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L’eterno ritorno

Una settimana senza scrivere e ri-eccoci.

L’eterno ritorno dell’uguale. L’Italia non ha e non avrà mai la possibilità di uscire dal pantano in cui sta sprofondando se, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, dobbiamo sempre assistere ai medesimi teatrini. Per una settimana non riesco a scrivere e quando trovo un po’ di tempo gli argomenti di cui parlare son sempre gli stessi. Un governo che si affloscia, una classe politica che si preoccupa solo della propria sopravvivenza, un’economia che stagna e che porta con sé un progressivo aumento della tensione sociale in un contesto in cui solo i più forti sopravvivono.

Un mio buon amico mi ha fatto notare che il Monti degli ultimi tempi, pur ricevendo le lodi del WSJ che lo paragona alla Iron Lady, ha rinnovato la deprecabile prassi del “sono stato frainteso” il cui copyright appartiene di diritto al vecchio Silvio. Il ministro Fornero (come ama farsi chiamare!), e con lei tutta la pletora delle parti sociali, stanno a “baloccarsi” e battibeccarsi con le questioni attinenti l’Art. 18 continuando imperterriti a cercare di togliersi la pagliuzza dagli occhi senza accorgersi (apparentemente, o piuttosto volutamente) di essere ormai ciechi.

Intanto, intanto, escono le statistiche sulle dichiarazioni dei redditi 2010 e cadiamo tutti dal pero… Toh, guarda, in Italia siamo poveri, ma soprattutto l’evasione esiste, ed è un problema. Ma no, che novità! Eppure c’è chi ancora dice che i dati vanno interpretati e che non rispecchiano la vera distribuzione della ricchezza e che… E che Gesù è morto dal sonno…

Poi c’è la politica. Toh, forse si svolta. C’è un primo accordo sulla riforma della legge elettorale. Ebbene, invece di guardare avanti, ci mettiamo nelle condizioni di buttare a mare tutto quanto visto finora. Bene, direte voi, peggio del Porcellum non si può fare. Peccato che la bozza di riforma sia strumentale a ricreare un clima da Pentapartito in puro stile Prima Repubblica. Tanto vale, dunque, che andiamo a riesumare Craxi e lo riportiamo a Roma.

Ah già, poi ci sono i costi della politica. Giusto oggi si parlava di cancelleria. Ogni nostro deputato e senatore riceve un litro di colla liquida l’anno. Per fare cosa? Un’idea me la sono fatta sinceramente. Credo che serva loro per appiccicarsi alle poltrone, ma non ditelo in giro! Altrimenti se ancora ci dovesse essere qualcuno che ancora non ha capito perché riceve quel flacone, comincerà ad usarlo!

E poi? E poi c’è l’inflazione che da noi, in proiezione annuale, arriverà al 4,4% (la media europea è al 2,7%, ed in Europa, vi ricordo, ci sono anche Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda), eppure ad ottobre porteremo l’IVA al 23% e contestualmente stiamo rinnovando e rinnoveremo decine di contratti collettivi di lavoro scaduti senza concedere il benché minimo aumento a quei lavoratori dipendenti che sono gli unici che pagano TUTTE le tasse sul reddito perché non possono fare diversamente, e che sono i primi a soffrire dell’impennata dei prezzi.

E la crescita? No, quella dimentichiamocela. Il buon Ministro dello Sviluppo Economico, Passera, ha detto che non arriverà prima del 2013. Peccato si sia dimenticato di dire che a dicembre finirà il mondo!

Un buon fine settimana per tutti voi! E che Pangloss sia con voi… Io l’ho mandato a quel paese da tempo, magari voi riuscirete a farvelo amico!

La dinamica dei rendimenti

Parliamo di btp e di bund.

Argomento trito e ritrito per carità, ma l’andamento dei tassi dei titoli di stato decennali dei vari paesi europei registrati nell’ultimo mese sono da analizzare. Partiamo dai dati di fatto, guardiamo ai btp da una parte ed ai bund dall’altra. Ecco, i titoli teutonici mostrano un rendimento effettivo che non ripaga neppure l’inflazione prevista nei 10 anni, come a dire che gli investitori riflettono ancora un timore di fondo che li porta al flight to quality, ad una corsa alla qualità che dimostra come si sia disposti a pagare una “tassa sulla sicurezza” (definizione che devo a Onado de lavoce.info) piuttosto che avere un qualche rendimento di lungo periodo. D’altra parte, il ripiegamento dei rendimenti dei btp italiani, che a differenza del grafico sopra pare ormai stabilmente sotto al 6%, rivela come con molta probabilità la crescita smisurata nei tassi degli ultimi mesi fosse dovuta solo ad una forte speculazione da parte dei mercati che avevano visto nel nostro paese la catena debole del potere politico prima ed economico poi dell’EZ.

Ora, al solito, non è tutto oro quel che luccica, anzi, mi pare che ci sia parecchio ottone a giro. Ma in che senso? L’impressione degli analisti è che il rischio connesso ai bund sia sottopesato, mentre sia ancora sopravvalutato quello italiano. Ciò però non significa che la situazione italiana sia stabilizzata e nel lungo periodo, ma neppure che gli eccellenti dati macro tedeschi possano essere garanzia contro ogni possibile sconvolgimento futuro.

La cautela è dunque d’obbligo, ma si comincia a sentire più di una voce dire che uno spread attorno ai 400 punti sia ancora troppo grande e sarà destinato a ridursi, tutto però starà nel vedere se si ridurrà perché caleranno i rendimenti dei btp (e dunque per meriti italiani) o perché saliranno quelli dei bund (e dunque per demeriti tedeschi). L’impressione è che un fair spread per il 2012 possa essere attorno ai 300 punti, con rendimenti dei titoli di stato italiani al 5% e tedeschi al 2%, ciò renderebbe meno oneroso il servizio del debito italiano e allineerebbe il costo del rischio connesso alla AAA tedesca (in terra Europea…) più ragionevole.

Chi vivrà, vedrà… Se non altro speriamo che questo burian che in questi giorni sferza le terre dello stivale porti via con sé qualche altro punticino di quel vituperato spread che ormai è la parola più (ab)usata di questi ultimi mesi!

Countdown to the implosion?

Il tizio che vedete in foto è Nuoriel Roubini. In America è famoso per due motivi: è stato uno dei pochi ad intravedere la crisi subprime, che gli ha valso senza dubbio la notorietà oltre a due non troppo invidiabili soprannomi, Dr Doom e Cassandra ed è un gran party man. E beato lui, mi viene da dire!

Le sue fosche previsioni, in effetti, hanno fatto un ulteriore passo in avanti negli ultimi mesi tant’è vero che nell’ultimo Global Outlook che egli ha pubblicato, compare una data di default per l’Italia che coincide con gli ultimi trimestri del 2013.

Insomma, ottime prospettive per inziare l’anno nuovo!

L’analisi può essere riassunta in poche battute: la difficoltà ed onerosità nel rifinanziamento del debito pubblico, l’effetto contagio dell’uscita della Grecia dall’Euro (che Roubini stima per la fine di questo anno), la disoccupazione, l’incapacità di rilanciare i consumi privati, per mancanza di fiducia, e pubblici, per gli stringenti vincoli di bilancio, fanno sì che l’Italia si trovi ormai su una china insormontabile che non può essere scongiurata e che quindi richiederà una ristrutturazione del debito. Un default bello e buono.

Ora, non che Roubini sia nuovo ad affermazioni del genere, anzi, già mesi fa, in effetti, aveva affermato che l’unica strada efficace per rilanciare nel medio-lungo periodo l’Italia era ristrutturare fin da subito il debito pubblico. La novità del momento è, però, “la data di scadenza” che ci ha appioppato.

In effetti, stando a quanto riportato in questa difficile quanto interessante analisi: http://www.economonitor.com/edwardhugh/2011/12/26/italy-braces-itself-for-the-full-monti/ le prospettive del Bel Paese sono decisamente fosche e, al solito, torniamo sempre a ragionare intorno agli stessi problemi: l’inefficienza del lavoro che  porta ad un costo esoso per unità prodotta (a fronte, peraltro di una retribuzione mediocre del lavoratore), l’invecchiamento tendenziale della popolazione e la disoccupazione giovanile, la mancanza di crescita del sistema Italia, l’inflazione connessa alle misure di austerity, la mancanza di competitività ed il tracollo delle PMI, il rallentamento dell’immobililare e la stagnazione del credito, e chi più ne ha più ne metta.

Per quanto, però, mi stia mangiando il fegato, e rosichi a vedere quel che c’è fuori dai miei confini (ben sapendo comunque che molti all’estero stanno peggio di me, sia chiaro!), voglio continuare a credere nel nostro paese! Voglio che smentiamo la Cassandra! Voglio dimostrare ai profeti che il futuro si costruisce non si aspetta come fosse un destino ineludibile!

E, visto che oggi il sole mi mette di buonumore… Fanculo anche ai Maya! Che il 2012 sia radioso per ciascuno di noi e che il 2013 sia ancora meglio! Alla faccia del pessimismo cosmico!

Corsi e ricorsi…

Conoscere il passato non è assolutamente garanzia per il futuro, su questo non ci piove. È pur sempre vero però che è bene conoscerlo – e non dimenticarlo! – perché spesso quanto è avvenuto nel passato può darci interessanti chiavi di lettura per quello che può succedere nel futuro.

A tal proposito, vi propongo una lettura interessante, che potete trovare in lingua originale qui (http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931) oppure, se vi fidate, leggerne una mia traduzione (per quanto raffazzonata) di seguito:

Nella crisi del debito di oggi, la Germania rappresenta gli Stati Uniti del 1931
La storia della Germania mostra che imporre il declino economico ad altre nazioni induce ad immagazzinare problemi per il futuro

“Un paese che affronta un abisso economico e politico. Il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità, si assiste ad enormi tagli nel pubblico impiego e le tasse vengono drasticamente aumentate, l’economia crolla ed il tasso di disoccupazione esplode, la gente lotta per strada mentre le banche collassano ed il capitale internazionale abbandona il paese. È la Grecia nel 2011? No, la Germania del 1931.
Il capo del Governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning. Il “cancelliere della fame” tagliò per decreto le spese del governo per decreto, ignorando il parlamento mentre il PIL cadeva senza freni. Due anni dopo Hitler avrebbe preso il potere, otto anni più tardi sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale. La situazione politica di oggi è ben differente, ma le analogie economiche sono spaventose.
Come nei paesi in crisi di oggi, il problema fondamentale della Germania del 1931 era rappresentato dal debito estero. Gli Stati Uniti erano il più grande creditore della Germania, i cui debiti erano denominati in dollari americani. Dalla metà degli anni ’20, il governo tedesco aveva preso in prestito all’estero – contraendo così debiti esteri – ingenti somme per far fronte al pagamento dell’oneroso debito di guerra imposto da Francia e Gran Bretagna. Quel medesimo debito estero – si ricordi – aveva finanziato i ruggenti anni ’20 della Germania, il boom economico scaturito dopo l’iperinflazione del 1923. Come Spagna, Irlanda e Grecia nei nostri anni, il risveglio della Germania degli anni ’20 era stato causato da una bolla nel credito.
La bolla puntualmente scoppiò quando i mercati finanziari degli Stati Uniti crollarono nel 1929. Investitori e banche furono colpite duramente, persero fiducia ed ridussero i loro rischi, specialmente ritirando gli investimenti in asset europei. I flussi di credito verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria si fermarono all’improvviso. Gli investitori americani, non fidandosi più, non volevano più marchi tedeschi, bensì solo dollari, moneta – ahimé – che la banca centrale tedesca, la Reichsbank, non poteva stampare. Il ritiro in massa di dollari dalla Germania – soprattutto dai depositi nelle banche tedesche – condusse rapidamente all’esaurimento delle riserve valutarie della Reichsbank.
Per poter ottenere dollari, la Germania avrebbe dovuto trasformare l’enorme deficit delle partite correnti in un surplus. Ma, come accade nei paesi in crisi oggi, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi di cambio fissi, il gold standard, e non poteva svalutare la propria moneta. Si scelse di abbandonare il gold standard ed il cancelliere Brüning ed i suoi consiglieri economici iniziarono a temere che gli effetti di una forte svalutazione della moneta avrebbero condotto ad un replay del 1923, all’iperinflazione.
Senza liquidità in dollari dall’estero, l’unico modo per il governo di ribaltare i saldi correnti era quello di tagliare costi e salari. In due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Aumentò le tasse e tagliò i salari e le spese di welfare di fronte ad una montante disoccupazione ed una crescente povertà. Il PIL scese del 8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione crebbe del 30%, e il denaro continuò a fluire fuori dal paese. Le partite correnti passarono così da un enorme deficit ad un piccolo surplus.
Il problema però era che a quel punto non c’erano più abbastanza dollari disponibili nel mondo. Nel 1930 il Congresso degli Stati Uniti aveva introdotto la tariffa protezionistica Smoot-Hawley che teneva le importazioni fuori dal paese. I paesi con debiti denominati in dollari erano così tagliati fuori dal mercato degli Stati Uniti e non potevano così ottenere i soldi necessari ad onorare i loro debiti. La situazione non migliorò neppure quando il presidente Hoover propose una moratoria di un anno per tutti i debiti esteri tedeschi. Alla moratoria si opposero sia la Francia – che pretendeva il pagamento delle riparazioni di guerra – sia il Congresso degli Stati Uniti. Quando nel dicembre del 1931 alla fine tale moratoria fu approvata ormai era troppo poco e troppo tardi.
Nell’estate del 1931, infatti, le banche tedesche avevano cominciato a cadere causando sia una stretta creditizia che la necessità di grandi pacchetti di aiuti pubblici per salvare i gruppi più grandi. Le banche dovettero essere chiuse ed il governo tedesco dichiarò il default. La moratoria di Hoover ed la politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, arrivarono troppo tardi: fallimenti e disoccupazione permisero ai nazisti di guadagnarsi terreno politico.
I paralleli con la situazione economica di oggi sono spaventosi: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire politiche di austerità feroci imposte dalla pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari al fine di ribaltare i saldi correnti da deficit a surplus, ma il tasso di disoccupazione in Grecia è al 18%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 12% ed in Spagna addirittura al 22%. E coloro che potrebbero aiutare non fanno abbastanza. La Germania ed i banchieri centrali tedeschi chiedono drastica austerità e danno soltanto aiuti insufficienti in cambio – troppo poco e troppo tardi, anche in questo caso.
Molto si sarebbe guadagnato dalla Germania nel 1931 se gli Stati Uniti – e anche la Francia – avessero fornito la liquidità necessaria alle banche ed al governo tedesco. Forse la radicalizzazione politica sarebbe stata evitata. Per gli Stati Uniti, poi, coincise con la svolta isolazionista. Non vollero essere coinvolti nelle disordinate questioni europee.
Oggi la Germania gioca il ruolo degli Stati Uniti. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario ai paesi in crisi: nel quadro del EFSF la Germania vorrebbe garantire solo fino a 211 miliardi di euro di prestiti per ogni paese in crisi. Non è abbastanza. Nel 2008 le garanzie messe a disposizione per il solo sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.
La Germania sia attacca ancora al proprio surplus nelle partite correnti. Queste sono, per definizione, deficit per i paesi in crisi e dunque non consentono a questi ultimi di guadagnare i soldi necessari al servizio del loro debito. Inoltre, la Germania si oppone fieramente ad iniezioni di liquidità in questi paesi da parte della BCE. Gli economisti tedeschi ed i banchieri centrali si giustificano dicendo di dover scongiurare la minaccia dell’inflazione. Ecco che si mescolano le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e la deflazione del 1931 con conseguente crisi occupazionale.
Questo errore di giudizio può facilmente ritorcersi contro: la reputazione della Germania in Europa sta scemando, sono cresciute drasticamente le tensioni politiche nei paesi in crisi con forte disoccupazione, ed anche l’eventuale rottura dell’Eurozona potrebbe minacciare l’economia tedesca, soprattutto le sue banche e l’export.
Gli Stati Uniti impararono a proprie spese cosa significasse assumersi la responsabilità della stabilità economica del mondo. La Seconda Guerra Mondiale fu una delle conseguenze della crisi (economica) degli anni ’30, crisi che probabilmente avrebbe potuto essere evitata.
Dopo aver fallito nel tentativo di stabilizzare il sistema economico del mondo nei primi anni ’30, dal 1945 gli Stati Uniti iniziarono a capire come solo la cooperazione economica possa portare ad un mondo pacifico e prospero. Con il piano Marshall e l’apertura del proprio mercato alle esportazioni europee, è stato possibile per il Vecchio Continente ricostruire la propria economia distrutta e, nel frattempo, gli esportatori statunitensi hanno potuto giovare della fame dell’Europa per beni di consumo e d’investimento.
Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti sono stati leader nel commercio internazionale e nel sistema monetario – il sistema di Bretton Woods – che ha garantito la prosperità economica e un mercato libero basato sull’equità sociale ovvero i prerequisiti per le democrazie sociali.
Sia il pubblico che i politici tedeschi dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nell’interesse di lungo periodo della Germania. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del suo potere nel dettare il declino economico delle altre nazioni (europee). L’alternativa è la stagnazione economica e l’aumento delle tensioni tra i paesi dell’area euro. Il verdetto ancora non è scritto, ma una cosa è certa: coloro che non sono disposti ad imparare dalla storia, sono destinate a ripeterla.”

Al solito… Riflettiamo gente, riflettiamo!

Che coraggio Presidente!

Primo intervento di Draghi da Presidente della BCE.

Per chi fosse interessato…

http://www.ecb.int/press/pressconf/2011/html/is111103.en.html

Che dire?

I conti li faremo più avanti, in fondo in politica monetaria gli effetti non si vedono nel brevissimo periodo, comunque sia il taglio dei tassi è un fatto ed un taglio effettuato in una fase in cui l’inflazione cresce è coraggioso. Speriamo tu possa dare un po’ di fiducia all’Eurosistema. Per adesso hai fatto la tua parte, ora tocca ai governanti muoversi.

In bocca al lupo Governatore!

Si apre l’era di Marione alla BCE. Non un’era fortunata, almeno per ora, e non certo per colpa sua.

Tra Eurobond, EFSF, controllo dell’inflazione e incentivi alla crescita, ma soprattutto “unione economica”, le sfide del delfino di Ciampi non sono certo facili.

Gli auguro le migliori fortune, in fondo non mi sembra peggio di tanti altri che calcano senza meriti i palcoscenici della politica dei nostri giorni, ed in fondo ne va anche del mio futuro in quanto cittadino italiano (ed europeo).

Guardando a casa nostra, non siamo ancora riusciti a trovare il successore, e non c’è bisogno di ricordarne i motivi. Pare che domani il dominus di Arcore si pronunci.

Spero, sinceramente, che chiunque assuma lo scranno che fu di Marione lo faccia con la stessa dedizione ed impegno, senza farsi tirare per la giacchetta dalla nostra classe politica, che per gran parte non sa neanche cosa sia e rappresenti la Banca d’Italia.

Insomma, in bocca al lupo Governatore, e ricorda che bisogna vincerle le sfide di cui sopra, non basta partecipare. Partecipare in questo caso è peggio che perdere.