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Europa. Periferia del mondo che conta?

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Come anticipato sabato, le elezioni greche sono andate secondo copione. Qualche difficoltà in più c’è stata alla riapertura dei mercati di lunedì, ma con i rialzi di ieri e di oggi, possiamo dire che un rimbalzino c’è stato. Ora, senza scendere nei dettagli, vi basti sapere che siamo comunque ben lungi dall’aver invertito il trend. La debolezza di Wally, sulla scorta delle parole di Bernanke, ed il muro a 13800 punti sul nostro listino, non danno molte speranze. Non è però di questo che voglio parlare.

Voglio soffermarmi sulla foto di cui sopra. Dopo averla vista e dopo aver letto i resoconti di un G20 più sotto tono del solito, mi è sorta una domanda. Dove sono i nostri leader? Dov’è l’Europa?

La risposta è tanto semplice quanto cruda. L’Europa è esattamente dove si vede in foto. E dove? E com’è messa?

Frammentata, ma soprattutto “alla periferia del mondo che conta”. Sarà un caso, forse, ma come potete vedere non ci sono leader europei in prima fila, alcuni addirittura non si vedono. Ripeto, sarà un caso, ma considerando quanto la politica mondiale “ci tenga alla forma”, il fatto che i nostri rappresentanti non siano uniti e non siano in alcun modo in primo piano, un po’ fa riflettere. Voi non pensate?

In effetti, Obama che disdice l’incontro con i vertici Ue, i BRICS che fanno la voce grossa, la Merkel che continua imperterrita nella sua campagna pro-rigore, Hollande che dice che gli Eurobond sono una cosa di là da venire, e infine il portavoce di Rehn che bolla come semplice palliativo la proposta di Monti di comprare i bond dei periferici tramite l’EFSF-ESM, sono tutti segnali di un’incapacità decisionale che si è fatta cronica e che colpisce, manco a dirlo, chi in questo momento avrebbe bisogno di una mano forte, cioè noi europei, tutti.

Se ormai l’Europa è relegata in un angolino di mondo, dunque, come possiamo tornare alla ribalta?
Ci vuole realpolitik e coraggio, ci vogliono interventi rapidi, in primis la tutela dei depositi a livello Ue ed una disciplina fiscale comune che non sia un mero fiscal compact quanto piuttosto un più ampio e complesso growth compact, ma soprattutto ci vuole una guida politica che batta il ritmo e imponga a tutti di remare dalla stessa parte. Siamo pronti ad accettare tutto questo? Se lo siamo, allora abbiamo già intrapreso la strada giusta per tornare ad essere parte integrante del nuovo scenario mondiale, se non lo siamo, allora lasciamo ogni speranza e velleità, che è meglio.

David, what game are you playing?

Mentre sto scrivendo a Bruxelles si sta decidendo il futuro dell’Europa.

Non m’interessa la cronaca giornalistica, a quella ci pensano le testate italiane che, in molti casi, non hanno neanche colto il senso della discussione. Forse perché in Europa si parlano lingue diverse dall’italiano? No, già, esistono i traduttori, che cattivo che sono!

Lasciamo stare la polemica e guardiamo in faccia la realtà. In questi giorni, finalmente, David Cameron – primo ministro inglese per chi non lo sapesse – ha finalmente scoperto le carte, o forse dovremmo dire: ha fatto la prima mossa, visto che ha esplicitamente dichiarato di andare a giocare a scacchi in una partita in cui si trova di fronte 26 avversari.

Nella migliore tradizione della Sagra degli Impresentabili, quindi, ecco che lo storico euro-scettico primo ministro inglese scala la nostra personale classifica, e, badate bene, qui non stiamo parlando di un ministretto italian style!

Il vertice dunque parte davvero zoppo. Invece di mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i problemi tra amici o se preferite colleghi della grande azienda che si chiama Ue, ecco comparire le fazioni, come ci hanno più volte fatto vedere il duo Sarkò-Merkelona.

Possibile che ancora dopo tutto quello che abbiamo visto in questi mesi, non si riesca a capire quale sia il bene supremo? Possibile non si capisca che oggi più di ieri il destino dell’Europa sia superiore alla coltivazione degli ormai miseri orticelli di ciascuno dei 27 paesi dell’Eurozona?

Se queste sono le premesse, stanotte, al solito non decideremo niente e, al solito, le pressioni centrifughe non potranno che avere il sopravvento e non potranno che portare al dissolvimento di quel grande ed ambizioso progetto che è l’Europa e che, volenti o nolenti, è anche l’unica possibilità di sopravvivenza per ciascuno dei paesi che ne fanno parte.

A questo punto devo davvero ripensare le fondamenta sulle quali si basa il mio ottimismo europeista. C’è poco da fare, i nostri governanti europei sono ottusi. Punto. Di gente come Monti, Prodi, Ciampi, ma anche Van Rompuy e Kohl ce n’è troppo poca. In Europa domina il vecchio adagio di voltaireana memoria il faut cultiver notre jardin e se così è non stupiamoci se tra 20 o 30 anni saremo considerati poco più che quella che abbiamo definito “grande penisola ad ovest del continente asiatico”.

Per dovere di cronaca, e per aiutare ciascuno di voi che guarda i telegiornali, vi riepilogo il dispiegamento di forze in campo:

Cameron – Gran Bretagna – intende mantenere il mercato unico Ue, ma non intende entrare nell’Euro e contestualmente vuole un salvacondotto per la City da cui, ormai è chiaro, partono buona parte degli attacchi al debito sovrano dei paesi dell’Europa continentale. Sembra quindi disposto ad una modifica dei trattati Ue, ma solo se “gli interessi della corona britannica” fossero salvaguardati, in caso contrario, sarebbe pronto a far saltare il tavolo per quanto sappia, però, che è impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca… David, se hai orecchie per intendere…

Merkel – Germania – intende estendere i vincoli di bilancio alle costituzioni di tutti i paesi; solo in questo modo, secondo lei, sarebbe possibile salvare la moneta unica anche senza prevedere modifiche ai trattati oggi in essere. Il suo ragionamento si basa sull’idea che la Germania – la virtuosa – sarebbe disposta a staccare più corposi assegni al EFSF e far sì che la BCE diventasse un LOLR (lender of last resort) soltanto se tutti – i viziosi – si dimostrassero disposti a risanare i loro conti… Angela, attenta, se tu sei così virtuosa è anche perché gli altri sono così viziosi, se hai orecchie per intendere…

Sarkosy – Francia – intende spaccare l’euro. Non vede spiragli nell’attuale situazione e sa che la prossima a cadere sarà la Francia nel caso in cui non si cambiassero i rapporti di forza con vere modifiche ai trattati. In quest’ottica, i malpensanti, come me, ritengono che voglia comunque smettere di ragionare in ottica di 27 ed addirittura anche di 17. Sembra tenere il piede in due staffe col solo obiettivo di recuperare la perduta grandeur transalpina. Nicolas, attento, tu hai i piedi di argilla, se hai orecchie per intendere…

Gli altri. Escludendo chi non può parlare perché già commissariato (i PIIGS più il Belgio), al solito, si allineeranno al vincitore.

Che tristezza. Com’è accaduto più volte in almeno tre millenni di storia, più che di Europa unita dobbiamo parlare di “teatro di guerra”. Non ci resta che sperare di non diventare anche terreno di conquista.

Valutare il merito creditizio

Cominciamo dai fatti. Oggi S&P ha reso noto di aver messo in credit watch negative il rating di 15 paesi di Eurolandia, compresi i 6 paesi che, ad oggi, hanno ancora tripla A (AAA). Ha inoltre fatto sapere che in tempi rapidi, successivamente al summit del 8 e 9 dicembre, riuscirà ad esprimersi in modo definitivo, così da poter valutare se confermare o meno la tripla AAA al fondo di garanzia EFSF. Sembra scontato infatti che, nel caso uno o più dei paesi a tripla A dovesse perdere la “verginità”, si assisterebbe anche ad un declassamento del fondo ormai rinominato “salva-stati”.

Fin qui i fatti. Ora passiamo alle riflessioni, che credo debbano muoversi in due direzioni: un giudizio di merito sul lavoro di valutazione di S&P (e per esteso su tutte le agenzie di rating) ed un giudizio squisitamente politico sulla scelta e sui tempi di pubblicazione di questo warning e sulle reazioni che i vari stakeholder (europei e non solo) hanno espresso nella giornata appena trascorsa.

Parliamo della questione di merito. L’unico dato di fatto a nostra disposizione in questo momento è che S&P ha cambiato il credit watch su 15 paesi dell’Ue, ovvero ha pubblicato un alert con il quale si dice: “Signori, attenzione! Entro 90 giorni potrei abbassare la vostra valutazione creditizia”. Vero è che, molto spesso, questo tipo di segnalazione spalanca le porte ad un downgrade. Allora dobbiamo chiederci se ci sono i presupposti macroeconomici (e politici) perché questo avvenga. Ecco, per una volta, checché ne dica la politica, i presupposti ci sono tutti. Valutare il merito creditizio è di per sé molto complesso (fidatevi, ve lo dice uno che lo fa di lavoro…), peraltro non è dato sapere quale sia il modello utilizzato e quali le variabili significative che siano state prese in cosiderazione, per cui dare “un giudizio sul giudizio” è forse ancora più complesso ed è facile prendere dei gran bei granchi. Qualcosa, però, possiamo affermare perchè le agenzie di rating ci dicono quali sono le collezioni di informazioni da cui partono per esprimere una valutazione. Ecco, le variabili più rilevanti sono gli indicatori macro, che ormai tutti conosciamo (debito/pil, disavanzo/pil, saldi correnti, inflazione, tassi di disoccupazione, inoccupazione, dati demografici, ecc.), ma è altresì vero che il tasso di crescita e la situazione politica (soprattutto quando si guarda alla Ue) sono universalmente riconosciute come le componenti che “pesano” di più in questo tipo di valutazione. Abbiamo quindi una risposta, il perché del credit watch negativo. Varie organizzazioni indipendenti e istituti nazionali e transnazionali danno ormai per certa una recessione (che significa avere almeno due trimestri consecutivi di crescita negativa) nell’Eurozona e, contestualmente, è sotto gli occhi di tutti che, sul lato politico, la situazione sia di assoluto stallo, sebbene qualche spiraglio di sole di questo cielo cupo si cominci a scorgere. Ne segue quindi che, per una volta, non mi sembra che la valutazione di S&P sia del tutto campata per aria. Dimostrazione di questo ne sia il fatto che i mercati non hanno subito la solita batosta dopo una news come questa che, in altri tempi, sarebbe stata potenzialmente esplosiva.

Veniamo però al secondo nocciolo della questione. Il giudizio squisitamente politico e sulla tempistica di pubblicazione di questa notizia. Se è vero che il quadro politico pesa molto nella valutazione del merito creditizio, perché S&P non ha atteso l’esito del vertice europeo per tirar fuori questo coniglio dal cilindro? Senza fare dietrologia – anche se probabilmente ce ne sarebbe davvero bisogno una volta tanto – credo che il problema sia sempre il medesimo. Le agenzie di rating non sono indipendenti come si professano e, cosa peggiore, sono aziende come tutte le altre, e come tutte le altre, rispondono solo agli interessi dei propri azionisti. Cosa vogliono sentirsi dire quindi gli azionisti di S&P? Semplicemente che in questo momento l’Europa è una bomba ad orologeria e non è più quel porto sicuro per gli investimenti come lo era qualche tempo fa. S&P sta dicendo quindi ai propri azionisti: “Signori, al mondo ci sono posti migliori in questo momento dove piazzare i vostri capitali”. Questo è il vero problema. Stiamo perdendo lentamente, ma inesorabilmente di appeal e credibilità. Giudizi di questo tipo, sia chiaro sono, secondo me, partigiani e costituiscono una vera e propria turbativa di mercato. Il problema è tutto qui. Ormai non possiamo più fidarci di questi tizi che ci danno i voti. E questo vale sia quando prendiamo buoni voti, che quando facciamo schifo. Sarebbe davvero l’ora di cominciare a pensare che l’oligopolio delle agenzie di rating debba essere spezzato. Questa dovrebbe essere una delle questioni principali in ogni consesso internazionale. Dobbiamo poterci fidare dei controllori, dobbiamo pretendere che siano indipendenti dai controllati, altrimenti il giochino prima o poi si rompe, e allora altro che bolla sub-prime.

Per quanto riguarda la questione della scelta di tempo, infine, credo di aver detto implicitamente già più di un paio di cose con la riflessione di cui sopra. Questa questione, che si lega strettamente al discorso intorno al chi ci guadagna da cosa, potrebbe essere risolta in modo più rapido e semplice di quanto non lo sia il problema delle agenzie di rating in sé. Se iteriamo ancora questo modello in cui ci sono alcune agenzie che valutano stati e società come accade oggi, perché non imporre loro semplicemente di far uscire i loro report secondo certe scadenze prefissate? E non mi si venga a dire che questo influirebbe sull’andamento dei mercati attorno a quelle date perché questo discorso non sarebbe altro che uno specchietto per le allodole. Punto.

Un’ultimissima considerazione sulle reazioni del mondo politico. Semplicemente, non ho parole. Ogni volta che i nostri leader aprono la bocca mi viene da piangere. Di qualsiasi colore politico e nazionalità siano. L’unica cosa sensata da dire, oggi, era semplicemente: “Cara S&P, ma vaff…lo! Giudicami dopo che hai visto come va a finire il vertice del secolo di questo fine settimana! Che ti costa?”

Al solito, a pensar male si fa peccato… Ma spesso ci si prende! S&P la sua valutazione l’ha già fatta. Sarei pronto a scommettere che tra 90 giorni scoppia una di quelle bombe… Ma voglio essere magnanimo, e positivo… Carpe Diem che in questi chiari di luna 90 giorni sono un’eternità!

Corsi e ricorsi…

Conoscere il passato non è assolutamente garanzia per il futuro, su questo non ci piove. È pur sempre vero però che è bene conoscerlo – e non dimenticarlo! – perché spesso quanto è avvenuto nel passato può darci interessanti chiavi di lettura per quello che può succedere nel futuro.

A tal proposito, vi propongo una lettura interessante, che potete trovare in lingua originale qui (http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931) oppure, se vi fidate, leggerne una mia traduzione (per quanto raffazzonata) di seguito:

Nella crisi del debito di oggi, la Germania rappresenta gli Stati Uniti del 1931
La storia della Germania mostra che imporre il declino economico ad altre nazioni induce ad immagazzinare problemi per il futuro

“Un paese che affronta un abisso economico e politico. Il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità, si assiste ad enormi tagli nel pubblico impiego e le tasse vengono drasticamente aumentate, l’economia crolla ed il tasso di disoccupazione esplode, la gente lotta per strada mentre le banche collassano ed il capitale internazionale abbandona il paese. È la Grecia nel 2011? No, la Germania del 1931.
Il capo del Governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning. Il “cancelliere della fame” tagliò per decreto le spese del governo per decreto, ignorando il parlamento mentre il PIL cadeva senza freni. Due anni dopo Hitler avrebbe preso il potere, otto anni più tardi sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale. La situazione politica di oggi è ben differente, ma le analogie economiche sono spaventose.
Come nei paesi in crisi di oggi, il problema fondamentale della Germania del 1931 era rappresentato dal debito estero. Gli Stati Uniti erano il più grande creditore della Germania, i cui debiti erano denominati in dollari americani. Dalla metà degli anni ’20, il governo tedesco aveva preso in prestito all’estero – contraendo così debiti esteri – ingenti somme per far fronte al pagamento dell’oneroso debito di guerra imposto da Francia e Gran Bretagna. Quel medesimo debito estero – si ricordi – aveva finanziato i ruggenti anni ’20 della Germania, il boom economico scaturito dopo l’iperinflazione del 1923. Come Spagna, Irlanda e Grecia nei nostri anni, il risveglio della Germania degli anni ’20 era stato causato da una bolla nel credito.
La bolla puntualmente scoppiò quando i mercati finanziari degli Stati Uniti crollarono nel 1929. Investitori e banche furono colpite duramente, persero fiducia ed ridussero i loro rischi, specialmente ritirando gli investimenti in asset europei. I flussi di credito verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria si fermarono all’improvviso. Gli investitori americani, non fidandosi più, non volevano più marchi tedeschi, bensì solo dollari, moneta – ahimé – che la banca centrale tedesca, la Reichsbank, non poteva stampare. Il ritiro in massa di dollari dalla Germania – soprattutto dai depositi nelle banche tedesche – condusse rapidamente all’esaurimento delle riserve valutarie della Reichsbank.
Per poter ottenere dollari, la Germania avrebbe dovuto trasformare l’enorme deficit delle partite correnti in un surplus. Ma, come accade nei paesi in crisi oggi, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi di cambio fissi, il gold standard, e non poteva svalutare la propria moneta. Si scelse di abbandonare il gold standard ed il cancelliere Brüning ed i suoi consiglieri economici iniziarono a temere che gli effetti di una forte svalutazione della moneta avrebbero condotto ad un replay del 1923, all’iperinflazione.
Senza liquidità in dollari dall’estero, l’unico modo per il governo di ribaltare i saldi correnti era quello di tagliare costi e salari. In due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Aumentò le tasse e tagliò i salari e le spese di welfare di fronte ad una montante disoccupazione ed una crescente povertà. Il PIL scese del 8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione crebbe del 30%, e il denaro continuò a fluire fuori dal paese. Le partite correnti passarono così da un enorme deficit ad un piccolo surplus.
Il problema però era che a quel punto non c’erano più abbastanza dollari disponibili nel mondo. Nel 1930 il Congresso degli Stati Uniti aveva introdotto la tariffa protezionistica Smoot-Hawley che teneva le importazioni fuori dal paese. I paesi con debiti denominati in dollari erano così tagliati fuori dal mercato degli Stati Uniti e non potevano così ottenere i soldi necessari ad onorare i loro debiti. La situazione non migliorò neppure quando il presidente Hoover propose una moratoria di un anno per tutti i debiti esteri tedeschi. Alla moratoria si opposero sia la Francia – che pretendeva il pagamento delle riparazioni di guerra – sia il Congresso degli Stati Uniti. Quando nel dicembre del 1931 alla fine tale moratoria fu approvata ormai era troppo poco e troppo tardi.
Nell’estate del 1931, infatti, le banche tedesche avevano cominciato a cadere causando sia una stretta creditizia che la necessità di grandi pacchetti di aiuti pubblici per salvare i gruppi più grandi. Le banche dovettero essere chiuse ed il governo tedesco dichiarò il default. La moratoria di Hoover ed la politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, arrivarono troppo tardi: fallimenti e disoccupazione permisero ai nazisti di guadagnarsi terreno politico.
I paralleli con la situazione economica di oggi sono spaventosi: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire politiche di austerità feroci imposte dalla pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari al fine di ribaltare i saldi correnti da deficit a surplus, ma il tasso di disoccupazione in Grecia è al 18%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 12% ed in Spagna addirittura al 22%. E coloro che potrebbero aiutare non fanno abbastanza. La Germania ed i banchieri centrali tedeschi chiedono drastica austerità e danno soltanto aiuti insufficienti in cambio – troppo poco e troppo tardi, anche in questo caso.
Molto si sarebbe guadagnato dalla Germania nel 1931 se gli Stati Uniti – e anche la Francia – avessero fornito la liquidità necessaria alle banche ed al governo tedesco. Forse la radicalizzazione politica sarebbe stata evitata. Per gli Stati Uniti, poi, coincise con la svolta isolazionista. Non vollero essere coinvolti nelle disordinate questioni europee.
Oggi la Germania gioca il ruolo degli Stati Uniti. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario ai paesi in crisi: nel quadro del EFSF la Germania vorrebbe garantire solo fino a 211 miliardi di euro di prestiti per ogni paese in crisi. Non è abbastanza. Nel 2008 le garanzie messe a disposizione per il solo sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.
La Germania sia attacca ancora al proprio surplus nelle partite correnti. Queste sono, per definizione, deficit per i paesi in crisi e dunque non consentono a questi ultimi di guadagnare i soldi necessari al servizio del loro debito. Inoltre, la Germania si oppone fieramente ad iniezioni di liquidità in questi paesi da parte della BCE. Gli economisti tedeschi ed i banchieri centrali si giustificano dicendo di dover scongiurare la minaccia dell’inflazione. Ecco che si mescolano le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e la deflazione del 1931 con conseguente crisi occupazionale.
Questo errore di giudizio può facilmente ritorcersi contro: la reputazione della Germania in Europa sta scemando, sono cresciute drasticamente le tensioni politiche nei paesi in crisi con forte disoccupazione, ed anche l’eventuale rottura dell’Eurozona potrebbe minacciare l’economia tedesca, soprattutto le sue banche e l’export.
Gli Stati Uniti impararono a proprie spese cosa significasse assumersi la responsabilità della stabilità economica del mondo. La Seconda Guerra Mondiale fu una delle conseguenze della crisi (economica) degli anni ’30, crisi che probabilmente avrebbe potuto essere evitata.
Dopo aver fallito nel tentativo di stabilizzare il sistema economico del mondo nei primi anni ’30, dal 1945 gli Stati Uniti iniziarono a capire come solo la cooperazione economica possa portare ad un mondo pacifico e prospero. Con il piano Marshall e l’apertura del proprio mercato alle esportazioni europee, è stato possibile per il Vecchio Continente ricostruire la propria economia distrutta e, nel frattempo, gli esportatori statunitensi hanno potuto giovare della fame dell’Europa per beni di consumo e d’investimento.
Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti sono stati leader nel commercio internazionale e nel sistema monetario – il sistema di Bretton Woods – che ha garantito la prosperità economica e un mercato libero basato sull’equità sociale ovvero i prerequisiti per le democrazie sociali.
Sia il pubblico che i politici tedeschi dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nell’interesse di lungo periodo della Germania. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del suo potere nel dettare il declino economico delle altre nazioni (europee). L’alternativa è la stagnazione economica e l’aumento delle tensioni tra i paesi dell’area euro. Il verdetto ancora non è scritto, ma una cosa è certa: coloro che non sono disposti ad imparare dalla storia, sono destinate a ripeterla.”

Al solito… Riflettiamo gente, riflettiamo!

La sindrome bipolare del Mercato

Oggi tutte le Borse mondiali in grande spolvero… E meno male, dico io…E lo dice anche il mio portafoglio!

Ma perché?

Bah, andando a leggere un qualsiasi giornale, le motivazioni sarebbero da ricercarsi su questioni puramente tecniche (non sto a dilungarmi… I mercati hanno perso molto per cui sarebbe storicamente “normale” una correzione verso l’alto), ma soprattutto per gli accordi dell’Eurozona, che riguardano il taglio di capelli (haircut) del debito greco, la ricapitalizzazione per oltre 40 mld/€ delle banche europee, la possibiltà di ampliare la disponibilità e la potenza di fuoco del nascente EFSF e per la presentazione delle misure di politica fiscale dell’Italia.

Qualcosa non mi convince, anzi, non mi pare proprio sia cambiato granché sotto il sole. Mi spiego, punto per punto.

Prima questione. La Grecia non onererà mai il suo debito. Si decide per il taglio dello stesso che equivale, tutto sommato, ad un default soft, in quanto se oggi possedete un titolo di stato ellenico, a scadenza vi sarà corrisposta la metà del valore nominale (né più né meno che un “saldo e stralcio”, come si dice dalle mie parti…). Bene, si dirà, meglio di nulla, meglio un uovo oggi che… Ecco, più o meno questo è stato il ragionamento dei grandi banchieri stra-indebitati con la Grecia (specialmente francesi e tedeschi). Ma siamo sicuri che sia tutto oro quel che luccica?

No, ed il motivo si lega alla seconda questione da analizzare. Si decide di ricapitalizzare le banche (solo in Italia servono una 15 di miliardozzi, la metà serve ad Unicredit, 3 servono a MPS, i restanti 5 agli altri gruppi). Della serie, ti faccio mettere a bilancio una perdita sulla Grecia, ma ti ricapitalizzo (coi soldi dei contribuenti) in puro stile “un colpo al cerchio, un colpo alla botte”.

Terza questione. Il Fondo Salva Stati, l’EFSF potrà agire a leva aumentando così (virtualmente!) la sua dotazione di capitale, che ricordo viene data proporzionalmente dagli Stati membri dell’Unione, ed essere così più “forte” sui mercati. Bah… tutto troppo facile che mi sembra una gran baggianata. Della serie, non si chiedono (molti) più soldi agli Stati membri, visto che sono già super-indebitati, e allora si concede per statuto che questo fondo possa fare come un classico fondo d’investimento e lavorare in leva. Ora, se lavoro in leva qualcuno mi dovrà comunque “prestare” quel capitale… Ecco la perla. La BCE (che ricordo essere la Banca Centrale Europea… e non del Congo, con tutto il rispetto per i congolesi!) non intende prestarlo, per cui che si fa? Bene, il presidente del EFSF, Regling, vola a Pechino per “elemosinare” i dindini necessari. E tutta questa manfrina è minacciata dalla spada di damocle delle agenzie di rating che hanno già fatto presente che nel caso in cui la dotazione di capitale del EFSF non fosse abbastanza corposa, sarebbe a rischio la tripla A per questo fondo… Che buffo sarebbe se lo strumento (stabilizzatore) che dovrebbe assicurare la stabilità finanziaria dell’Eurozona, ricevesse un voto, un rating, più basso di alcuni dei membri (stabilizzati, o meglio “stabilizzandi”) sui quali dovrebbe intervenire! Insomma sarebbe un po’ come se a scuola il professore stesse a sedere di fronte alla cattedra!

Quarta questione. La “lettera” e le misure italiane. Un foglio di carta nulla più. Perché? Semplicemente perché le proposte contenute nella lettera sono francamente inattuabili nel breve periodo e comunque moooolto difficilmente realizzabili anche nel lungo. Che cosa abbiamo detto all’Europa? Abbiamo detto che manderemo a casa senza giusta causa i lavoratori delle aziende in difficoltà (come se fosse colpa loro se queste aziende versano in cattive acque!). Abbiamo detto che innalzeremo l’età pensionabile. Abbiamo detto che venderemo il nostro patrimonio in tranche da 5 mld/€ l’anno. E, pensate, abbiamo addirittura detto che risparmieremo la carta. Sì, proprio la carta! Daremo le pagelle in formato elettronico agli studenti. Ooooh, avranno detto a Bruxelles: “Ma guarda che bravi questi italiani!” Sicuramente non l’hanno detto. Non avrebbero potuto dirlo, ma certo lo avranno pensato.

E allora torniamo alla domanda iniziale? Perché le Borse festeggiano?

Volete sapere qual’è la migliore risposta? Eccola: Boh!

Chiedete ad un’analista tecnico, ad un esperto di fondamentali, ad un insider, ad uno esperto di psicologia comportamentale dei mercati, tutti vi daranno una risposta diversa… La migliore resta quella scritta poche righe più su… Boh!

Potremmo parlarne per altri cento post e non trovare il bandolo della matassa, ma voglio accennarvi ad un’interpretazione per me molto affascinante, e che negli ultimi anni acquista sempre maggior credito. Ormai molti (matematici, studiosi delle reti, economisti e finanche evoluzionisti) intrepretano il Mercato come un organismo vivente, come un essere della natura, come me e voi insomma.

Se questo fosse vero, perché allora non interpretare il Mercato come un soggetto affetto da sindrome bipolare?

Ai posteri l’ardua sentenza!

In bocca al lupo Governatore!

Si apre l’era di Marione alla BCE. Non un’era fortunata, almeno per ora, e non certo per colpa sua.

Tra Eurobond, EFSF, controllo dell’inflazione e incentivi alla crescita, ma soprattutto “unione economica”, le sfide del delfino di Ciampi non sono certo facili.

Gli auguro le migliori fortune, in fondo non mi sembra peggio di tanti altri che calcano senza meriti i palcoscenici della politica dei nostri giorni, ed in fondo ne va anche del mio futuro in quanto cittadino italiano (ed europeo).

Guardando a casa nostra, non siamo ancora riusciti a trovare il successore, e non c’è bisogno di ricordarne i motivi. Pare che domani il dominus di Arcore si pronunci.

Spero, sinceramente, che chiunque assuma lo scranno che fu di Marione lo faccia con la stessa dedizione ed impegno, senza farsi tirare per la giacchetta dalla nostra classe politica, che per gran parte non sa neanche cosa sia e rappresenti la Banca d’Italia.

Insomma, in bocca al lupo Governatore, e ricorda che bisogna vincerle le sfide di cui sopra, non basta partecipare. Partecipare in questo caso è peggio che perdere.