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Sul Monte dei Paschi ovvero sull’Italia

Babbo Monte

Sono passati alcuni giorni dall’esplosione dell’affaire MPS, ma qualcosa possiamo già dirla, nonostante la situazione sia ancora decisamente fluida, non siano stati emessi ancora avvisi di garanzia e non si sappia ancora quali saranno i reati per i quali molti del vecchio management della banca saranno indagati.

In effetti, ferma restando una chiara responsabilità da parte (ahimé) del PD, il MPS è una foto tutto sommato fedele della realtà italiana. C’è di tutto dentro. Politica di tutti i colori, incompetenza e malaffare del top management, controlli scarsi e controllori conniventi, organizzazioni sindacali silenti ed infine semplici dipendenti e milioni di correntisti, che pagano rispettivamente con il loro culo e le loro tasche i danni altrui.

Comunque la giriamo, insomma, abbiamo per le mani la solita immangiabile frittata fatta con uova stantie che ormai può essere mangiata solo da avvoltoi e sciacalli. In questi giorni, in effetti, mi sono divertito sia a cercare di capire un po’ le dinamiche dell’affaire e sia a godermi il triste spettacolo in cui tutti, nessuno escluso, si avventavano sul corpo, ormai debole, della banca.

Mi chiedo dove fossero tutti fino ad oggi, ma sbaglio a pormi questo interrogativo.

Mi chiedo se non ci fosse una exit strategy più agevole per non finire in questo pantano, ma è proprio inutile che me lo chieda tanto ormai nel pantano ci siamo finti.

Mi chiedo quale sia il livello medio di competenza della nostra classe dirigente. Ecco, questa è proprio una domanda da non farsi.

Mi chiedo quante altre ILVA, MPS, Saipem, ecc. abbiamo oggi in Italia. Shhhhh, Silenzio! Non svegliare il can che dorme!

Mi chiedo quando l’italiano medio, quello che paga davvero, si sveglierà dal torpore e passerà all’azione. Domanda retorica, vi basti guardare i senesi la cui preoccupazione ancora oggi sono solo i soldi per le Contrade ed il Palio.

Mi chiedo se non siamo di fronte alla fine traumatica della nostra Seconda Repubblica. Una nuova Tangentopoli in grado di dilaniare l’ultimo partito a vocazione maggioritaria rimasto in questo paese. Domanda questa cui, nel bene e nel male, solo il futuro potrà dare una risposta.

Sarebbe facile cadere nel populismo becero, nel cercare di dare risposte sensate a queste domande ed è per questo che non rispondo. Non credo di riuscire per adesso ad essere obiettivo. Per questo, vi lascio con le parole di uno degli ultimi veri cantautori italiani… Chissà che qualcuno non la pensi come me. Il tempo dell’impunità e del perdono è finito. Deve esserlo se vogliamo bene a noi stessi.

[…] Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

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Dialoghi molto attuali… L’ILVA e la politica industriale italiana

Uomo: “Pensavo oggi alla questione ILVA. Che poi, parliamoci chiaro, la questione occupazionale dovrà assolutamente essere il centro di ogni intervento politico dell’immediato futuro. Detto ciò, la questione ILVA mi pare riassuma emblematicamente i paradossi di certa industria italiana. 
Ma il dramma è la scelta esistenziale tra il lavoro e la salute: il dramma è che oggi, nel 2012, debba darsi il caso che il futuro di una industria di queste dimensioni sia racchiuso in una scelta dicotomica del tipo bianco/nero. Qui si racchiude tutto il fallimento della gestione sia politica istituzionale che politica industriale. e come al solito a pagare saranno i poveri cristi che forse andranno in cassa integrazione. Sarebbe fuori luogo secondo te un intervento statale pesante? Se il capitolo delle liberalizzazioni è in effetti un capitolo di fallimenti, perchè lo stato non potrebbe riprendersi settori strategici dell’industria? Certo non secondo modelli sovietici, ma secondo modelli di partecipazione indiretta, dove però la salvaguardia della salute e del diritto al lavoro ritornano centrali. Chissà..”

ilva-tarantoMezzuomo: “ILVA. Che situazione! Come giustamente dici te, è uno dei tanti fallimenti della politica e dell’imprenditoria italiana. Il solito intreccio di poteri che ha fatto mangiare tante bocche a Roma, in regione Puglia, nella provincia e nel comune di Taranto, salvo poi affamare e ancor peggio ammalare la povera gente. Il problema è gravissimo altro che grave. L’ILVA rappresenta il 55% del PIL della Puglia, se non ricordo male, è di gran lunga il primo produttore di acciaio d’Italia e dà lavoro tra diretto ed indiretto a qualcosa come 30.000 persone. Questi i numeri della produzione, ma che dire del problema sanitario? C***o. Lì la gente muore per davvero e con incidenze di mortalità da paura, paragonabili forse solo al macello del fu Eternit di Casale Monferrato. Ecco, cercando di lasciare un attimo da parte la questione socio-politica e guardando ai numeri, mi ricordo una discussione con ****** che una volta mi fece entrare in una riflessione riguardo alla stima dei costi degli eventi estremi (dei Cigni Neri, tipo le catastrofi, ecc.). In effetti non esistono modelli chiari per capire quanto effettivamente costi alla collettività una concentrazione di morti e/o da malattie indotte da eventi estremi e/o dalla scelerata attività umana, tipo il terremoto dell’Aquila o l’ILVA, appunto, a Taranto. Il problema si aggrava poi se andiamo a vedere anche i costi sociali di una chiusura di un impianto come l’ILVA. Si tratta di una polveriera sociale e non c’è economista al mondo, di qualsiasi credo sia, che non dica che il disagio sociale è il problema economico più difficile da gestire. Solo la guerra può essere paragonabile ad una situazione come la disoccupazione dilagante e la tensione, che ovviamente si manifesterà nel caso di una chiusura (come quella che appare dietro l’angolo)! Quindi? Come uscirne? La ricetta c’è. Peccato che non sia quella del pensiero dominante oggi in Europa. Questa ricetta è quella di Keynes e Roosevelt e che oggi è impersonata dagli economisti “di mare” che hanno come capofila Krugman, che si contrappongono strenuamente agli economisti del pensiero dominante, gli economisti “d’acqua dolce” (tra l’altro se hai voglia ti consiglio di leggere un libello molto carino proprio del Nobel Krugman – “Fuori da questa crisi adesso”). In situazioni di crisi come questa bisogna sostenere la domanda aggregata con la Mano Pubblica. C’è poco da fare. Se ho disoccupazione dilagante, la gente non spende e la domanda muore… E la domanda non si rilancia con l’austerity, ma solo facendo spendere chi può spendere, ovvero gli Stati. La questione del debito è un problema relativo nella misura in cui il debito è sempre il credito di qualcun’altro… Per cui… Una situazione come l’ILVA potrebbe essere affrontata solo sospendendo il patto di stabilità e con lo Stato che s’impegnasse a garantire la produzione prima, la riconversione e la bonifica poi. Punto. E la cosa che mi fa incazzare è che sotto al tavolo questi “maneggi” per le banche già si fanno. Guarda il MPS oggi in Italia, Dresdner e Commerzbank ieri in Germania, Dexia in Belgio e tutte le banche spagnole. Sai qual è il problema? Io credo che nessuno abbia il cuore di stappare il vaso di tutto quello che c’è a Taranto perché nessuno sa cosa ci sia davvero e nessuno vuole trovarsi con la patata bollente in mano. Ed in tutto ciò, l’Europa da parte sua non intende ulteriormente sporcarsi le mani perché dal suo punto di vista sta versando fiumi di denaro da decenni al Sud-Italia tramite i famosi fondi per la coesione sociale, che regolarmente si perdono nella corruzione, nelle mafie, ecc. E d’altra parte la politica italiana oggi più di ieri è il nulla assoluto. Ed eccoci qua. Bersani. Sì, proprio lui. A marzo, appena un minuto dopo l’elezione deve avere le palle e fare il politico vero. Deve salvare Taranto. Punto. Questi tecnici prenderanno tempo e non decideranno nulla perché non credono veramente che lo Stato debba intervenire massicciamente a Taranto, al di là di tutti i buoni propositi di Rigor Montis…. C’è poco da dire ancora: Monti, ecc. sono parte della corrente degli economisti “di acqua dolce”… E quindi… Punto.

La strana querelle delle ricapitalizzazioni bancarie

C’è qualcosa che non riesco proprio a capire in queste concitate settimane di discussione attorno alla necessità di capitale delle banche italiane e riguarda proprio il nocciolo della questione. Insomma, le banche italiane hanno o no bisogno di capitale?

Lasciamo stare per un attimo le pressione dell’Autorità di Vigilanza Europea (la solita EBA), che – volenti o nolenti – è un organo di emanazione politica nominato dal Parlamento Europeo e concentriamoci sul problema generale.

Che cosa deve fare una banca nei sistemi economici moderni? Deve prestare denaro. I ricavi di questa “industria del credito” infatti vengono da interessi e commissioni sui prestiti concessi alla clientela, persone fisiche o aziende che siano. Per fare questo “prodotto”, la banca deve farsi prestare la materia prima da chi la produce (la BCE, se si parla di euro, per esempio) o dai cittadini e deve impiegarla affidandola alla clientela previa un’attenta analisi del soggetto cui si va a concedere il credito il quale dovrà essere in grado di restituirlo maggiorato di interessi e commissioni coi tempi e coi modi accordati dall’istituto erogante. Tutto qui, nient’altro.

Vero è che la banca deve avere una scialuppa di salvataggio a fronte di eventi improvvisi, ed è per questo che le viene richiesto di accantonare una certa quota di capitale a patrimonio per poter far fronte ad improvvise crisi di liquidità, ecc.

Se la situazione è questa e ammesso che l’EBA abbia misurato tutte le banche (almeno le italiane…) col solito metro, com’è possibile che Unicredit abbia scelto la perigliosa via di chiedere un aumento di capitale monstre al mercato e le altre tre banche cui viene richiesto un’adeguamento patrimoniale – MPS, UBI e BPM – se la possano cavare con semplici espedienti di vernissage, rivedendo alcune voci di bilancio e prevedendo dismissioni di asset. Mmmhhhh… qui gatta ci cova.

Delle due l’una. O Unicredit era veramente alla canna del gas, come si dice da queste parti, ma non lo credo vista la coraggiosa scelta di svalutare gli avviamenti nel 3° trimestre e la scelta di non accelerare su dismissioni colossali e peraltro già previste, come quella di Pioneer oppure sono le altre banche che, vista la rischiosità dell’ormai riuscita (per quanto affatto scontata!) operazione di aumento di capitale di Unicredit, si stanno prostituendo in Banca d’Italia per non dover ricorrere al mercato.

Personalmente propendo per la seconda e, visto che il colosso i suoi rischi se li è già presi, credo che la Banca d’Italia non dovrebbe essere tanto tenera con le tre di cui sopra… e se non sarà il mercato… credo che sarà lo Stato a ricapitalizzare almeno una di esse…

Potrebbe entrare la politica di mezzo… è vero… ma questo discorso ci porterebbe moooolto lontano.

Attendiamo e vediamo, sperando nel minor male…

Brava Italia! 7 +

L’Italia ha superato l’esame di riparazione, secondo quanto affermato dalla professoressa Merkelona! Ciò non vuol dire che sia cambiato molto da qualche giorno fa, ma se non altro è un risultato rilevante.
I veri problemi, al solito, sono quelli di crescita, credibilità internazionale, integrazione a livello di Eurozona e liquidità sui nostri titoli di debito a tassi ragionevoli.
Domani la prima giornata campale. Parla Draghi e ci si aspetta che vengano annunciati interventi di politica monetaria non convenzionale. In effetti, il mercato va rassicurato. Il fatto che la Germania si finanzi a tassi negativi, significa che gli investitori hanno talmente paura di prendere perdite nell’investire nell’Ue da essere disposti a pagare qualcosa a patto di parcheggiare i propri soldini nelle casse dei “crucchi”!
Esiste poi il problema dei soldi necessari alla ricapitalizzazione delle banche core dell’Europa, e l’Italia da questo punto di vista è la più in difficoltà, si vedano i casi di Unicredit e del Monte dei Paschi!
Un pizzico di ottimismo in questo periodo gramo però ci voleva! Forza! Come ho già detto, la speranza dev’essere l’ultima a morire!
Per adesso vi lascio la bozza del nuovo trattato di stabilità della zona Euro. Dategli una lettura, riguarda la vita di ciascuno di noi: http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2012/01/Revised-draft-bozza-ue.pdf?uuid=f83a003a-3c64-11e1-9ba8-d86a5feed73e

Come stanno le banche italiane?

Non ho molta voglia di parlare per cui vi allego il grafico aggiornato dell’andamento del 2011 – 2012 della terza banca italiana…

Si può dire tutto ed il contrario di tutto, ma non ci possiamo nascondere dietro ad un dito. Squadra che vince non si cambia, ma una squadra perdente… Eccome se si cambia. Se io fossi il “padrone” (se fossi quello che mette i soldi…) di un’azienda che si trova davanti un andamento come quello in foto, prenderei il management e… credetemi… Non mi limiterei ad un rimpasto! Se fossi invece il presidente di una spa che si trova davanti ad un andamento come quello in foto, mi dovrei giocoforza dimettere.

Chi ha orecchie per intendere…

Aggiornamento del 01/02/2012: qualcosa sta evidentemente cambiando:

La sindrome bipolare del Mercato

Oggi tutte le Borse mondiali in grande spolvero… E meno male, dico io…E lo dice anche il mio portafoglio!

Ma perché?

Bah, andando a leggere un qualsiasi giornale, le motivazioni sarebbero da ricercarsi su questioni puramente tecniche (non sto a dilungarmi… I mercati hanno perso molto per cui sarebbe storicamente “normale” una correzione verso l’alto), ma soprattutto per gli accordi dell’Eurozona, che riguardano il taglio di capelli (haircut) del debito greco, la ricapitalizzazione per oltre 40 mld/€ delle banche europee, la possibiltà di ampliare la disponibilità e la potenza di fuoco del nascente EFSF e per la presentazione delle misure di politica fiscale dell’Italia.

Qualcosa non mi convince, anzi, non mi pare proprio sia cambiato granché sotto il sole. Mi spiego, punto per punto.

Prima questione. La Grecia non onererà mai il suo debito. Si decide per il taglio dello stesso che equivale, tutto sommato, ad un default soft, in quanto se oggi possedete un titolo di stato ellenico, a scadenza vi sarà corrisposta la metà del valore nominale (né più né meno che un “saldo e stralcio”, come si dice dalle mie parti…). Bene, si dirà, meglio di nulla, meglio un uovo oggi che… Ecco, più o meno questo è stato il ragionamento dei grandi banchieri stra-indebitati con la Grecia (specialmente francesi e tedeschi). Ma siamo sicuri che sia tutto oro quel che luccica?

No, ed il motivo si lega alla seconda questione da analizzare. Si decide di ricapitalizzare le banche (solo in Italia servono una 15 di miliardozzi, la metà serve ad Unicredit, 3 servono a MPS, i restanti 5 agli altri gruppi). Della serie, ti faccio mettere a bilancio una perdita sulla Grecia, ma ti ricapitalizzo (coi soldi dei contribuenti) in puro stile “un colpo al cerchio, un colpo alla botte”.

Terza questione. Il Fondo Salva Stati, l’EFSF potrà agire a leva aumentando così (virtualmente!) la sua dotazione di capitale, che ricordo viene data proporzionalmente dagli Stati membri dell’Unione, ed essere così più “forte” sui mercati. Bah… tutto troppo facile che mi sembra una gran baggianata. Della serie, non si chiedono (molti) più soldi agli Stati membri, visto che sono già super-indebitati, e allora si concede per statuto che questo fondo possa fare come un classico fondo d’investimento e lavorare in leva. Ora, se lavoro in leva qualcuno mi dovrà comunque “prestare” quel capitale… Ecco la perla. La BCE (che ricordo essere la Banca Centrale Europea… e non del Congo, con tutto il rispetto per i congolesi!) non intende prestarlo, per cui che si fa? Bene, il presidente del EFSF, Regling, vola a Pechino per “elemosinare” i dindini necessari. E tutta questa manfrina è minacciata dalla spada di damocle delle agenzie di rating che hanno già fatto presente che nel caso in cui la dotazione di capitale del EFSF non fosse abbastanza corposa, sarebbe a rischio la tripla A per questo fondo… Che buffo sarebbe se lo strumento (stabilizzatore) che dovrebbe assicurare la stabilità finanziaria dell’Eurozona, ricevesse un voto, un rating, più basso di alcuni dei membri (stabilizzati, o meglio “stabilizzandi”) sui quali dovrebbe intervenire! Insomma sarebbe un po’ come se a scuola il professore stesse a sedere di fronte alla cattedra!

Quarta questione. La “lettera” e le misure italiane. Un foglio di carta nulla più. Perché? Semplicemente perché le proposte contenute nella lettera sono francamente inattuabili nel breve periodo e comunque moooolto difficilmente realizzabili anche nel lungo. Che cosa abbiamo detto all’Europa? Abbiamo detto che manderemo a casa senza giusta causa i lavoratori delle aziende in difficoltà (come se fosse colpa loro se queste aziende versano in cattive acque!). Abbiamo detto che innalzeremo l’età pensionabile. Abbiamo detto che venderemo il nostro patrimonio in tranche da 5 mld/€ l’anno. E, pensate, abbiamo addirittura detto che risparmieremo la carta. Sì, proprio la carta! Daremo le pagelle in formato elettronico agli studenti. Ooooh, avranno detto a Bruxelles: “Ma guarda che bravi questi italiani!” Sicuramente non l’hanno detto. Non avrebbero potuto dirlo, ma certo lo avranno pensato.

E allora torniamo alla domanda iniziale? Perché le Borse festeggiano?

Volete sapere qual’è la migliore risposta? Eccola: Boh!

Chiedete ad un’analista tecnico, ad un esperto di fondamentali, ad un insider, ad uno esperto di psicologia comportamentale dei mercati, tutti vi daranno una risposta diversa… La migliore resta quella scritta poche righe più su… Boh!

Potremmo parlarne per altri cento post e non trovare il bandolo della matassa, ma voglio accennarvi ad un’interpretazione per me molto affascinante, e che negli ultimi anni acquista sempre maggior credito. Ormai molti (matematici, studiosi delle reti, economisti e finanche evoluzionisti) intrepretano il Mercato come un organismo vivente, come un essere della natura, come me e voi insomma.

Se questo fosse vero, perché allora non interpretare il Mercato come un soggetto affetto da sindrome bipolare?

Ai posteri l’ardua sentenza!