavoro di questi ultimi anni, mi pare si tenda ad una regressione nei rapporti umani e contrattuali che sembrano condurci a quello che senza paura mi permetto di chiamare “neo-feudalesimo“.
Sì, i rapporti di “classe” e gli squilibri di potere che si vanno affermando hanno un non so che di medievale. Guardate con attenzione al mondo del lavoro. A fronte di una costante diminuzione della produzione, dei consumi, del risparmio, ecc. si nota l’emergere di una sempre più profonda frattura tra chi “comanda” e chi “obbedisce”, cioè una dinamica sociale che assomiglia in modo preoccupante alla società feudale medievale dove da un lato c’erano i nobili, i feudatari, e dall’altro il popolino, per gran parte costituito da servi della gleba. Vero è che in tutta la storia della civiltà sono esistite strutture sociali analoghe, ma quel che vediamo oggi è uno smantellamento lento, costante ed esplicito di diritti acquisiti in decenni di battaglie di civiltà.
Se ci soffermiamo sui panegirici del ministro Fornero o sulle dichiarazioni di Marchionne, in barba alle regole ed alle sentenze, ecco che tutto si fa più chiaro: in periodi di vacche magre chi deve darsi da fare pare dover essere sempre il popolino, costretto a lavorare (se vuol campare) ed a ingoiare bocconi indigesti, quasi come succedeva con le corvées medievali.
Non che ci si debba stupire di questo. Il potente, per definizione, è al di sopra dei più, banchetta mentre gli altri raccolgono le briciole, si nasconde quando gli altri sono in guerra, eppure credo che dobbiamo riflettere sul profilo del “potente” di oggi proprio confrontandolo con quanto la storia medievale ci racconta.
Se nel Medioevo il potente lo era per lignaggio e per rango e dunque il suo status era garantito dalla genia, com’è possibile che individui esattamente uguali a me o a voi possano ergersi a potenti oggi e si arroghino diritti che nessuno ha concesso loro? Lasciamo da parte la classe politica, ci sarebbe molto da discutere su di essa, ma tutto sommato questa viene eletta per cui in un certo qual modo è autorizzata ad essere sopra di me e voi. Concentriamo sui manager.
Chi sono costoro? Com’è possibile che per loro valgano leggi diverse dalle mie? Com’è possibile che facciano quel che vogliono anche a patto di calpestare diritti e limitare la libertà altrui? Questi signori a cui dovremmo ascrivere una buona fetta di responsabilità nell’averci condotto in questo baratro, non possono non pagare il fio di quanto fatto. Eppure vengono strapagati per assumersi responsabilità (anche legali) del proprio operato e delle società che essi rappresentano.
Senza tornare alla ormai celebre sfacciataggine dello squalo Dick Fuld (ceo di Lehman al momento del crollo), è possibile che coloro che hanno distrutto il valore di società importanti (si guardi ai casi Fonsai, Alitalia, Telecom, solo per citarne alcuni) la passino sempre liscia? La risposta è si. Nonostante questi siano, di fatto, dipendenti di queste società (come me e voi), essi godono di uno status olimpico che li avvicina in misura preoccupante al feudatario medievale. Eppure costoro sono solo dipendenti, ed, a differenza del feudatario che era proprietario di terre e beni, sono – e lo ripeto – semplici dipendenti di queste società.
Ecco, è qui che casca l’asino. Qui il modello economico su cui è basata la nostra società mostra i suoi piedi d’argilla ed è muovendosi in questa direzione che rischia di avvitarsi in un circolo vizioso insanabile.
Se non cominciamo a dare il giusto peso al concetto di responsabilità, il futuro è gramo. Che la battaglia sia già persa?
Spero di no, od almeno spero che si cominci a pensare, già questa sarebbe un’ottima conquista.

Un futuro ormai scritto?

Chi saranno le potenze economiche mondiali da qui ai prossimi anni? La risposta pare ovvia, i BRICS.
Un conto però è dire che domani qualcuno farà meglio di te, un altro è constatare che qualcuno sta GIA’ facendo meglio di te!
Ieri è uscito uno studio del CEBR inglese (Centre for Economics and Business Research) che ha annunciato l’avvenuto sorpasso del Brasile ai danni del Regno Unito in termini di PIL.
L’Italia al solito resta al palo, all’ottavo posto, ma la distanza dai suoi inseguitori (Russia e India) si fa sempre più esigua.

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Insomma, secondo questa previsione, nel 2020 la Vecchia Europa sarà davvero vecchia ed i rapporti economici e geopolitici saranno totalmente diversi da quelli che abbiamo conosciuto finora. A nostra parziale difesa, possiamo prevedere che il forte sviluppo registrato in questi paesi dovrà necessariamente rallentare. L’aumento della ricchezza in paesi storicamente poveri, infatti, è fisiologicamente correlato con una crescente richiesta di condizioni migliori di vita, di diritti sul lavoro, di welfare, di servizi, ecc.
Dal nostro punto di vista, di italiani prima ed europei poi, credo dovremmo riflettere con sempre più attenzione sulla necessità di una rapida integrazione a livello continentale, altrimenti il nostro destino è segnato. Saremo cannibalizzati dai BRIC e, si badi bene, il problema sarà prima di tutto sociale nel momento in cui ci accorgeremo che quanto abbiamo finora ottenuto (e sfruttato) non potrà essere mantenuto.
Non ci sarà City che tenga, e neppure rendite per l’orticello tedesco o per la mania di grandeur francese se non ci diamo una svegliata, se non accettiamo di iniziare a ragione in termini di mutualità continentale e se non uniamo i nostri pregi (e difetti) una volta per tutte.
Si potrà senza dubbio obiettare che si può essere felici anche senza crescita e che, anzi, il PIL non è l’indicatore migliore del benessere (e della felicità) di un paese. Tutto vero. A patto che ci si renda conto che nei momenti difficili tanto più che in quelli facili, tutti dovrebbero remare nella stessa direzione e non “privatizzare gli utili e socializzare le perdite”, come si è fatto con sempre maggior gravità in questi ultimi anni.
Potremmo fare come il Bhutan in cui si fa di tutto per far “felici” i cittadini ed addirittura si cerca il modo migliore per massimizzare la felicità… A patto però di un “leggerissimo” isolamento di stampo himalayano.
Mh mh mh… No… l’Europa non mi sembra proprio il Bhutan!
Per informazioni: http://www.kingdomofbhutan.com/kingdom/kingdom_.html

Corsi e ricorsi…

Conoscere il passato non è assolutamente garanzia per il futuro, su questo non ci piove. È pur sempre vero però che è bene conoscerlo – e non dimenticarlo! – perché spesso quanto è avvenuto nel passato può darci interessanti chiavi di lettura per quello che può succedere nel futuro.

A tal proposito, vi propongo una lettura interessante, che potete trovare in lingua originale qui (http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931) oppure, se vi fidate, leggerne una mia traduzione (per quanto raffazzonata) di seguito:

Nella crisi del debito di oggi, la Germania rappresenta gli Stati Uniti del 1931
La storia della Germania mostra che imporre il declino economico ad altre nazioni induce ad immagazzinare problemi per il futuro

“Un paese che affronta un abisso economico e politico. Il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità, si assiste ad enormi tagli nel pubblico impiego e le tasse vengono drasticamente aumentate, l’economia crolla ed il tasso di disoccupazione esplode, la gente lotta per strada mentre le banche collassano ed il capitale internazionale abbandona il paese. È la Grecia nel 2011? No, la Germania del 1931.
Il capo del Governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning. Il “cancelliere della fame” tagliò per decreto le spese del governo per decreto, ignorando il parlamento mentre il PIL cadeva senza freni. Due anni dopo Hitler avrebbe preso il potere, otto anni più tardi sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale. La situazione politica di oggi è ben differente, ma le analogie economiche sono spaventose.
Come nei paesi in crisi di oggi, il problema fondamentale della Germania del 1931 era rappresentato dal debito estero. Gli Stati Uniti erano il più grande creditore della Germania, i cui debiti erano denominati in dollari americani. Dalla metà degli anni ’20, il governo tedesco aveva preso in prestito all’estero – contraendo così debiti esteri – ingenti somme per far fronte al pagamento dell’oneroso debito di guerra imposto da Francia e Gran Bretagna. Quel medesimo debito estero – si ricordi – aveva finanziato i ruggenti anni ’20 della Germania, il boom economico scaturito dopo l’iperinflazione del 1923. Come Spagna, Irlanda e Grecia nei nostri anni, il risveglio della Germania degli anni ’20 era stato causato da una bolla nel credito.
La bolla puntualmente scoppiò quando i mercati finanziari degli Stati Uniti crollarono nel 1929. Investitori e banche furono colpite duramente, persero fiducia ed ridussero i loro rischi, specialmente ritirando gli investimenti in asset europei. I flussi di credito verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria si fermarono all’improvviso. Gli investitori americani, non fidandosi più, non volevano più marchi tedeschi, bensì solo dollari, moneta – ahimé – che la banca centrale tedesca, la Reichsbank, non poteva stampare. Il ritiro in massa di dollari dalla Germania – soprattutto dai depositi nelle banche tedesche – condusse rapidamente all’esaurimento delle riserve valutarie della Reichsbank.
Per poter ottenere dollari, la Germania avrebbe dovuto trasformare l’enorme deficit delle partite correnti in un surplus. Ma, come accade nei paesi in crisi oggi, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi di cambio fissi, il gold standard, e non poteva svalutare la propria moneta. Si scelse di abbandonare il gold standard ed il cancelliere Brüning ed i suoi consiglieri economici iniziarono a temere che gli effetti di una forte svalutazione della moneta avrebbero condotto ad un replay del 1923, all’iperinflazione.
Senza liquidità in dollari dall’estero, l’unico modo per il governo di ribaltare i saldi correnti era quello di tagliare costi e salari. In due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Aumentò le tasse e tagliò i salari e le spese di welfare di fronte ad una montante disoccupazione ed una crescente povertà. Il PIL scese del 8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione crebbe del 30%, e il denaro continuò a fluire fuori dal paese. Le partite correnti passarono così da un enorme deficit ad un piccolo surplus.
Il problema però era che a quel punto non c’erano più abbastanza dollari disponibili nel mondo. Nel 1930 il Congresso degli Stati Uniti aveva introdotto la tariffa protezionistica Smoot-Hawley che teneva le importazioni fuori dal paese. I paesi con debiti denominati in dollari erano così tagliati fuori dal mercato degli Stati Uniti e non potevano così ottenere i soldi necessari ad onorare i loro debiti. La situazione non migliorò neppure quando il presidente Hoover propose una moratoria di un anno per tutti i debiti esteri tedeschi. Alla moratoria si opposero sia la Francia – che pretendeva il pagamento delle riparazioni di guerra – sia il Congresso degli Stati Uniti. Quando nel dicembre del 1931 alla fine tale moratoria fu approvata ormai era troppo poco e troppo tardi.
Nell’estate del 1931, infatti, le banche tedesche avevano cominciato a cadere causando sia una stretta creditizia che la necessità di grandi pacchetti di aiuti pubblici per salvare i gruppi più grandi. Le banche dovettero essere chiuse ed il governo tedesco dichiarò il default. La moratoria di Hoover ed la politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, arrivarono troppo tardi: fallimenti e disoccupazione permisero ai nazisti di guadagnarsi terreno politico.
I paralleli con la situazione economica di oggi sono spaventosi: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire politiche di austerità feroci imposte dalla pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari al fine di ribaltare i saldi correnti da deficit a surplus, ma il tasso di disoccupazione in Grecia è al 18%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 12% ed in Spagna addirittura al 22%. E coloro che potrebbero aiutare non fanno abbastanza. La Germania ed i banchieri centrali tedeschi chiedono drastica austerità e danno soltanto aiuti insufficienti in cambio – troppo poco e troppo tardi, anche in questo caso.
Molto si sarebbe guadagnato dalla Germania nel 1931 se gli Stati Uniti – e anche la Francia – avessero fornito la liquidità necessaria alle banche ed al governo tedesco. Forse la radicalizzazione politica sarebbe stata evitata. Per gli Stati Uniti, poi, coincise con la svolta isolazionista. Non vollero essere coinvolti nelle disordinate questioni europee.
Oggi la Germania gioca il ruolo degli Stati Uniti. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario ai paesi in crisi: nel quadro del EFSF la Germania vorrebbe garantire solo fino a 211 miliardi di euro di prestiti per ogni paese in crisi. Non è abbastanza. Nel 2008 le garanzie messe a disposizione per il solo sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.
La Germania sia attacca ancora al proprio surplus nelle partite correnti. Queste sono, per definizione, deficit per i paesi in crisi e dunque non consentono a questi ultimi di guadagnare i soldi necessari al servizio del loro debito. Inoltre, la Germania si oppone fieramente ad iniezioni di liquidità in questi paesi da parte della BCE. Gli economisti tedeschi ed i banchieri centrali si giustificano dicendo di dover scongiurare la minaccia dell’inflazione. Ecco che si mescolano le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e la deflazione del 1931 con conseguente crisi occupazionale.
Questo errore di giudizio può facilmente ritorcersi contro: la reputazione della Germania in Europa sta scemando, sono cresciute drasticamente le tensioni politiche nei paesi in crisi con forte disoccupazione, ed anche l’eventuale rottura dell’Eurozona potrebbe minacciare l’economia tedesca, soprattutto le sue banche e l’export.
Gli Stati Uniti impararono a proprie spese cosa significasse assumersi la responsabilità della stabilità economica del mondo. La Seconda Guerra Mondiale fu una delle conseguenze della crisi (economica) degli anni ’30, crisi che probabilmente avrebbe potuto essere evitata.
Dopo aver fallito nel tentativo di stabilizzare il sistema economico del mondo nei primi anni ’30, dal 1945 gli Stati Uniti iniziarono a capire come solo la cooperazione economica possa portare ad un mondo pacifico e prospero. Con il piano Marshall e l’apertura del proprio mercato alle esportazioni europee, è stato possibile per il Vecchio Continente ricostruire la propria economia distrutta e, nel frattempo, gli esportatori statunitensi hanno potuto giovare della fame dell’Europa per beni di consumo e d’investimento.
Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti sono stati leader nel commercio internazionale e nel sistema monetario – il sistema di Bretton Woods – che ha garantito la prosperità economica e un mercato libero basato sull’equità sociale ovvero i prerequisiti per le democrazie sociali.
Sia il pubblico che i politici tedeschi dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nell’interesse di lungo periodo della Germania. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del suo potere nel dettare il declino economico delle altre nazioni (europee). L’alternativa è la stagnazione economica e l’aumento delle tensioni tra i paesi dell’area euro. Il verdetto ancora non è scritto, ma una cosa è certa: coloro che non sono disposti ad imparare dalla storia, sono destinate a ripeterla.”

Al solito… Riflettiamo gente, riflettiamo!

Il Big Bang secondo Matteo 2

Cominciamo a riflettere su quanto abbia rappresentato la manifestazione della Leopolda di questo fine settimana per il centro-sinistra di domani, e per l’Italia tutta.

Senza ombra di dubbio Matteo Renzi – dopo questi tre giorni – irrompe fragorosamente nel dibattito politico in seno al PD, ed al centro-sinistra in generale, per quanto ancora questa sera egli stesso, ospite a Che tempo che fa, abbia continuato a giocare a carte coperte negando una sua esplicita candidatura alle primarie di coalizione.

Ragioniamo con ordine. Vorrei dire alcune cose che in questi giorni mi sono frullate nella testa e che meritano, secondo me, una qualche attenzione.

Quel che ormai è evidente è che il sindaco di Firenze è “sceso in campo” (mi perdoni il Nano italico per la citazione). Sia chiaro, non che fino a venerdì fosse in panchina o peggio in tribuna… diciamo piuttosto che, come giocatore, era abulico, non entrava nelle azioni importanti salvo esibirsi in discese in solitaria lungo la fascia che però si esaurivano inesorabilmente attorno alla trequarti di campo avversaria. Da venerdì, o meglio dalla chiusura della Leopolda 2, Matteo Renzi è al centro del gioco. Vediamo se a questo punto sarà in grado di far girare la palla e la partita.

Insomma, tralasciando le metafore calcistiche, ciò che emerge dalla manifestazione della Leopolda è qualcosa che non si vedeva da tempo nella politica italiana: un candidato Premier (caro Matteo, non dire di no…) ed un abbozzo di programma (o meglio un coacervo di idee, che comunque hanno necessità di essere grossate, riviste, corrette e ristrutturate).

Le cose che più mi hanno colpito di questi tre giorni sono stati la partecipazione attiva e la varietà dei contenuti. Il tema comune ad ogni intervento (“Se voi foste il Premier di questo paese, cosa fareste?”) è stato vincente e stimolante, ma attenzione, la troppa partecipazione e i troppi contenuti hanno fortemente rischiato di sfociare nella confusione più totale! Mi riferisco in particolare al fatto che, per quanto il format (che prevedeva interventi di 5 minuti ciascuno) e la scenografia, fossero particolarmente azzeccati, ci sono stati alcuni interventi decisamente retorici e poco pragmatici, alcuni poco significativi, alcuni decisamente fuoriluogo, ed altri effettuati al solo scopo di cercare di ingraziarsi il buon Matteo in ottica elettoralistica. Tutto ciò non ha contribuito ad elevare la manifestazione, anche se – come detto – la maggioranza dei momenti è stata decisamente interessante.

Aspetto a questo punto con ansia di trovare sul Web le ormai famose “100 proposte per l’Italia” che ormai mi incuriosiscono.

Per concludere, usciamo per un attimo fuori dalle mura della Leopolda. Da Firenze, oggi, esce un Matteo Renzi più forte che mai, addirittura rinforzato, io credo, dalle critiche che gli sono piovute addosso da Bersani, De Magistris, ecc… ma che corre un rischio concreto di scottarsi se non prende coscienza di due cose fondamentali. Anzitutto deve trasformare la forza propulsiva potente che viene fuori da questi tre giorni presentando a chi voterà alle primarie un decalogo concreto di proposte che non sia una sterile accozzaglia di idee that we have to (must) do ed, in secondo luogo, deve sciogliere le riserve e, nonostante non ami trattare con le strutture di partito e di coalizione, candidarsi esplicitamente alle primarie. I cittadini vogliono sempre una figura di riferimento, checché se ne dica.

Infine un giudizio personale. Oggi Matteo Renzi ed il Big Bang rappresentano qualcosa di davvero nuovo nel quadro politico italiano. Un boccone non esattamente digerito nel ventre del PD ed equidistante dal centro-destra e da Grillo; comunque sia una parte importante per la crescita futura del quadro politico italiano.

Vi chiederete se Renzi sarà il mio candidato come prossimo Premier… Beh, non lo so, per adesso gli devo riconoscere di aver acceso la miccia di un dibattito che fino a ieri mi faceva solo sbadigliare.

Let’s keep in touch e vediamo che succede. Il futuro politico italiano si fa più interessante.

Tradire la speranza in un futuro migliore

Una lettura molto interessante:

http://www.project-syndicate.org/commentary/sundaram8/Italian

Quando mio padre, ormai circa 35 anni fa, iniziò a lavorare, giovanissimo, in un piccolo comune del centro Italia, con i primi 4 stipendi riuscì a comprarsi una Cinquecento, e, badate bene, era un semplice impiegato, non aveva una laurea ed, anzi, era appena uscito da un istituto tecnico. Fate un po’ di conti? Quanti stipendi vi costa – oggi – un’auto di pari valore?

Il grande problema della politica di oggi, nei fatti, è la mancanza di prospettiva, come abbiamo detto ormai tante volte. Come potete leggere nell’articolo di cui sopra, il tentativo (peraltro vano, per adesso) di dare risposte rapide ed immediate ai problemi attuali impedisce la progettualità ed incancrenisce la speranza dei più. Il tempo perso è andato, non è recuperabile.

Come possiamo ancora credere in un sistema economico che, come hanno testimoniato vari reportage comparsi qua e là nei giornali americani (e non solo), ha chiesto agli Stati (e dunque alla politica) di essere salvato da se stesso, ma che si è accontentato di qualche semplice farmaco anti-influenzale e che, non appena la febbre è passata, ha ricominciato a pagare a peso d’oro quelle stesse figure che avevano portato il mondo nel suo complesso e la realtà sociale sull’orlo del baratro?

Torniamo alle riflessioni di  qualche settimana fa, alla fine dei conti. Chi ha detto che il debito sovrano è IL problema? Chi ha detto che è LO spauracchio da scacciare con ogni mezzo? Perché i politici non si accorgono che il vero problema è garantire un reddito dignitoso, ed ancorché duraturo, per i giovani, che rappresentano il vero motore della produttività e dell’efficienza dell’economia reale (che alla fine dei salmi è l’unica che conta).

Pensiamoci, gente, perché domani, di questo passo, anche l’auto nuova diverrà un miraggio… ammesso e non concesso che già non lo sia!