Archivio mensile:giugno 2012

Europa. Periferia del mondo che conta?

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Come anticipato sabato, le elezioni greche sono andate secondo copione. Qualche difficoltà in più c’è stata alla riapertura dei mercati di lunedì, ma con i rialzi di ieri e di oggi, possiamo dire che un rimbalzino c’è stato. Ora, senza scendere nei dettagli, vi basti sapere che siamo comunque ben lungi dall’aver invertito il trend. La debolezza di Wally, sulla scorta delle parole di Bernanke, ed il muro a 13800 punti sul nostro listino, non danno molte speranze. Non è però di questo che voglio parlare.

Voglio soffermarmi sulla foto di cui sopra. Dopo averla vista e dopo aver letto i resoconti di un G20 più sotto tono del solito, mi è sorta una domanda. Dove sono i nostri leader? Dov’è l’Europa?

La risposta è tanto semplice quanto cruda. L’Europa è esattamente dove si vede in foto. E dove? E com’è messa?

Frammentata, ma soprattutto “alla periferia del mondo che conta”. Sarà un caso, forse, ma come potete vedere non ci sono leader europei in prima fila, alcuni addirittura non si vedono. Ripeto, sarà un caso, ma considerando quanto la politica mondiale “ci tenga alla forma”, il fatto che i nostri rappresentanti non siano uniti e non siano in alcun modo in primo piano, un po’ fa riflettere. Voi non pensate?

In effetti, Obama che disdice l’incontro con i vertici Ue, i BRICS che fanno la voce grossa, la Merkel che continua imperterrita nella sua campagna pro-rigore, Hollande che dice che gli Eurobond sono una cosa di là da venire, e infine il portavoce di Rehn che bolla come semplice palliativo la proposta di Monti di comprare i bond dei periferici tramite l’EFSF-ESM, sono tutti segnali di un’incapacità decisionale che si è fatta cronica e che colpisce, manco a dirlo, chi in questo momento avrebbe bisogno di una mano forte, cioè noi europei, tutti.

Se ormai l’Europa è relegata in un angolino di mondo, dunque, come possiamo tornare alla ribalta?
Ci vuole realpolitik e coraggio, ci vogliono interventi rapidi, in primis la tutela dei depositi a livello Ue ed una disciplina fiscale comune che non sia un mero fiscal compact quanto piuttosto un più ampio e complesso growth compact, ma soprattutto ci vuole una guida politica che batta il ritmo e imponga a tutti di remare dalla stessa parte. Siamo pronti ad accettare tutto questo? Se lo siamo, allora abbiamo già intrapreso la strada giusta per tornare ad essere parte integrante del nuovo scenario mondiale, se non lo siamo, allora lasciamo ogni speranza e velleità, che è meglio.

La solita sporca domenica

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Non scrivo da qualche giorno.
Fortunatamente le ferie sono arrivate e con queste del sano tempo libero per riflettere e mettere insieme le idee dopo giorni frenetici.
Di cosa parliamo?
Carne al fuoco ce n’è tanta, ma ormai tutti aspettano quel che succederà domani in Grecia.
Già, ma cosa succederà?
Mi sbilancio. Non succederà granché, ma il solo fatto che ci sia la possibilità che qualcosa accada, genera aspettative enormi.
Forse mi sto contraddicendo. Forse l’aria della bellissima isola dell’arcipelago toscano dove mi trovo mi fa perdere il senno. Forse.
Come minimo i miei pur pochi lettori si meritano qualche parola più assennata.
Ho l’impressione che domani la Grecia voti per la permanenza nell’euro. I greci voteranno contro la dracma, ma soprattutto si prostreranno alle richieste dell’Ue che DEVE dare l’impressione di essere in grado di spegnere l’incendio.
Lunedì poi i mercati festeggeranno, gli spread dei periferici si ridurranno e tutti saremo felici e contenti. Ma… Come direbbe il Trap: “Non dire gatto…”
Insomma, sarà vera gloria?
Non lo credo affatto. I problemi di fondo restano e checché ne dica il nostro caro Monti, l’impatto psicologico non basterà da solo a far cambiar rotta ad un’Europa che ormai assomiglia molto alla Costa Concordia… Sì, ora avete anche capito dove sono in ferie…

Non dico altro, per ora. Aspettiamo gli eventi e facciamo i conti.

Don’t give up, Europe

Alienazione, straniamento, perdita di speranza e coscienza dei propri mezzi.

Questa è la situazione di noi, giovani, nati in Italia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80.

Metteteci il terremoto, i dati sulla disoccupazione record usciti venerdì, le borse e la continua emorragia di capitali dalla periferia d’Europa, il cattivo gusto della parata del 2 giugno ed infine il papa in forma elettorale a Milano. Mescolate tutto ed otterrete una sbobba vomitevole che vi farà passare la fame.

Che c’entra tutto questo con lo stato d’animo di una generazione? C’entra, eccome se c’entra. Non c’è bisogno di andare a scomodare premi Nobel (per inciso, andate a leggervi qui le parole di una vera mente illuminata) per accorgersi che il clima “comanda” e guida l’agire umano. No, non sto parlando del clima atmosferico (per quanto ci siano svariati studi che correlano la metereologia con il comportamento umano…), ma dell’aria che si respira nel nostro paese prima ancora che nella nostra Europa.

Quella che si aprirà domani sarà l’ennesima settimana campale della crisi dell’Eurozona. Una guerra di trincea ormai che vede scontrarsi creditori e debitori, ma dove, come succede sempre nelle guerre di posizione, nessuno dei contendenti riesce a prevalere. A differenza di quanto avviene sul campo di battaglia, però, qui la questione sarebbe molto più semplice se solo si riuscisse a ragionare concretamente, in modo pragmatico. Il problema se volete è che non esiste il problema. Scusate il giro di parole, ma se vi fermate a pensare tutto apparirà più chiaro. Debitore e creditore sono due facce della stessa medaglia. Uno non può vivere senza l’altro. Il debitore non vive se non ha i soldi del creditore ed il creditore non vive se non impiega i suoi soldi.

Abbiamo già lungamente parlato di unione politica dell’Europa e non voglio tornarci sopra, ma è un fatto che un sistema in cui i titoli tedeschi (quelli del creditore) danno una rendita negativa non può andare avanti all’infinito (stessa cosa si può dire per i rendimenti stratosferici dei periferici, ovviamente). E la Germania questo lo sa, e i PIIGS questo la sanno. Lo devono sapere.

Vogliamo avere un futuro, vogliamo darlo ai nostri figli? Questo è IL problema. Il futuro non può prescindere dall’Europa unita, io credo. Non può prescindere oggi più di ieri da un vero e proprio piano Marshall per le giovani generazioni, che sarebbero pronte a spendere, a fare debito, a credere nel domani, se solo potessero avere il lavoro.

In periodi bui e tempestosi dovremmo ripartire, tutti e dico tutti, da quel motto che è stato prima motore dello sviluppo americano e poi il mantra della ricostruzione post-Fukushima giapponese, quel don’t give up che può nascere solo infondendo fiducia e speranza e dimenticandoci degli artifici contabili, dell’austerity e delle ridicole regole di bilancio imposte da quelli che oggi (e forse solo oggi…) sono i ricchi, i creditori, i “bravi”, quelli che s’innalzano a paladini dell’equità e del bon ton.

Abbiamo tutte le carte in regola per fare il grande passo. Fatica, sudore e sangue non mancheranno, ma se non manchiamo di coinvolgere i nostri giovani nella (ri)costruzione di un’Europa più vera, possiamo farcela.

E allora, forza Europa, non mollare!