Archivi tag: Portogallo

Grecia. Default.

Per la quinta volta in 200 anni la Grecia è andata in default.

La International, Swaps & Derivative association (Isda) guidata da Dallara, ha dato il via libera alla liquidazione dei cds, a seguito delle clausole di applicazione collettiva (CAC) che hanno “imposto” la ristrutturazione del debito per i creditori privati recalcitranti.

Dunque, non avendo assistito ad una (completa) ristrutturazione volontaria, si assiste ad una ristrutturazione forzosa, un vero e proprio default, per quanto ordinato.

Insomma, dopo aver versato fiumi d’inchiostro ed averne sentite di cotte e di crude, volenti o nolenti, siamo arrivati alla constatazione di uno stato di fatto: la Grecia non era e non è in grado di onorare tutti i suoi debiti per cui, comunque la giriamo, è fallita.

Le colpe sono senza dubbio molte. Ovvio, il peccato originale è dei vari governi greci e di un sistema paese ormai sull’orlo del baratro, ma dovremmo alzare lo sguardo e renderci conto che una buona dose di responsabilità dovrebbe essere ascritta ai politici e tecnici europei che, prima, non sono stati in grado di accorgersi che i conti dei greci non erano a posto al momento dell’ingresso nell’Euro e, dopo, non sono stati in grado di gestire in tempi ragionevoli una ristrutturazione che ormai era inevitabile. Ciò ha fatto sì che il problema greco, un problemuccio di una delle tante periferie d’Europa, diventasse il problema dell’EZ e trascinasse con sé quei paesi che avevano una mole corposa di debito resa instabile da un tasso di crescita stentato.

Personalmente, e non me ne vogliano coloro che hanno perso bei soldi in obbligazioni greche, prendo con sollievo la notizia. Almeno adesso abbiamo dimostrato al mondo che in Europa qualcosa si decide, nel bene e nel male. Pur ribadendo le mie perplessità sulle modalità con cui siamo giunti a questa decisione, pur non sentendomi – da semplice investitore privato – rappresentato da questo Isda, pur ribadendo che siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di una debolezza politica ormai cronica, sono contento che ci siamo tolti questo dente.

Ora attenzione! Gli squali annusano il sangue del Portogallo… Vediamo di non cucinare un altro haggis in salsa british! Chi ha orecchi per intendere…  

Annunci

Waterloo… Caporetto… E chi più ne ha più ne metta

20120113-235326.jpg
Quando andavo a scuola, i professori dicevano a mia madre: “Il ragazzo è bravo, ma se s’impegnasse, potrebbe dare di più”. Mia mamma tornava a casa, mi faceva un bello shampoo, io da quel momento ci davo dentro e tutto sommato i risultati sono arrivati. Cosa sarebbe successo se quegli stessi professori non mi avessero dato alcuna possibilità di riprendermi? Probabilmente a quest’ora non sarei riuscito a costruire granché di buono.
Ecco, il professor S&P oggi ha deciso che l’Europa è praticamente da cestinare. Secondo me, è arrivata l’ora di mandare qualche ispettore a casa di quel tizio e mettergli un po’ di paura.
Siamo sempre alle solite, siamo sempre a parlare di agenzie di rating, purtroppo.
A questo punto è chiaro infatti che c’è un vero e proprio accanimento nei confronti dell’Ue, anzi, signori, siamo proprio sotto attacco! Badate bene, non è il voto in sé che deve farci incazzare, è la modalità e la tempistica in cui arriva che è criminale. Ormai era nell’aria infatti che i francesi avrebbero perso la tripla A, che il Portogallo è ad un passo dal default e che Italia e Spagna fossero destinate come minimo agli esami di riparazione, ma non in questi termini ed in questi modi.
Appare ridicolo infatti che questi tizi americani possano decidere a piacimento, come abbiamo già detto, quando e come calare la scure e tagliare le teste dei condannati.
Quel che è successo oggi è gravissimo, tanto più perché avvantaggia, o almeno non svantaggia, solo un paese nel mondo, gli Stati Uniti che, guarda caso, lunedì prossimo avranno la borsa chiusa per il Martin Luther King day. Abbiate pazienza, questa è evidenza di dolo!
Se non dovessero uscire novità dirompenti nel corso di questo fine settimana, con molta probabilità le borse mondiali lunedì accuseranno il colpo mentre gli Stati Uniti se ne staranno bellamente a godersi la festa… Pace all’anima del buon Martin!
Quando finirà questa ridicola pantomima? Giusto ieri il buon Obama ha presentato un disegno di legge per innalzare ulteriormente il tetto del debito, come al solito, dimostrando che gli americani fanno come vogliono in barba a tutto il resto del mondo ed alla faccia di coloro che, come noi europei, si svenano pur di arginare la spesa facile ed il debito pubblico. Ora, per quanto sia legittimo per un paese sovrano come gli USA stampare tutte le banconote che vuole e fare una politica di deficit spending agguerrita, io comincerei a rendergli pan per focaccia iniziando a ripargarli con la stessa moneta, anzi, impegnandomi a non comprare più neanche un T bill!
C’è poco da fare, questi giocano sporco, ormai hanno scommesso al ribasso sulla nostra moneta e la nostra stabilità e ci bombardano a loro piacimento, con ondate di vendite short sulle nostre banche a mercati aperti e con mezzi istituzionalmente convenzionali come le agenzie di rating al limite della legalità che si muovono sul terreno sporco dei conflitti d’interesse. Alla faccia del patto Atlantico e dei nostri morti in guerre che gli americani hanno scatenato!
Ebbene sì, oggi sono proprio incazzato! Per quanto ancora dovremo scontare il debito di riconoscenza che viene dal Piano Marshall? Per quanto ancora dovremo essere succubi?
Badate bene, qui non è in gioco l’antiamericanismo, il comunismo o il giustificazionismo nei confronti del terrorismo. Qui non è in gioco nessun -ismo!
Si tratta solo di abbandonare l’ipocrisia, di tendersi la mano quando se ne ha bisogno oppure tirarsi indietro, senza rimorsi. Se, come lo zio Sam ci sta dimostrando, gli Stati Uniti continueranno a perseguire una politica egemonica con i più biechi mezzi del signoraggio economico sarà bene che l’Europa cominci seriamente a guardare al Pacifico piuttosto che al caro vecchio Atlantico.

Emergenza democratica

La crisi greca prima e l’incendio italiano oggi (com’è stato definito dall’Economist nello splendido editoriale dal quale è stata tratta l’immagine qui sopra) ha messo a nudo i limiti della democrazia continentale. Sia chiaro, non siamo di fronte a rischi di autoritarismo, o di ritorno ad un qualche tipo di regime, bensì siamo di fronte ad una stagione realmente nuova nei rapporti tra il cittadino – l’elettore – e la rappresentanza politica – gli eletti.

Quanto abbiamo visto nelle ultime settimane con le dimissioni di Papandreou prima e di Berlusconi ha reso esplicita una cesura netta, che finora avevamo potuto solo intuire nei casi di Irlanda e Portogallo, tra la rappresentanza politica ed il popolo elettore.

Ciò che è avvenuto, che è diretta conseguenza di una chiara debolezza politica ed ancor di più economica di questi paesi (sovrani), è la caduta di governi non per sfiducia nelle sedi parlamentari, non per sommovimenti popolari, ma a causa di una “coazione” (passatemi questo termine cacofonico) dei paesi “virtuosi” dell’Eurozona veicolata dalla forte pressione del Mercato, per quanto quest’ultimo abbia come preda vera (si deve star sempre attenti a parlare di predatori e prede quando si parla del Mercato…) l’intera Ue con le sue debolezze prima politiche e poi economiche.

Come, giustamente io credo, fa notare l’Economist, dopo il G20 della scorsa settimana, sono caduti due grandi tabù che hanno aperto scenari nuovi, e che senza dubbio non erano stati preventivati quando sono stati redatti i trattati costituenti l’Unione Europea. Dopo Cannes, in effetti, è stato chiaro che, da un lato, un paese membro può andare in default e di conseguenza lasciare l’Eurozona (ed in quel caso il soggetto in questione era la Grecia), dall’altro, che la politica comunitaria può agire deliberatamente nella politica interna di uno dei membri (il commissariamento dell’Italia e la pressione verso le dimissioni del Governo).

Ora, al di là dei giudizi di merito, che senza dubbio dovranno essere affrontati visto che ormai il polverone è stato sollevato, è chiaro che gli eventi ha soverchiato lo scenario democratico dell’Europa. I cittadini, infatti, in nessuna delle due situazioni sono stati chiamati ad esprimere il loro parere su quale sarebbe dovuta essere la via d’uscita (politica) allo stallo venutosi a creare. Nei fatti, quel faro di eguaglianza, laicità, e di mutuo soccorso, che dovrebbe essere la nostra casa Europea è come se avesse applicato una qualche legge marziale, un diritto di guerra nel quale l’occupante comanda in nome e per conto del popolo… popolo al quale, però, viene sospeso ogni diritto politico.

Pare brutto parlare così, eppure eppure, non è accaduto qualcosa di molto diverso. Non neghiamocelo.

Certo si può obiettare: right now the emphasis needs to be on firefighting, come fa notare l’Economist. Ed è sacrosanto, io credo. Combattiamo l’emergenza, con l’emergenza, salviamo il salvabile, ed è sia la medicina giusta, per quanto amara. Quando il fuoco sarà spento (sperando che della casa non resti che un cumulo di macerie!), dovremo contare i danni, ed iniziare a ricostruire. Sarà allora che il popol(in)o sarà ri-chiamato ad esprimersi sull’operato dei pompieri e della protezione civile, come l’ha chiamata qualcuno.

Se vogliamo che ognuno di noi non ricostruisca SOLO la propria casa, isolata da quella degli altri, e con regole proprie, dobbiamo accelerare il processo di integrazione europea, dobbiamo far capire alla comunità (vera), ai cittadini europei, che al di là delle differenze, al di là del virtuoso e del vizioso, al di là del biondo e del moro, al di là di quello del nord e di quello del sud, siamo tutti nella stessa barca e che una vera democrazia rappresentativa a livello continentale sarà possibile solo se basata su solide regole di politica monetaria, di bilancio comune e su quella Costituzione Europea, che ormai si è arenata dopo i mille referendum nei quali ha ottenuto sonore sberle.

Un tedesco potrebbe dirmi: “è facile parlare per te che sei italiano e che hai solo da guadagnare nel mutuare le buone pratiche di noi virtuosi.” Io, senza vergogna, gli direi di star bene attento perché con questi chiari di luna anche la sua casa non è al sicuro dato il sistema economico sanguinario che stiamo vivendo e che solo con una massa di almeno mezzo miliardo di persone – forse e ripeto forse – si può competere con le potenze emergenti e con gli Stati Uniti.

Non so se esista una leva in grado di spingere tutti noi europei verso l’accordo, ma voglio credere che ci sia. Certo, mettere da parte i nazionalismi è ben più difficile che andare sulla Luna, ma forse tra un paio di generazioni… Il vero problema è che non abbiamo tutto quel tempo, per cui diamoci una mossa e, per quanto viviamo in tempi non “troppo” democratici, sfruttiamo l’emergenza per conoscerci meglio, e magari legarci in modo più stretto e forte… Potremmo diventare gli “angeli del fango (metaforico, ovviamente) della democrazia europea”!

Ma – ahimé – forse è davvero solo un sogno.

Lo vogliamo fare o no questo passo verso l’Europa?

Non ci facciamo spaventare dal faccione di quella signora a sinistra.

Oggi più di ieri abbiamo bisogno di Europa. Di un’Europa vera, di una politica comunitaria coesa e di leader convinti.

Ho avuto modo di sbirciare un report di UBS (sì, quella banca elvetica che si è fatta “fottere” 2,5 mld di euro da un singolo trader…sigh…). Secondo questa analisi, il costo per l’intera Comunità Europea, in caso di fallimento del nostro caro Euro, si aggirerebbe nell’ordine delle migliaia di miliardi (sempre di Euro, s’intende) a fronte di un costo dell’ordine di “sole” centinaia di miliardi di euro per stabilizzare l’ormai cronica crisi dei debiti sovrani e la crescita asfittica.

Ora, pur prendendo col beneficio del dubbio questi dati, mi sembra un chiaro caso in cui dovremmo farci prestare il rasoio dal caro vecchio Ockham… solo una scelta è evidentemente percorribile. Non ci sono dubbi.

Ma come fare?

Mi sono già dilungato più volte, e non smetterò finché avrò voce. C’è bisogno di credere nel progetto Europa, c’è bisogno di mettere da parte le rendite dei nostri cortili per cominciare a coltivare in modo estensivo “questa grande penisola ad ovest del continente asiatico”.

La Grecia è fallita. Basta. Non nascondiamocelo più. L’Irlanda mostra deboli segnali di ripresa, il Portogallo no, la Spagna ha una disoccupazione galoppante, l’Italia ha una situazione politica avvilente. Tutto vero, ma possibile che non si possa uscire da questa impasse? No, io non ci credo.

La parola che viene ripetuta ormai come un mantra, ed a ragione, è “crescita”. Il problema è che chi la pronuncia fa davvero poco per metterla in atto. Certo non lo fa il nostro Governo, che oggi più di ieri dovrebbe responsabilmente andare a casa, certo non lo fa la Merkelona, che pensa solo ai suoi problemi interni e neppure Sarkò, i cui campioni nazionali vengono continuamente impallinati dai mercati.

E allora, ripeto, come fare?

Dobbiamo fare scelte forti, dure, e che nel breve periodo appaiono senza dubbio impopolari. La situazione non si risolve con l’austerità e basta (come dimostra la Grecia).

In Italia dobbiamo dare speranza a quella generazione – i trentenni – che se avessero soldi da spendere lo farebbero. Tenere a lavoro un sessantenne che non ha più alcuna “fame” di lavorare non ha senso. Tenere a casa un giovane, magari anche preparato, che avrebbe una gran voglia di emanciparsi dalla famiglia ha ancora meno senso. Avere 900 e passa parlamentari, migliaia di consiglieri regionali, provinciali, comunali, enti e municipalizzate, ecc. non ha senso se non rispettano i canoni dell’efficacia e dell’efficienza. Mantenere monopoli perché ritenuti “strategici” non ha senso quando i servizi sono scarsi, avvilenti, costosi e antieconomici.

Via sù, dilungarsi avrebbe poco senso, se poi non scendiamo nel dettaglio delle questioni. Facciamo così, chiunque legga e voglia commentare sarà bene accetto. Ripartiamo da qui e vediamo che cosa possiamo tirar fuori, poi facciamo circolare le idee, magari qualcuno potrebbe ritenerle interessanti e cominciare a valutarle.

Sarebbe un primo piccolo vero passo verso l’Europa.