Archivio mensile:maggio 2012

Ma che paese è?

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Ma che paese è l’Italia?
Via, spiegatemelo voi perché io non riesco a farmene una ragione.
Calciopoli bis, Vallettopoli, Ruby gate, P2, P3, P alla n, Silvio in una teca di vetro, Lusi, The family, Bisignani a vedere il tennis, e poi?
Via, potete sbizzarrirvi. Se non altro, la cosa divertente (ed avvilente!) è che a questo gioco potete dilettarvi nel dire un qualsiasi nome che abbia a che fare con lo Stato, o con le “strutture” di esso, e come per magia vi compare un caso su cui discutere, un fatto da analizzare, un sotterfugio per imbrogliare e prendersi gioco del popolino.
Non che vada meglio altrove, diamine, un Montezemolo od un Marchionne qualsiasi potrebbero prenderla male. Via, diamo a Cesare quel che è di Cesare!
A tal proposito, oggi l’Oscar dell’uomo senza vergogna viene vinto da Enrico Cucchiani, l’ad di Intesa San Paolo, l’uomo che ha sostituito Passera. Durante l’assemblea degli azionisti oggi si è alzato un ometto – che ha tutta la mia stima e simpatia – che ha chiesto senza paura al Cucchiani come giustificasse l’aver percepito giusto 66 mila € di stipendio per una settimana di lavoro in Intesa nel 2011. Fate voi i conti… Più o meno in un anno ci sono 250 giorni di lavoro…
Ecco che l’uomo senza vergogna ha risposto senza scomporsi e sbrodolando una serie di numeri riguardo alle retribuzioni medie dei banchieri europei, ai multipli delle banche, ecc. e concludendo con quanto di più italico ci possa essere. Una sonora cazzata.
“Certamente sono un privilegiato non ho avuto figli e conduco una vita sobria. I soldi che risparmierò certamente non me li porterò appresso ma li lascerò in beneficienza. In questo modo cercherò di restituire parte del beneficio che ho ricevuto”.
Oh, ora sì, siamo tutti più felici! Ama il prossimo tuo…
Ah già, badate bene, queste dovrebbero essere le grandi menti in grado di far ripartire l’Italia.

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Stati Uniti o Divisi… d’Europa?

La domanda è dirimente.

La situazione di stallo che ci stiamo portando dietro da mesi non può durare in eterno. Ci sarà necessariamente un momento di rottura e saremo di fronte ad un bivio. Non ci sono soluzioni alternative, non ci sono terze vie, non c’è una soluzione più semplice di un’altra e ciascuna soluzione comporta costi, rischi e difficoltà. Ripeto, una sola cosa è certa però: o si va da una parte o si va dall’altra.

Non so se sia corretto parlare di europeismo, parola che sa tanto di ideologia, ma mi sembra corretto dire, fin da subito che sono europeista.

Ora, cerchiamo di capirci qualcosa, cerchiamo di argomentare le due strade, che corrispondono a due posizioni così che ciascuno faccia le proprie valutazioni.

Partiamo dall’analisi dello status quo. L’Europa è una babele. Tante lingue quante sono le bandiere degli stati nazionali. Realtà sociali e produttive diverse in ogni stato nazionale e di conseguenza ciascuno con una bilancia dei pagamenti estremamente variegata. Non esistono barriere doganali e si ha una moneta unica, l’Euro ed una banca centrale sovranazionale. Questa situazione, evidentemente, è fragile, estremamente fragile. La crisi del debito sovrano emersa negli ultimi anni ne è la prova: non può sopravvivere un soggetto economico con al suo interno “il diavolo e l’acqua santa”, una bilancia dei pagamenti “virtuale” che è data dalla sommatoria delle bilance statali, che è denominata in euro, ma che presenta al suo interno debiti e crediti la cui sovranità, ahimé, è nazionale (appartenente ai singoli stati).

Prima o poi il modello implode… E ci siamo molto vicini.

Dunque ci sono due strade, o facciamo un grande stato a livello continentale con un governo, un parlamento, un sistema produttivo, un mercato del lavoro, ecc. oppure facciamo a meno dell’Euro, e dell’Europa, e ciascuno va da sé.

Vediamo.

La prima soluzione, che io auspico, lo dico e lo ripeto, comporta che ciascuno stato sovrano rinunci a buona parte se non a tutta la propria sovranità, si facciano elezioni europee, si uniscano tutte le realtà nazionali.

Qui si aprono due ordini di problemi. Il primo, e più difficile da risolvere, è la questione meramente politica. Siamo disposti in Italia, in Germania, in Finlandia, ecc. a “parlare (politicamente) la stessa lingua”? Siamo disposti a mettere da parte il patriottismo nazionale, a favore dell’internazionalismo (parola che sa tanto di socialismo ottocentesco e ammesso che sia giusto definirlo così). A questo problema non c’è risposta. Si possono fare tutti i sondaggi del mondo, ma una risposta a questa domanda potrebbe venire solo dalle urne. Solo i cittadini europei potrebbero dire si o no all’integrazione. Il secondo problema e tutto economico. Unire gli stati vorrebbe dire mutualizzare debiti e crediti, trasformare la BCE in una vera banca centrale, vero prestatore di ultima istanza, ma anche unificare il mercato del lavoro e il welfare. Si badi bene, i pro di questa scelta sarebbero in primis la cancellazione del problema debito, che scomparirebbe d’un colpo e una più equa redistribuzione della ricchezza. I contro però, che non sono da poco, riguardano appunto la redistribuzione. In una prima fase, i paesi periferici di oggi, diventerebbero in modo ugualmente veloce la periferia d’Europa, i paesi core, invece, diventerebbero più ricchi di quanto già non siano. Perché? Semplice. Il denaro in un mercato libero si muove verso i poli più attrattivi (economicamente parlando, verso coloro che hanno una bilancia commerciale in attivo), dove, di conseguenza, assisteremmo ad un aumento dei salari e dei prezzi. Noi, come ho sentito dire più volte, in questa prima fase, potremmo diventare la “Calabria d’Europa”, i salari scenderebbero e con loro i prezzi. Salvo però assistere nel medio/lungo periodo ad un riequilibrio della situazione in quanto la bilancia dei pagamenti quella è, la moneta quella è, il mercato interno pure, ecc.

La seconda soluzione è l’abbandono dell’Euro come moneta unica. Punto.

Se dal lato politico questa soluzione sarebbe più semplice, non ugualmente lo sarebbe da quello economico.

Politicamente sarebbe tutto più semplice perché ognuno andrebbe per la sua strada, chi con la propria grandeur, chi con il proprio orgoglio patriottico, chi con le sue regole, chi con le proprie mancanze. Soluzione semplice, è vero, ma soluzione che sarebbe assolutamente antisociale e anti-europea. A quel punto potremmo porci la domanda: perché abbiamo buttato via sessant’anni di storia dal dopoquerra ad oggi?

I veri problemi, però, nascono sul piano economico e da lì si propagano. Tutti i paesi periferici col ritorno alla propria moneta vedrebbero i propri debiti e crediti convertiti nella nuova valuta. Alcuni paesi vedrebbero apprezzare la propria valuta (i paesi con bilancia commerciale in attivo), altri invece vedrebbero una forte svalutazione delle proprie monete (PIIGS in testa), con annessa notevole incazzatura degli investitori esteri! Avremmo dunque una frattura, almeno nel breve/medio periodo. Alcuni paesi farebbero certamente default, altri, i ricchi, si arricchirebbero. La difficoltà a quel punto sarebbe forte per i periferici che a quel punto dovrebbero far di tutto per risalire la china. Forse potrebbe non trovarsi molto male l’Italia che ha una bilancia pressoché in pareggio, ma Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia dovrebbero svalutare di brutto la propria moneta imponendo un impoverimento generalizzato della popolazione e innescando così tensioni sociali difficilmente quantificabili. Alla lunga, anche in questo caso, non è detto che non possano riprendersi, anzi. L’Argentina è la prova che è possibile farcela, ma a quale costo?

In effetti, in una situazione del genere per l’Italia dovremmo fare un discorso a sé. La propria forza nell’export è evidente, ma potrebbe reggere l’impatto di un ritorno alla lira solo con riforme strutturali (che forse da soli non siamo in grado di fare, come abbiamo dimostrato negli ultimi 30 anni) e tali da riavviare un mercato interno (lato produzione e lato consumi) che sarebbe più asfittico, almeno nel breve periodo, di quanto non lo sia già adesso.

Insomma, dove volete andare? Quale strada scegliete?

Pensateci con attenzione, ma fate presto, il tempo stringe.

Energia

Cos’è l’energia?

L’energia è l’attitudine o la capacità di un corpo o di un sistema a compiere un lavoro.

Di cosa stiamo parlando. Potreste pensare che voglia tediarvi con un trattato di fisica invece, come al solito, parliamo di politica e di economia. Questa mattina ho avuto modo di sfogliare il magazine mensile del Sole24Ore, IL. Come al solito, una bellissima rivista impreziosita questo mese da uno slogan, un aforisma che si deve ad Alexander Hamilton (l’uomo che vedete nelle banconote da 10 dollari):

“L’energia dell’esecutivo rappresenta una caratteristica principale di buon governo. Un esecutivo debole implica un’azione di governo parimenti debole. E debole azione di governo non è altro che un nome per cattiva azione di governo”.

Non venite a dirmi che non pensate immediatamente all’Italia, al Governo italiano. Con buona pace di Monti, più passano i giorni e più quel salvifico governo tecnico che avrebbe dovuto liberare l’Italia da quel colossale nodo gordiano in cui è stretta da almeno un paio di decenni da una classe politica corrotta ed inetta, si rivela essere un governo d’impiegati, più che di professori, che mantengono lo status quo ante.

Se siamo stati noi a caricare di troppo peso un governo a tempo o se invece Monti, di fronte ad una situazione incancrenita, abbia perso la verve ed i buoni propositi dei primi giorni, sarà la storia a dircelo. Se i governi tecnici siano in sé il sintomo della malattia della democrazia italiana incapace da sempre di evolversi e bisognosa di badanti esterne per mantenere se stessa nei momenti difficili, saranno i posteri a dircelo. Vero è, però, che ad un’azione di governo (tecnico o politico che sia) debole corrisponde una cattiva ed inefficace azione di governo che porta ad una costante e pervasiva sfiducia e si spengono quegli “spiriti animali” tanto cari agli economisti.

Eccoci al titolo dunque. L’energia. Come poterla sprigionare, come poter tornare a mostrare il lato migliore di noi, come poter ritrovare la coesione, la voglia di vivere, l’orgoglio di un paese ferito. Questo è il problema.

Nei momenti più difficili, quando si tocca il fondo, volenti o nolenti, si DEVE ripartire. E per questo l’esempio deve venire dall’alto. La parola che deve farci guardare avanti non è crescita, ma fiducia. Sveglia Monti, sveglia! La fiducia è l’energia, non si ha crescita se si spegne il morale del popolo. Vogliamo credere in una possibilità di uscita, vogliamo vedere una luce in fondo al tunnel, o almeno vogliamo credere che ci possa essere una luce in fondo al tunnel.

Gli italiani chi con il voto, chi con l’astensione, hanno da tempo iniziato a mandare chiari segnali a Monti, al Governo tutto e soprattutto ai propri policymakers. E’ ora che qualcuno inizi ad ascoltarli.

Vogliamo chiudere con la Seconda (e la Prima) Repubblica. Vogliamo chiudere con quel concetto di politica che non è bene comune e libertà dell’individuo, ma rendita di posizione e fame di potere, vogliamo chiudere con i professionisti della politica come li abbiamo conosciuti in questi ultimi decenni in cui la parola politica è stata sinonimo di combine, malaffare ed in generale affarismo.

Non vogliamo che la tensione sociale sfoci in atti autolesionistici ed autodistruttivi, eppure i semi della distruzione sono già sotto gli occhi di tutti. C’è bisogno di energia, c’è bisogno di sudore e fatica, anzi, siamo arrivati al punto in cui vogliamo sudore e fatica che, oggi, non ci sono più (in mancanza di lavoro).

Le circostanze certo non ci aiutano, ma non possiamo sempre scegliere il campo in cui giocare e la squadra da sfidare. Credo che abbiamo le carte in regola per vincere la partita, ma se l’allenatore in primis dà segni di cedimento, allora… Che sia il caso di esonerarlo?

May the Force…

… be with us!

Parafrasando Guerre Stellari…

In bocca al lupo alla signora Kraft, il cui cognome è tutto un programma. Vediamo se Hollande in Francia e la Kraft nel Nord-Reno Vestfalia riescono a restituire un po’ di coraggio, un po’ di vero coraggio, ed un po’ di umanità al nostro disastrato continente. E speriamo che possano rivitalizzare la spenta sinistra italiana.

Che l’Europa dell’austerità abbia le ore contate?

Un auspicio. Una speranza.

It’s the end of the world…

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And I feel fine! Cantava un Michael Stipe in splendida forma.
Non credo di poter dire lo stesso, non credo che ci si possa svegliare dall’incubo in cui siamo caduti (e intrappolati).
Pessimista? No, sbagliate. Sono assolutamente realista.
Ci credete che se non fosse stato per la vittoria di Hollande e la scomparsa di Sarkò dal panorama europeo, non avrei trovato una ed una sola notizia positiva negli ultimi 10 giorni.
Che sta succedendo? Siamo di fronte alla fine del mondo oppure con la primavera, con la natura che sboccia, con la vita che riparte, ecc. siamo di fronte alla fioritura di tutto quel che di più marcio c’è nella realtà sociale ed economica europea? Non sarà forse che aver concimato il nostro orticello con prodotti malsani ed inquinanti stia portando alla progressiva sterilizzazione del nostro bel campo?
Come storicamente avviene quando le istituzioni consolidate latitano e non riescono a dare risposte concrete, quando la crisi morde e la stagnazione sia economica che istituzionale è evidente, il popolo risponde prima con lo spaesamento, poi con la protesta, ed infine con il rifiuto dell’istituzione come tale aprendo le porte al baratro dell’antipolitica prima e del radicalismo poi.
Ecco che l’Europa di questi ultimi tempi è la prova provata, la fotografia di quanto vi sto dicendo. In particolare, in base a dove vorrete guardare, sarete in grado di distinguere i livelli degenerativi di cui vi sto parlando.
Guardate la Francia. La vittoria di Hollande è un voto di protesta contro un governo che ha minato la grandeur française. Un voto di alternanza mosso prima di tutto dalla paura, dallo spaesamento di perdere tanto di quel potere conquistato in passato.
Guardate l’Italia. La perdita di credibilità delle istituzioni, la perdita di consenso dei partiti di governo e lo stallo dei “professori” hanno condotto alla vittoria del partito (anzi no, del “movimento”) di Grillo che, per carità, predica molto bene, dice tante e tante cose giuste, ma alla prova dei fatti ancora non ha mostrato granché di buono. E se ci si mette anche Napolitano a farla fuori dal vaso, siamo a posto.
Guardate la Spagna. Ormai gli indignados “vivono” in piazza anche e soprattutto perché il lavoro non c’è. La protesta è perpetua.
Guardate infine la Grecia. Da quant’è che diciamo che è fallita? Da quant’è che i politici europei lo sanno e non fanno niente? Da quanto provano a nascondere una malattia che ormai si è fatta metastasi? Ecco, guardate attentamente alla Grecia. Il voto ha riportato la frammentazione e, peggio, ha portato il paese in mano alla sinistra radicale, agli anti-europeisti, dopo la rinuncia a formare il nuovo governo del primo partito di centro-destra… E non è ancora detto che siamo arrivati alla fine visto che il terzo partito sono i neo-nazisti ed ecco che l’eventualità di un’ulteriore tornata elettorale si fa sempre più pressante… E, visto che parliamo di Grecia, il ritorno dei militari non è poi così lontano dalla realtà.
E allora?
E allora l’è banda, come dicono dalle mie parti!