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La massaia di ritorno dall’Europa

Unknown

Rispettosa massaia della palude: “Sono veramente indignata che si siano dimenticati di portare rispetto ad un loro iscritto (ed ex-premier) oltre che “statista illuminato”. La presenza di Monti poi mi è sembrata poi offensiva nei suoi confronti. Poverino.

Vero è che, dopo le uscite dei giorni precedenti, pensavo lo mettessero contro un muro e che a turno tutti i rappresentanti del PPE presenti operassero qualsivoglia forma di denigrazione verso la sua persona, ma alla fine gli è andata meglio di così… In fondo, galleggia ancora…

Certo, il fallimento del centro destra italiano appare evidente a (quasi) tutti e, se mai ce ne fosse stato bisogno, ora abbiamo pure la certificazione europea di tutto ciò! Spero sia la fine di quell’accozzaglia di partito al cui interno c’erano insieme anime europeiste, leghiste, ecc. e che, per tenerle insieme, si è sempre “traccheggiato scientificamente” in modo da garantire poltrone ed interessi, più o meno leciti, dall’ex-premier in giù.

Il mio auspicio è che con questa mossa del PPE l’adorazione del Silvio si concluda. Si concluda l’esperienza di questa politica la politica autoreferenziale, ripeto, fatta di una campagna elettorale permanente segnata da assenza di contenuti e coerenza. Sarei contento se da qui in avanti si avesse una politica degna di questo nome, a destra al centro e a sinistra, dove si evidenziassero le proprie convinzioni nel rispetto degli altri e con unico scopo finale il bene dell’Italia tutta. Sarebbe la fine del mondo se poi si capisse di dover guardare lontano ed indirizzare oltre la scadenza dei singoli mandati i piani di sviluppo così da rendere partecipe la popolazione. Sarebbe l’inizio di uno nuovo, a mio avviso auspicabile per tutti, scenario politico. In quest’ottica mi sembra che Monti si trovi decisamente nella cerchia degli “innovatori” e quindi la sua presenza mi sembra del tutto positiva in questa fase. 

Se si realizzasse questo cambiamento nella politica forse anche chi pensa che va bene rubare e fare i propri interessi tanto “così fan tutti”, potrebbe cominciare a sentirsi meno a suo agio e meno incentivato a percorrere questa strada. Questa è la forza, secondo me, degli esempi positivi.

A tal proposito, c’è un detto sul quale D’Alema potrebbe riflettere. Il detto recita: “meglio un buon nemico che un cattivo amico”. Parlando di fanta politica: tra un centro sinistra guidato da Vendola e un centro destra guidato da Monti mi troverei oggettivamente sicuramente in ambasce. Mi pare che Baffino pensi più alla campagna elettorale stile vecchio governo (e al suo futuro) che all’Italia e che se fosse stato zitto sarebbe stato meglio per il PD.

Su Monti ha già parlato Napoliano per tempo e sono d’accordo con te che il premier non faccia niente di scorretto né trami losche coalizioni. Con chi poi? La Lega, Silvio, ma via su! Mi sembra ancora fantapolitica! Ergo nella legalità farà quello che riterrà opportuno, e mi sbilancio dicendo che forse quello che farà sarà più nell’interesse dell’Italia di quanto non abbiano fatto tutto il PdL e la Lega in questi anni.

Torno un attimo a Baffino. Se vuole essere utile al partito e alla DEMOCRAZIA si risparmi queste uscite “Silviostyle” e dia mano al partito nelle primarie per il parlamento che non sono banali da realizzare, visti i tempi. L’avete mai visto così accalorato per fare una nuova legge elettorale? Ed una sul conflitto di interessi?

Bei numeri poi quelli che ci hai snocciolato riguardo al debito. Mi piacciono tutti quegli zeri in fila. Io direi che per cominciare dovremmo restare sulla strada intrapresa, riprendiamo anche quelle leggi bloccate dal PdL. Partito di sveglioni quello, che dopo aver appoggiato le tasse, si è accorto che l’Italia stava andando a rotoli. Quando c’è stato da votare le leggi riguardo alle frequenze televisive erano attenti, quando invece ci si preoccupava del taglio delle spese della politica che tutti gli italiani chiedevano, si sono magicamente addormentati.

Gradirei ancora una cosina tra le tante da fare. Il giorno dopo l’insediamento del nuovo governo, voglio una patrimoniale sostanziosa. Voglio che gli introiti vengano reinvestiti il prima possibile (magari con tempi teutonici!) e divisi per settore d’intervento: una metà volti alla riduzione dei debiti dello stato verso le imprese in base al rapporto debito/fatturato e una metà in base agli investimenti fatti dalle aziende in tecnologie atte a migliorare l’efficienza (energetica in primis). E da qui, anno per anno, aggiustare il tiro mantenendo come obiettivi principali l’energia, l’ambiente e l’export”.

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Il crepuscolo degli “austerici”?

Concentrato com’ero in questi giorni sulle italiche vicende, ho taciuto – colpevolmente – riguardo ad un evento che forse, e dico forse, potrebbe nel medio-lungo periodo mettere un freno al declino cui tutti stiamo assistendo.

L’evento in questione è la rielezione di Obama.

Come saprete il 6 novembre scorso Obama ha vinto le elezioni americane assicurandosi così altri 4 anni di governo degli Stati Uniti.

Ecco, per quanto in questi giorni la politica americana verta tutta e solo sul tentativo di scongiurare il fiscal cliff, quel baratro fiscale in cui è stata ficcata dal secondo scellerato mandato di Bush, il fatto che Obama si sia garantito un secondo mandato, a mio modo di vedere, può essere l’unico barlume di speranza per scongiurare il predominio di quelli che Krugman (economista premio Nobel) chiama “austerici” e l’impatto delle loro politiche depressive.

Ormai è un fatto acclarato che in Occidente la dottrina economica dominante sia il rigore, ovvero il tentativo, che finora si è rivelato devastante, di rianimare un infartuato con un grappino, per usare una metafora calzante. In America come in Europa si è pensato di risolvere il problema del debito, deflagrato dopo la crisi subprime, riducendo forzosamente le spese statali e imponendo un’elevata tassazione sui cittadini. Il risultato, ahimé, è sotto gli occhi (e nelle tasche…!) di tutti, la domanda aggregata è crollata, la disoccupazione galoppa e le economie occidentali stagnano, o peggio, crollano.

In questo quadro desolante, un presidente democratico che abbia dalla sua altri quattro anni di mandato, non abbia l’assillo della rielezione e abbia sotto gli occhi i risultati tutto sommato deludenti del quadriennio precedente, potrebbe essere la soluzione.

Se andate indietro di oltre un anno, abbiamo parlato diffusamente di politiche economiche non convenzionali (vi rimando al post “Siamo dannatamente fottuti?” dell’agosto 2011), ecco, forse oggi, con una situazione ancor più grave e incancrenita di un anno fa, Obama potrebbe rappresentare la speranza di ribaltare quel pensiero dominante che offusca le menti di policy makers, giornalisti e uomini della strada.

L’austerità non è la soluzione e Obama è l’unico che, nonostante le barricate che troverà al Congresso, possa accendere la luce sugli errori che i governi occidentali stanno perpetrando ormai da troppo tempo. Lo Stato serve e serve tanto più in depressione, quando la domanda che viene dai cittadini è modesta se non assente, la fiducia è sotto i piedi e non ci sono player a livello globale in grado di assorbire l’output dell’economia occidentale.

Per l’Europa sarà una questione ancor più difficile rispetto all’America, ma il “presidente nero” potrebbe ri-cominciare a fare da esempio innescando quel circolo virtuoso che nella storia ha permesso all’Occidente di uscire dalle situazioni più difficili.

Barack, ascolta Christina Romer, che conosci molto bene:

“Le evidenze dimostrano più che mai che la politica fiscale conta; che lo stimolo fiscale aiuta l’economia a creare nuovi posti di lavoro; e che la riduzione del deficit di bilancio rallenta la crescita, quantomeno nel breve periodo. Eppure, queste evidenze non sembrano trovare riscontro nel processo legislativo”.

e infine Krugman:

“Ciò che impedisce la ripresa è una mancanza di lucidità intellettuale e di volontà politica. Ed è compito di tutti coloro che possono fare la differenza […] fare tutto ciò che è in loro potere per rimediare a quella carenza. Possiamo mettere fine a questa depressione: dobbiamo reclamare politiche che vadano in quel senso, a partire da oggi stesso”.

Barack, regalaci una speranza cui aggrapparci, fa che il 2013 sia l’inizio del crepuscolo degli austerici.

Stati Uniti o Divisi… d’Europa?

La domanda è dirimente.

La situazione di stallo che ci stiamo portando dietro da mesi non può durare in eterno. Ci sarà necessariamente un momento di rottura e saremo di fronte ad un bivio. Non ci sono soluzioni alternative, non ci sono terze vie, non c’è una soluzione più semplice di un’altra e ciascuna soluzione comporta costi, rischi e difficoltà. Ripeto, una sola cosa è certa però: o si va da una parte o si va dall’altra.

Non so se sia corretto parlare di europeismo, parola che sa tanto di ideologia, ma mi sembra corretto dire, fin da subito che sono europeista.

Ora, cerchiamo di capirci qualcosa, cerchiamo di argomentare le due strade, che corrispondono a due posizioni così che ciascuno faccia le proprie valutazioni.

Partiamo dall’analisi dello status quo. L’Europa è una babele. Tante lingue quante sono le bandiere degli stati nazionali. Realtà sociali e produttive diverse in ogni stato nazionale e di conseguenza ciascuno con una bilancia dei pagamenti estremamente variegata. Non esistono barriere doganali e si ha una moneta unica, l’Euro ed una banca centrale sovranazionale. Questa situazione, evidentemente, è fragile, estremamente fragile. La crisi del debito sovrano emersa negli ultimi anni ne è la prova: non può sopravvivere un soggetto economico con al suo interno “il diavolo e l’acqua santa”, una bilancia dei pagamenti “virtuale” che è data dalla sommatoria delle bilance statali, che è denominata in euro, ma che presenta al suo interno debiti e crediti la cui sovranità, ahimé, è nazionale (appartenente ai singoli stati).

Prima o poi il modello implode… E ci siamo molto vicini.

Dunque ci sono due strade, o facciamo un grande stato a livello continentale con un governo, un parlamento, un sistema produttivo, un mercato del lavoro, ecc. oppure facciamo a meno dell’Euro, e dell’Europa, e ciascuno va da sé.

Vediamo.

La prima soluzione, che io auspico, lo dico e lo ripeto, comporta che ciascuno stato sovrano rinunci a buona parte se non a tutta la propria sovranità, si facciano elezioni europee, si uniscano tutte le realtà nazionali.

Qui si aprono due ordini di problemi. Il primo, e più difficile da risolvere, è la questione meramente politica. Siamo disposti in Italia, in Germania, in Finlandia, ecc. a “parlare (politicamente) la stessa lingua”? Siamo disposti a mettere da parte il patriottismo nazionale, a favore dell’internazionalismo (parola che sa tanto di socialismo ottocentesco e ammesso che sia giusto definirlo così). A questo problema non c’è risposta. Si possono fare tutti i sondaggi del mondo, ma una risposta a questa domanda potrebbe venire solo dalle urne. Solo i cittadini europei potrebbero dire si o no all’integrazione. Il secondo problema e tutto economico. Unire gli stati vorrebbe dire mutualizzare debiti e crediti, trasformare la BCE in una vera banca centrale, vero prestatore di ultima istanza, ma anche unificare il mercato del lavoro e il welfare. Si badi bene, i pro di questa scelta sarebbero in primis la cancellazione del problema debito, che scomparirebbe d’un colpo e una più equa redistribuzione della ricchezza. I contro però, che non sono da poco, riguardano appunto la redistribuzione. In una prima fase, i paesi periferici di oggi, diventerebbero in modo ugualmente veloce la periferia d’Europa, i paesi core, invece, diventerebbero più ricchi di quanto già non siano. Perché? Semplice. Il denaro in un mercato libero si muove verso i poli più attrattivi (economicamente parlando, verso coloro che hanno una bilancia commerciale in attivo), dove, di conseguenza, assisteremmo ad un aumento dei salari e dei prezzi. Noi, come ho sentito dire più volte, in questa prima fase, potremmo diventare la “Calabria d’Europa”, i salari scenderebbero e con loro i prezzi. Salvo però assistere nel medio/lungo periodo ad un riequilibrio della situazione in quanto la bilancia dei pagamenti quella è, la moneta quella è, il mercato interno pure, ecc.

La seconda soluzione è l’abbandono dell’Euro come moneta unica. Punto.

Se dal lato politico questa soluzione sarebbe più semplice, non ugualmente lo sarebbe da quello economico.

Politicamente sarebbe tutto più semplice perché ognuno andrebbe per la sua strada, chi con la propria grandeur, chi con il proprio orgoglio patriottico, chi con le sue regole, chi con le proprie mancanze. Soluzione semplice, è vero, ma soluzione che sarebbe assolutamente antisociale e anti-europea. A quel punto potremmo porci la domanda: perché abbiamo buttato via sessant’anni di storia dal dopoquerra ad oggi?

I veri problemi, però, nascono sul piano economico e da lì si propagano. Tutti i paesi periferici col ritorno alla propria moneta vedrebbero i propri debiti e crediti convertiti nella nuova valuta. Alcuni paesi vedrebbero apprezzare la propria valuta (i paesi con bilancia commerciale in attivo), altri invece vedrebbero una forte svalutazione delle proprie monete (PIIGS in testa), con annessa notevole incazzatura degli investitori esteri! Avremmo dunque una frattura, almeno nel breve/medio periodo. Alcuni paesi farebbero certamente default, altri, i ricchi, si arricchirebbero. La difficoltà a quel punto sarebbe forte per i periferici che a quel punto dovrebbero far di tutto per risalire la china. Forse potrebbe non trovarsi molto male l’Italia che ha una bilancia pressoché in pareggio, ma Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia dovrebbero svalutare di brutto la propria moneta imponendo un impoverimento generalizzato della popolazione e innescando così tensioni sociali difficilmente quantificabili. Alla lunga, anche in questo caso, non è detto che non possano riprendersi, anzi. L’Argentina è la prova che è possibile farcela, ma a quale costo?

In effetti, in una situazione del genere per l’Italia dovremmo fare un discorso a sé. La propria forza nell’export è evidente, ma potrebbe reggere l’impatto di un ritorno alla lira solo con riforme strutturali (che forse da soli non siamo in grado di fare, come abbiamo dimostrato negli ultimi 30 anni) e tali da riavviare un mercato interno (lato produzione e lato consumi) che sarebbe più asfittico, almeno nel breve periodo, di quanto non lo sia già adesso.

Insomma, dove volete andare? Quale strada scegliete?

Pensateci con attenzione, ma fate presto, il tempo stringe.

Siamo più italiani di quanto credessimo?

… L’italiano medio crede nell’Italia?

Mi prenderete per folle eppure i dati pubblicati in questi giorni da Adusbef e basati su rilevazioni di Banca d’Italia fanno quantomeno riflettere.

Stiamo parlando dei volumi e dell’andamento dei rendimenti dei titoli di stato italiani, ma soprattutto stiamo parlando di quegli italiani che comprano e scommettono sull'”Azienda Italia”. Quel che emerge con chiarezza dagli ultimi 8 mesi di rilevazioni è che l’italiano medio ha avuto meno paura dello straniero medio ed ha fatto man bassa di titoli di stato comprandone molti di più di quanti in effetti siano stati venduti dai creditori esteri.

A fronte di un rendimento a tratti veramente preoccupante, si vedano in particolare le medie di novembre e dicembre, a differenza di quanto avremmo potuto pensare e di quanto ci propinassero i giornali, gli investitori privati italiani hanno tirato fuori il coraggio e l’orgoglio e hanno fatto incetta di titoli di debito statali.


Per la prima volta da molti anni a questa parte, oltre il 50% del debito in titoli di stato sul mercato (debito che ammonta a circa 1.600 mld/€) è in mano ad investitori italiani. Se si considera che fino ad un anno fa gli investitori esteri controllavano il 52% del nostro debito, non si può non definire un successo quanto sta avvenendo in questi ultimi mesi.

Insomma, siamo i primi azionisti di noi stessi!

Ora, ci sonodue facce di una medaglia, è bene ricordarlo. La faccia negativa è che se gli stranieri negli ultimi 6 mesi si sono liberati di oltre 57 miliardi di titoli italiani è un segno di forte sfiducia nel nostro Paese. Non siamo considerati affidabili e per questo molti stranieri hanno preferito dirottare i loro risparmi verso lidi più sicuri. Questo è forse l’ostacolo più difficile da superare: riconquistare la fiducia nei nostri confronti. Ben vengano dunque i viaggi all’estero del nostro Presidente del Consiglio!

La faccia positiva, invece, riguarda l’orgoglio nazionale; è un fatto, ed i numeri ne danno prova, che a fronte di una forte difficoltà gli italiani che hanno potuto permetterselo, si sono impegnati in difesa dell’Italia stessa. Per carità, rendimenti come quelli che si sono visti nell’ultima parte del 2011 facevano obiettivamente gola, tanto più se riconosciuti da uno degli 8 o 9 paesi più industrializzati al mondo, ma è innegabile che gli italiani, oltre che popolo di risparmiatori, si sono dimostrati “popolo di italiani” ed hanno “comprato italiano”. Non si tratta di un semplice giro di parole o di una captatio benevolentiae nei confronti dei miei concittadini, sia ben chiaro.

Perdonatemi anche se ho scritto troppe volte la parola ‘italiano’, ma un minimo di spirito nazionale e patriottico quando ci dimostriamo più uniti di quanto non appare nei media mi rende sinceramente orgoglioso… Sì… Orgoglioso di essere italiano!

In riferimento a qualche post fa… Impariamo dai giapponesi! Siamo sulla buona strada!

Ci stiamo arrampicando su uno specchio?

Nei giorni più freddi dell’anno, con l’Europa spazzata dai venti dell’est, si hanno i primi segnali di un cambio di stagione.

Con questo, ovviamente, non fate il cambio degli armadi!

Come ribadito dalle principali testate economiche mondiali, possiamo azzardarci ad affermare – con molta cautela – che non siamo più esattamente nel mezzo del guado e che cominciamo a vedere l’altra sponda.

Ma com’è possibile? Cos’è cambiato in modo così rilevante da poter giustificare affermazioni del genere? Semplicemente niente, o almeno così sembra. Come si può sostenere che la situazione sia mutata a tal punto da rivoltare le prospettive macro per l’Ue?

Ammesso e non concesso che io sia d’accordo con questa analisi, in questi giorni è un fatto che i toni delle dichiarazioni dei vari policymakers, ma soprattutto l’andamento dei mercati degli ultimi giorni, hanno mostrato un evidente cambio di stagione, indipendentemente dalle querelle sempre poco piacevoli che vediamo in Italia. Il perché comunque non è facile da individuare, non è così evidente come un semplice cittadino come me o come voi potrebbe aspettarsi. Vediamo di elencare in poche parole quali sono le operazioni positive ed effettivamente realizzate che ci fanno pensare di essere “oltre la metà dell’inverno”. Anzitutto, la pragmaticità di Draghi e del suo LTRO, la velocità di reazione del nuovo governo italiano, il progetto (discutibile) di fiscal compact europeo, la riduzione degli spread ed il relativo minor onere del costo del debito, la probabile soluzione (temporanea) al problema del default greco, la leggera ma costante crescita mese dopo mese degli occupati negli USA, l’interesse dei BRICS nel salvataggio dell’EZ.

Non sono affatto sicuro che questi dati di fatto siano sufficienti a farci sentire più confidenti riguardo al futuro, eppure il mondo attorno a noi sembra accogliere molto più favorevolmente di quanto non faccia io il mutare della situazione attorno a noi. Come me, e molto più autorevolmente di me, la pensano molte “Cassandre” della platea economicopolitica eppure le borse che generalmente anticipano i movimenti nell’economia reale sembrano scommettere che il 2012 seppure mostrerà un’effettiva contrazione nel PIL mondiale sarà l’anno della svolta e dell’inizio di una nuova primavera.

Bah, continuo ad essere dell’idea che finora abbiamo semplicemente riempito il serbatoio di un’auto guasta. Spero sinceramente di sbagliarmi, non vorrei che stessimo cercando di arrampicarci su uno specchio!

Waterloo… Caporetto… E chi più ne ha più ne metta

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Quando andavo a scuola, i professori dicevano a mia madre: “Il ragazzo è bravo, ma se s’impegnasse, potrebbe dare di più”. Mia mamma tornava a casa, mi faceva un bello shampoo, io da quel momento ci davo dentro e tutto sommato i risultati sono arrivati. Cosa sarebbe successo se quegli stessi professori non mi avessero dato alcuna possibilità di riprendermi? Probabilmente a quest’ora non sarei riuscito a costruire granché di buono.
Ecco, il professor S&P oggi ha deciso che l’Europa è praticamente da cestinare. Secondo me, è arrivata l’ora di mandare qualche ispettore a casa di quel tizio e mettergli un po’ di paura.
Siamo sempre alle solite, siamo sempre a parlare di agenzie di rating, purtroppo.
A questo punto è chiaro infatti che c’è un vero e proprio accanimento nei confronti dell’Ue, anzi, signori, siamo proprio sotto attacco! Badate bene, non è il voto in sé che deve farci incazzare, è la modalità e la tempistica in cui arriva che è criminale. Ormai era nell’aria infatti che i francesi avrebbero perso la tripla A, che il Portogallo è ad un passo dal default e che Italia e Spagna fossero destinate come minimo agli esami di riparazione, ma non in questi termini ed in questi modi.
Appare ridicolo infatti che questi tizi americani possano decidere a piacimento, come abbiamo già detto, quando e come calare la scure e tagliare le teste dei condannati.
Quel che è successo oggi è gravissimo, tanto più perché avvantaggia, o almeno non svantaggia, solo un paese nel mondo, gli Stati Uniti che, guarda caso, lunedì prossimo avranno la borsa chiusa per il Martin Luther King day. Abbiate pazienza, questa è evidenza di dolo!
Se non dovessero uscire novità dirompenti nel corso di questo fine settimana, con molta probabilità le borse mondiali lunedì accuseranno il colpo mentre gli Stati Uniti se ne staranno bellamente a godersi la festa… Pace all’anima del buon Martin!
Quando finirà questa ridicola pantomima? Giusto ieri il buon Obama ha presentato un disegno di legge per innalzare ulteriormente il tetto del debito, come al solito, dimostrando che gli americani fanno come vogliono in barba a tutto il resto del mondo ed alla faccia di coloro che, come noi europei, si svenano pur di arginare la spesa facile ed il debito pubblico. Ora, per quanto sia legittimo per un paese sovrano come gli USA stampare tutte le banconote che vuole e fare una politica di deficit spending agguerrita, io comincerei a rendergli pan per focaccia iniziando a ripargarli con la stessa moneta, anzi, impegnandomi a non comprare più neanche un T bill!
C’è poco da fare, questi giocano sporco, ormai hanno scommesso al ribasso sulla nostra moneta e la nostra stabilità e ci bombardano a loro piacimento, con ondate di vendite short sulle nostre banche a mercati aperti e con mezzi istituzionalmente convenzionali come le agenzie di rating al limite della legalità che si muovono sul terreno sporco dei conflitti d’interesse. Alla faccia del patto Atlantico e dei nostri morti in guerre che gli americani hanno scatenato!
Ebbene sì, oggi sono proprio incazzato! Per quanto ancora dovremo scontare il debito di riconoscenza che viene dal Piano Marshall? Per quanto ancora dovremo essere succubi?
Badate bene, qui non è in gioco l’antiamericanismo, il comunismo o il giustificazionismo nei confronti del terrorismo. Qui non è in gioco nessun -ismo!
Si tratta solo di abbandonare l’ipocrisia, di tendersi la mano quando se ne ha bisogno oppure tirarsi indietro, senza rimorsi. Se, come lo zio Sam ci sta dimostrando, gli Stati Uniti continueranno a perseguire una politica egemonica con i più biechi mezzi del signoraggio economico sarà bene che l’Europa cominci seriamente a guardare al Pacifico piuttosto che al caro vecchio Atlantico.

Brava Italia! 7 +

L’Italia ha superato l’esame di riparazione, secondo quanto affermato dalla professoressa Merkelona! Ciò non vuol dire che sia cambiato molto da qualche giorno fa, ma se non altro è un risultato rilevante.
I veri problemi, al solito, sono quelli di crescita, credibilità internazionale, integrazione a livello di Eurozona e liquidità sui nostri titoli di debito a tassi ragionevoli.
Domani la prima giornata campale. Parla Draghi e ci si aspetta che vengano annunciati interventi di politica monetaria non convenzionale. In effetti, il mercato va rassicurato. Il fatto che la Germania si finanzi a tassi negativi, significa che gli investitori hanno talmente paura di prendere perdite nell’investire nell’Ue da essere disposti a pagare qualcosa a patto di parcheggiare i propri soldini nelle casse dei “crucchi”!
Esiste poi il problema dei soldi necessari alla ricapitalizzazione delle banche core dell’Europa, e l’Italia da questo punto di vista è la più in difficoltà, si vedano i casi di Unicredit e del Monte dei Paschi!
Un pizzico di ottimismo in questo periodo gramo però ci voleva! Forza! Come ho già detto, la speranza dev’essere l’ultima a morire!
Per adesso vi lascio la bozza del nuovo trattato di stabilità della zona Euro. Dategli una lettura, riguarda la vita di ciascuno di noi: http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2012/01/Revised-draft-bozza-ue.pdf?uuid=f83a003a-3c64-11e1-9ba8-d86a5feed73e