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Chi è senza peccato, scagli la prima pietra

http://www.corriere.it/editoriali/12_luglio_13/perfetta-impudenza-galli-della-loggia_c7a2572c-cca8-11e1-a3bf-e53ef061f69e.shtml

Sono molto preoccupato. Non so se esserlo di più perché concordo e sottoscrivo con quanto espresso da Galli Della Loggia nell’editoriale di cui sopra oppure per il problema in sé che quell’editoriale esprime.

A parte l’ironia di dubbio gusto in un momento come questo, una domanda sorge quasi spontanea. Non è che dobbiamo rassegnarci e prendere atto che “la casta siamo noi”?

Sì, perché se ci pensate bene l’Italia è un paese democratico e se abbiamo votato e mantenuto per decenni una classe dirigente così gretta ad ogni livello del nostro apparato statale e non solo la colpa è nostra, prima di tutto. Se la pensiamo in questo modo, chiediamoci il perché di cotanta alienazione e accorgiamoci che ha fatto comodo più o meno a tutti un sistema così corrotto, una mentalità imprenditoriale da bottegai, un mero corporativismo sindacale, un welfare pieno di baby pensionati e un’amicizia di tipo collusivo, che ha rappresentato il valore fondante del nostro stato sociale.

Il giochino purtroppo si è rotto. E c’era da aspettarselo, aggiungo.

Adesso nessuno vuol restare col cerino in mano e tutti inscenano uno scaricabarile degno del teatro dell’assurdo, eppure nessuno pare accorgersi che il problema è più profondo e, come ho detto sopra, riguarda tutti perché tutti abbiamo in mano un po’ di quel cerino rimasto ormai spento.

Certo, come accade in ogni società che si rispetti, più si sale lungo la catena del comando più la quota di responsabilità si fa importante per cui sarebbe lecito chiedere prima di tutto ai nostri politici di dichiarare la loro colpevolezza. Un gesto che secondo me varrebbe molto. Un buon esempio di quelli di cui avremmo un gran bisogno.

Ho paura però che il problema sia più atavico. Per adesso niente è cambiato. Con la crisi, anzi, quella “perfetta impudenza” dei potenti di cui parla Della Loggia si percepisce forse più di prima in quel popolino che nelle difficoltà non cerca l’innovazione e la strada nuova per il cambiamento, ma si rifugia nell’ideale dell’ostrica di verghiana memoria, in quella che crede essere la sua dimensione, non accorgendosi che questa scelta lo condannerà ad un sicuro peggioramento del suo status.

Probabilmente la sotto-specie homo italicus del genere homo e della specie sapiens sapiens, che pure dovrebbe essere mossa da un naturale istinto di auto-conservazione, rischia l’estinzione, non riuscendo a rendersi conto di continuare a perpetuare comportamenti senza speranza.

Forse mi sbaglierò, ma ho paura che siamo sul ramo evolutivo sbagliato dell’albero di Darwin.

Versatilità o specializzazione?

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Alcuni anni fa, su un vecchio giornale di pesca, un noto giornalista del settore utilizzò il titolo che mi sono permesso di mutuare. Ferma restando la distanza siderale tra pesca ed economia, quell’articolo ha avuto il merito di scatenare in me una riflessione che di tanto in tanto riemerge in quel marasma della mia zucca e che va molto al di là della pesca.
Senza inerpicarmi sugli aspri pendii di un improbabile confronto tra pesca ed economia, il tema è evidentemente di attualità: nella realtà di oggi, nell’economia di oggi, chi vince? Il versatile o lo specialista? Quello bravino in molte “discipline” o quello “bravo” in una sola?
Non credo ci sia solo una risposta a questa domanda, sono un po’ relativista in fondo, ma quel che ho visto intorno a me, mi porta a pensare che in questo bailamme sia la specializzazione a prevalere, a differenza del senso comune secondo cui “si campa meglio se riusciamo a sbrigarcela un po’ qua un po’ là”.

Ma a che pro tutto questo preambolo?
Ho l’impressione che uno dei motori impliciti della crisi che stiamo vivendo, in Italia peggio che altrove, sia la scarsa competenza di buona parte dei policymakers, degli imprenditori e dei banchieri che avrebbero dovuto dare le risposte più concrete, fare le scelte più difficili, ma soprattutto assumersi le responsabilità connesse al ruolo che ciascuno di essi riveste.
Cosa sia successo, ahimé, è cosa nota. La pressappochezza, l’approssimazione, la scarsa preparazione, l’incapacità, ecc. hanno esacerbato la crisi e infine la prassi tutta italiana della “negazione dell’evidenza” ci ha condotto nel baratro.
Quel che voglio dire, alla fin fine, è che il pane deve essere fatto da un panettiere, il politico deve fare il politico, il banchiere deve prestare denaro, il gelataio deve fare il gelato, e così via.
A quanto pare, non sono il solo a pensarla così, e questo mi rincuora. Andate a leggervi questa intervista: http://www.corriere.it/economia/12_aprile_28/manca-basta-con-manager-finanzieri_9ed4fcf6-9101-11e1-9c63-0823a340624b.shtml
Si badi bene, non sono d’accordo su tutto con Del Vecchio, ma credo che abbia centrato in pieno il problema di molte grandi aziende italiane: esse vengono gestite da persone troppo spesso elette o assunte per scelta politica senza che sappiano neppure quale sia il core business di un’azienda! Questo fa sì che il banchiere si metta a fare l’immobiliarista, l’imprenditore il finanziere ed il politico il procacciatore di affari… E i risultati si vedono!

Speriamo che si apra una riflessione, ne dubito, ma proviamoci.

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(Un ringraziamento speciale al solito artista).

Someone is lying (still)?

Dopo una settimana passata con la testa altrove, oggi trovo il tempo di leggere un po’ di giornali.

Stamattina mi cade l’occhio su questa intervista: http://www.corriere.it/economia/12_marzo_04/non-siamo-un-servizio-pubblico-le-banche-devono-guadagnare-dario-di-vico_66d690d2-65d0-11e1-be51-f4b5d3e60e3d.shtml

Per farla breve, il presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari, sconfessa buona parte della strategia impostata dal Governo sulla questione liberalizzazione dei servizi bancari. Interessante è lo sfogo con il quale egli dichiara (responsabilmente e sinceramente, io credo) che le banche non sono società di mutuo soccorso e che, anzi, devono pensare al profitto in un sistema che premia SOLO il profitto. Il punto che però mi ha particolarmente colpito, in giorni in cui si ha per la mente solo la parola “crescita”, riguarda la dichiarazione secondo cui le banche starebbero facendo ri-affluire il necessario credito alle imprese.

Poi, però, sfortunatamente, mi sono imbattutto in un articolo del Financial Times del 27 febbraio relativo alle attese antecedenti al LTRO II, che si è tenuto regolarmente questo mercoledì, e riporta un sondaggio effettuato da SocGen su di una trentina di banche europee.

Come si può notare, la maggior parte di queste banche non prende posizione e dichiara (più o meno omertosamente…) di non aver ancora deciso se aderire ed eventualmente cosa fare dei soldi messi sul piatto dalla BCE per il rilancio dell’economia continentale. Altre dichiarano che utilizzeranno questo prestito per rimettere in sesto i loro bilanci. Altre dichiarano che non aderiranno. Infine 7 banche dichiarano che useranno quel denaro per il carry trade (ovvero, prenderanno a prestito denaro a basso costo in modo da poterlo investire in asset fruttuosi – o almeno si spera che lo siano – così da ripagare le svalutazioni effettuate sui titoli di stato dei PIIGS).

Ed ecco la sorpresa! Guardate qui sotto quali sono queste sette banche. Banche che dunque dichiarano espressamente di NON reinvestire i soldi presi in prestito dalla BCE per rilanciare la crescita:

LE BANCHE ITALIANE (più una spagnola, Bankinter…)!!!!

Con buona pace dei soldi erogati all’economia reale… Una domanda allora sorge spontanea: non è qualcuno qui sta mentendo?

Io un’idea me la sono fatta. Provate ad indovinare anche voi…

Una storia italiana

Mentre in Libia si uccide Gheddafi.

Mentre in Europa la Merkelona e Sarkò si becchettano.

Mentre in America il Presidente Nero tradisce in tutto od in parte il suo elettorato.

Mentre in Italia… bah, lasciamo stare…

Voglio parlare di una storia italiana, una storia che mostra la tristezza e la pochezza del capitalismo italiano.

http://www.corriere.it/inchieste/reportime/

Se questa è la governance di una delle prime 4 – 5 banche italiane, c’è poco da stare allegri.

Potrebbe andar peggio… Potrebbe piovere

Nooo… se guardo il tempo fuori dalla finestra… non credo possa piovere… ma… forse… in un certo senso…

Oggi una lettura interessante (notizia peraltro apparsa anche su Corriere.it) quanto raccapricciante.
http://www.huffingtonpost.com/2011/08/22/federal-reserve-12-trillion-loans_n_933615.html

Nel corso della crisi Lehman, la Fed ha concesso 1.200 miliardi di dollari (per dare un’idea della dimensione di questo prestito, il nostro debito pubblico ammonta più o meno a 2.700 miliardi di dollari, ai corsi attuali) ad istituti di credito in difficoltà.

A distanza di 3 anni, si scopre, grazie al Freedom Information Act, che la Fed ha foraggiato questi istituti – autonomamente ed indipendentemente dal Governo Federale – per un importo quasi doppio rispetto a quanto previsto dal piano TARP approvato da Bush e dal Congresso.

Emerge un quadro ben più raccapricciante di quanto non fosse già noto all’opinione pubblica. Non voglio in questo momento valutare l’opportunità o meno di questo intervento, va ben al di là delle mie scarse conoscenze di macroeconomia e politica monetaria.

Ammesso però che questa mossa fosse necessaria (come ribadito più volte da Bernanke… “Helicopter Ben” non a caso), gli ordini di problemi che emergono sono almeno due.

In primo luogo, è un assurdità che un azionista non possa sapere (o venga a conoscenza della cosa solo dopo 3 anni) la reale situazione patrimoniale di una società (di una banca in questo caso) nella quale ha investito propri risparmi. Che ci sta a fare la SEC (o la Consob in Italia)? Si è configurata una bella e buona manipolazione del mercato checché sostengano quelli che dicono che rendere pubblico un intervento di tale portata avrebbe scatenato il panico sui mercati. Qualcuno si sarà senza dubbio avvantaggiato (i soliti insider) a scapito del solito parco buoi, o no?

In secondo luogo, l’occultamento di una notizia di questa portata induce gli istituti che ricevono il prestito a ritenersi davvero too big to fail. Se voi trovaste qualcuno che ripaga i vostri debiti di gioco senza chiedervi niente, continuereste o no a giocare? Io credo proprio di sì. In effetti, come molti hanno commentato, Bernanke nel 2008 si trovava nella situazione di poter rinegoziare il rapporto con le banche, ma invece di chiedere qualcosa in cambio, di chiedere severe ristrutturazioni, di rivedere i modelli di business, ha lasciato che questi colossi continuassero ad imperversare a scapito dei cittadini (del mondo, non solo americani) che in molti casi vedevano crollare il valore dei propri immobili ben al di sotto dei mutui contratti per comprarli.

Sono passati 3 anni. Il mondo (o almeno l’Occidente) stagna. La crisi del debito è di là da essere risolta. Quando arriverà qualche buona notizia?

Per concludere, appiccico qui sotto anche il grafico di lungo periodo del VIX, cortesemente in prestito dal sito lavoce.info (ieri l’indice ha chiuso a 42,44… c’è poco da stare allegri).

Non è un paese per giovani

Parafrasando i fratelli Coen, l’Italia non è un paese per giovani.

Un paese che ha 16 milioni di pensionati (al 2004) su circa 60 milioni di abitanti totali è un paese di “vecchi”. E se a questo aggiungiamo il fatto che una parte rilevante dei pensionati percepisce un vitalizio assolutamente non in linea con i contributi realmente versati (baby-pensionati & co.), ci accorgiamo che la situazione è già ora insostenibile.

http://www.corriere.it/economia/11_agosto_21/baby-pensionati-marro_1681f8f6-cbc5-11e0-b17c-f32c89c7e751.shtml

Io sto con Franco Tomassini. Punto.

Pareggio di Bilancio: il refrain di questa calda estate

Il nostro ministro dell’economia oggi ha detto:

[La scelta di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione è] «una scelta che segna la fine di un’epoca nella quale l’Occidente poteva piazzare titoli ai valori che voleva». [Oggi viviamo in un’ epoca] «che costringe a scelte di maggior rigore: non puoi spendere più di quello che prendi soprattutto se con riluttanza prendono i tuoi titoli. È fondamentale che nella costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ci sia un esplicito riferimento ai meccanismi europei, che sia definito da parte della Repubblica italiana il riconoscimento dei vincoli di bilancio che ci vengono dall’Europa. Non basta fare riferimento ai trattati dell’Unione europea, perché sono in evoluzione» (da Corriere.it).

Siamo veramente sicuri che il rigore (e soprattutto l’anticipo al 2013 del pareggio) sia davvero la strada maestra in quest’epoca in cui un paese come l’Italia ha prima di tutto un problema di crescita e di produttività?

Siamo sicuri che “perdere tempo” in un percorso ad ostacoli come una modifica costituzionale sia la soluzione più coerente quando in cui gli squali che sguazzano nei mercati ci chiedono risposte rapide e chiare?

Scusa – caro Keynes – se ti fanno rivoltare nella tomba.