Archivio mensile:aprile 2013

Non in mio nome

GOVERNOE quindi dopo 60 e passa giorni dalle elezioni politiche di febbraio, abbiamo un governo in questo paese.

Un governo atipico per la nostra Italia, un governo che mostra segni di discontinuità, ma altrettanto un governo difficile da mandar giù per uno come me.

In effetti, la conclusione della querelle innescata dal voto popolare che ha mostrato un’Italia spaccata non più in 2, bensì in 3 schieramenti contrapposti, non poteva forse essere che questa: un governo di coalizione, un governo policromatico che accostasse in sé almeno 2/3 dell’emiciclo parlamentare.

Prima di fare alcune obiezioni a corollario del discorso che io stesso ho fatto qui sopra, vorrei fare alcune osservazioni dato che adesso abbiamo qualcosa in più di cui parlare. Abbiamo assistito alla scelta della squadra, al primo discorso del premier Letta e alla fiducia che è stata votata a larga maggioranza, ma vediamo di scendere nel dettaglio.

Una riflessione sui nomi. Dei 21 ministri ne salvo forse la metà. Anzi, oserei azzardarmi a dire che a nomi di spessore nel proprio campo, si veda Saccomanni, corrispondono quasi a creare un delicato equilibrio di forze contrapposte, persone come la De Girolamo, che credo non sia mai entrata in un bosco oppure la Lorenzin, che dubito sappia che il ministero di cui è diventata capo costa circa il 7% del PIL.

Una riflessione sui contenuti del discorso. D’impatto posso dire che abbiamo assistito alla dimostrazione di quanto potranno essere cangianti gli umori a Palazzo Chigi e, peggio, che in politica si può dire tutto ed il contrario di tutto. Letta oggi ha in pochi minuti sconfessato uno dei cavalli di battaglia di Bersani e della maggioranza del PD facendo sua la proposta grillina riguardo all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, poi è diventato pidiellino recuperando la proposta brunettiana sull’IMU e congelando l’aumento dell’IVA, poi è tornato bersaniano parlando di lavoro e di detassazione degli oneri sui giovani, poi si è fatto montiano nel difendere l’operato dell’Italia in Europa, poi le province, poi poi, ecc. Se il buongiorno si vede dal mattino, ho l’impressione che ci sia tanta carne al fuoco, che ci siano troppi chef e che il rischio di fare un arrosto bruciato sia molto concreto.

Una riflessione per me importante riguarda i limiti del mandato. Al di là della fumosità, o meglio della “democristianità” del discorso di Letta, ho apprezzato quanto andavo dicendo anche in post precedenti, ovvero che, data l’eccezionalità del momento, si avesse bisogno di un governo eccezionale, con compiti specifici (pochi) e tempi certi. Pare che il premier questo lo abbia chiarito più dello stesso Re Giorgio e questo è apprezzabile, secondo me.

Una riflessione poi sulla legittimità di questo esecutivo. Checché ne dica Grillo questo governo è assolutamente democratico e ammesso dalla Costituzione e, come ho detto, probabilmente è il solo possibile, l’unico con i numeri e la maggioranza in Parlamento.

Eccoci però al nocciolo della questione. Il discorso che ho appena ribadito ci conduce inevitabilmente ad una questione di legittimazione, piuttosto che di legittimità. Badate bene c’è una sottile distanza nel significato di questi due termini che appaiono inevitabilmente simili. Questa è LA questione fondamentale, prima dei discorsi sul Nano, ecc. Per ottenere legittimazione, un governo come questo deve ottenere i voti del partito che ha vinto le elezioni. Tali voti devono rappresentare quegli elettori che hanno sostenuto quel partito. Siamo in una democrazia rappresentativa in cui l’elettore delega un rappresentante che, pur agendo con la sua testa a differenza di quanto vorrebbe Grillo, “dovrebbe” rappresentare il proprio bacino di elettori. Cosa succede ahimé se la maggior parte degli elettori sono contrari a quanto gli eletti esprimono con il voto in Parlamento? Succede che un governo, che ripeto legittimo secondo i dettami costituzionali non ottenga la necessaria legittimazione popolare in quanto non corrispondente a quanto la maggioranza degli elettori avesse inteso esprimere nel voto popolare che ha permesso di eleggere certi rappresentanti e non piuttosto altri.

Esiste dunque un problema, un grosso problema, soprattutto nel PD, dove la componente maggioritaria, quella che tira avanti la baracca e, cosa non da poco, quella che tiene i soldi veri che fanno (e forse faranno) funzionare questo partito, è stata, de facto, defraudata e zittita e che dunque (in silenzio) grida vendetta.

A dirla tutta, esisterebbero altri ennemila motivi per dire che questo governo ha gran belle magagne e bizzose gatte da pelare, ma è un fatto, per ora, che io dico che questo non è il mio governo, che non mi rappresenta e che dunque io dico: “Non in mio nome!”

In bocca al lupo comunque a te, Letta, e alla tua squadra. Buon lavoro. Una tua vittoria sarebbe una vittoria per tutti e se tu e la tua squadra doveste rivelarvi in grado di traghettare questa bagnarola sgangherata nella perigliosa tempesta che ci troviamo ad affrontare sarò pronto a riconoscere di essermi sbagliato e, forse, ci troveremo finalmente di fronte ai cancelli di in una Terza Repubblica.

Ho visto un re

NAPOLITANObis-580x474Nella giornata di ieri, si è celebrato l’assurdo.

Siamo riusciti in ciò che nessuno aveva fatto prima. Siamo riusciti, ahimé, a rendere reale un ossimoro, figura retorica che notoriamente accosta termini antitetici. Siamo riusciti a realizzare la prima monarchia presidenziale. Dovremmo candidarci per il Nobel, sì, bèh, ma quale? Letteratura o Politica?

Scegliamo Politica. Nessuno può imitarci.

Ebbene. In giornate convulse come queste, mi riesce difficile ragionare razionalmente. Mi resta difficile mantenere il distacco, sopprimere il sentimento e sforzarmi di capire le scelte che ci hanno portato al disastro di questi ultimi giorni.

Nonostante questo, vorrei cercare, al solito, di dire la mia. Vorrei analizzare la situazione da due punti di vista. Da italiano, in primo luogo, e da elettore convinto del PD, in secondo.

Da italiano… Mi vergogno di esserlo e la cosa che fa più male è che questa volta mi vergogno come quando a scuola mi presentavo alle interrogazioni senza aver aperto alcun libro. Sono stati proprio “i miei” i primi responsabili ad averci reso lo zimbello dell’Europa e del mondo tutto. Da italiano, voglio dire ancora due parole. La rielezione di Napolitano per me è un grosso errore, per quanto ritenga Re Giorgio l’unico eletto ad essersi dimostrato all’altezza del complesso ruolo che ha svolto in questi anni. Sì, potrete dire che politicamente non saremmo usciti dall’impasse e che oggi non ci sarebbero bastati i 23 scrutini che servirono ad eleggere Giovanni Leone per trovare una quadra, ma è un fatto che serviva il cambiamento. E questo cambiamento non c’è stato. Da italiano, poi, mi vergogno di una democrazia in cui chi perde – comunque la si guardi – urla al colpo di stato e marcia su Roma, salvo poi, tardivamente, innestare la retromarcia. Da italiano mi vergogno della pochezza di una classe politica ottusa che non si accorge che i problemi del paese sono prima di tutto fuori dalle stanze dei bottoni. Da italiano, infine, mi vergogno di me e dei miei connazionali in quanto, come ho sempre sostenuto, la classe politica è lo specchio del paese, i primi politici siamo noi, sono le nostre scelte ed il nostro modo di condurre la vita di tutti i giorni.

Da elettore del PD… Mi vergogno se possibile ancora di più. Mi vergogno dell’ipocrisia dei 100 e passa cecchini che hanno affossato Prodi. Che ci fosse dietro la lunga mano di D’Alema o, com’è più probabile, si trattasse di più teste pensanti e/o più correnti poco cambia oggi. Il partito è morto e trovare la pistola fumante non credo possa dare sollievo agli elettori delusi. Com’è mio solito non voglio stare a pontificare su quello che sarebbe stato meglio fare. Semplicemente, dopo tutte le cazzate messe in fila, dopo il madornale errore Marini, il colpevole naufragio cui abbiamo destinato l’incolpevole Prodi e la pochezza del segretario Bersani e della segreteria tutta, non riesco a capire perché non abbiamo scelto di votare per Rodotà, uomo da tempo fuori dalle fazioni e di sicure speranze al Colle più alto. E non mi si dica che è stato per non rincorrere i pentastellati o quant’altro perché avrei centomila motivazioni per rispondere ad una tale obiezione.

Cosa resta dunque da questo “epico” week-end?

Da un lato resta un PD morto che, io credo, se non già dal primo congresso, a tendere andrà verso un’inevitabile e dolorosa scissione, tra una parte socialista, più vicina ai laburisti ed al PSE ed un’altra, che potremmo forse chiamare “democratica”, che si avvicinerà inevitabilmente al centro. Sebbene i tempi di questo gran sommovimento saranno scanditi dalle scelte di Re Giorgio e, forse, dall’impianto di una nuova legge elettorale.

Dall’altro, più importante, resta l’Italia. Un paese ancor più lacerato ed in difficoltà abbandonato in un universo parallelo che riparte dall’anno 1946 e sceglie la monarchia senza passare dal referendum e dunque senza che si possa compiere il salvifico intervento degli americani. Sentiremo quanto ci dirà domani Re Giorgio nella speranza che assuma un (a)tipico incarico “a tempo” e “di scopo” (parola che ora va tanto di moda!) e staremo a vedere.

Vi lascio con una domanda. Che si stesse meglio quando si stava peggio?

Non tutte le ciambelle…

ellekappa6… Riescono col buco.

Certo però che se non riesci a farne neppure una sarebbe il caso tu abbandonassi il mestiere di pasticcere. O sbaglio?

Signori, non è il caso di andarci per il sottile. Il triste spettacolo che si sta consumando nelle ultime 24 ore è lo sgretolamento dell’unico partito progressista italiano. E di questo sono molto addolorato ed incazzato.

I sintomi della malattia erano nell’aria da tempo, ma nelle ultime ore siamo arrivati allo stato terminale.

Bersani, o chi per lui, visto che ultimamente appare come il celebre vaso di coccio tra migliaia di ferro, ha inesorabilmente perso la bussola tanto che ogni direzione scelta si è rivelata quanto mai sbagliata. Chi sta sul mercato, ad esempio, impara sulla propria pelle che al peggio non c’è mai fine e che quando tutti cominciano a vendere si deve essere celeri ad abbandonare le proprie posizioni per non restare con il cerino in mano, o, peggio, con nient’altro che un pugno di mosche. Pierluigi Bersani questo non l’ha capito e, ahimé, ormai è e sarà per sempre additato come il leader che ha portato allo sfascio il Partito Democratico come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Non è affatto detto che quest’entità non possa riformarsi, ripartire e magari vincere le elezioni un domani, ma è una certezza che il PD che abbiamo visto finora non sarà più lo stesso dopo l’insanabile spaccatura intorno al nome di Marini che è emersa a partire dalla serata di ieri.

Potremmo fare tanta dietrologia, ma non si ragiona con i se. Ex-post tutti credono di poter pontificare su quello che sarebbe stato meglio fare, ma non è bello né giusto ragionare senza essere propositivi, additando le altrui responsabilità e lavandosi pilatescamente le mani.

Domani a quest’ora probabilmente avremo un nuovo Presidente della Repubblica. Magari sarà pure un buon presidente. Un presidente in grado di rappresentare tutti e sufficientemente abile da sparigliare le carte e rimettere questa spenta locomotiva sul giusto binario, ma, sinceramente, non sono così fiducioso.

Nel mio piccolo, comunque, vorrei dare un modesto contributo. Dopo questo bailamme, cercando di “leggere la pancia” di elettori ed iscritti, credo che grosse differenze tra i nomi di Zagrebelsky, Chiamparino, Rodotà, Veltroni o Prodi non ci siano. Quel che vogliamo vedere è la condivisione di un nome tra chi la pensa in modo simile a noi e non con chi è il primo responsabile dello sfascio in cui ci troviamo. Non conta più cercare mere rendite di posizione, vincere o perdere attorno ad uno di questi nomi, conta solo prendere una decisione chiara, dare una risposta a chi ha votato centro-sinistra e per estensione agli italiani tutti, che sono sempre più in difficoltà e non hanno assolutamente altro tempo da perdere. Non ce ne frega una mazza delle formule, non c’interessa se il nuovo presidente avallerà un governo di scopo, un governissimo, un governicchio o piuttosto taglierà la testa al toro e ci rimanderà tutti ad infilare un paio di schede in scatole di cartone ciascuno nella propria sezione elettorale.

Nel Risiko del mondo ormai non siamo che una periferia da conquistare e se non vogliamo che il cinismo altrui ci divori definitivamente dobbiamo avere la possibilità di rimboccarci le maniche ed iniziare quella dura e faticosa (ri)costruzione che ha come precondizione la scelta del capo dello stato e del nuovo esecutivo, da cui, volenti o nolenti, non possiamo prescindere.

Dunque, Pierluigi, se le ciambelle non sono il tuo forte, rassegnati. Vai in pasticceria e comprane per tutti. Sarebbe quanto di meglio tu potessi fare.

 

Confronti

fiducia dei mercati

Una settimana da turista a Londra.

Erano 15 anni che non tornavo nella capitale inglese e qualche considerazione su somiglianze e differenze tra Italia e Regno Unito non ve le toglie nessuno.

È doveroso premettere che ho visitato Londra e non l’intera Gran Bretagna e che sono conscio del fatto che Londra non sia se non la capitale d’Inghilterra e infine che, da turista, si possono fare solo considerazioni – per così dire – “di facciata”. Detto questo, il confronto è oggettivamente impietoso. Al di là dei luoghi comuni possiamo dirci più avanti degli inglesi solo in tutto ciò che ha a che fare con il territorio, il cibo, il clima e l’eredità storica. Per il resto, noi siamo rimasti nel Novecento, mentre loro hanno fatto il grande passo verso l’environment del futuro, la tecnologia, la rete e la centralità della cultura nella formazione dell’uomo di domani.

Non so sinceramente da dove cominciare. Mostrarvi quanto e come siamo rimasti indietro è un lavoro sinceramente sconsolante. A Londra entrate nei musei gratuitamente. La gran parte di essi presenta sezioni pensate per l’interattività vostra e soprattutto dei bambini. Trovate un ambiente urbano curatissimo e pulito, un trasporto urbano eccelso nonostante il traffico tipico di una metropoli e ancora spot e locali WiFi free, che vi consentono di orientarvi e comunque stare in rete quando e come volete. Poi, incredibile, ma vero in un paese di persone notoriamente altezzose e poco avvezze a parlare con chi non si presenta con un linguaggio degno di Oxford, trovate grande cortesia e attenzione nei confronti del turista.

Infine, un siparietto simpatico cui ho assistito. Nel giorno delle bandiere a mezz’asta alzate su tutti gli edifici pubblici inglesi, nel giorno della morte della Iron Lady, in Trafalgar Square ho incontrato un uomo che proprio davanti all’ingresso della National Gallery manifestava la sua felicità per la morte della “strega”, il tutto senza che ci fossero scontri, discussioni o tafferugli. Semplicemente un uomo che manifestava la libertà che si respira in quella parte di mondo.

Sarà, ma credo che abbiamo molto da imparare dagli inglesi.

La soluzione

altan repubblica

 

La soluzione? Semplice. Diventiamo una colonia.

Togliamoci il pensiero, togliamoci il problema. Facciamoci governare da qualcun altro. L’Italia e gli italiani sono incapaci di governarsi.

Ad una classe politica incapace di rinnovarsi, cristallizzata nei propri palazzi e indisponibile al compromesso laddove dovesse essere sfavorevole a se stessa, si contrappone la grande novità M5S che, ahimé, giorno dopo giorno, si sgonfia, non rendendosi conto che la politica è prima di tutto “governo della società”. Esatto. Governo. Senza governo non si sta, senza governo viene meno uno dei 3 poteri dello Stato, senza governo viene meno l’equilibrio e la possibilità di passare da tesi e antitesi a qualsivoglia forma di sintesi.

In puro stile italico, nel tentativo – vano, io credo – di salvare capra e cavoli, Re Giorgio nei giorni di Pasqua sforna 10 saggi, summa di commissioni e di non so ché che sanno tanto di Coalition of the Willing. No, via, non ci siamo. Mi tocca dare ragione ad Alfano. No, via, siamo al contrappasso! Aiutatemi!

E poi tutto questo per cosa? Per guadagnare 10 o 15 giorni ed arrivare alla scadenza naturale di una monarchia che non ha né primi né secondi geniti cui passare la corona. Sì, 15 giorni prima di andare a scannarci in Parlamento divisi come saremo in una votazione in cui servono i 2/3 dei voti per eleggere una qualsiasi figura.

No, via. Stasera sono sfiduciato. Lasciamo i nostri politici a baloccarsi coi loro bizantinismi, lasciamo che i neoarrivati ci conducano allo scioglimento delle Camere prima ancora che abbiano percepito il primo stipendio (decurtato del 75%, sia chiaro, loro ci tengono!) e poi portiamo direttamente le chiavi del Quirinale e di Palazzo Chigi a Bruxelles. Se non altro, saremmo innovativi. Saremmo i primi nell’Eurozona a rinunciare alla nostra sovranità. Credo che non potremmo che guadagnarci, in fondo il nostro futuro è già ipotecato col fiscal compact. Che altro abbiamo da perdere? Mica vi farà schifo fare a meno di qualche poltrona, eh?