Archivio mensile:novembre 2012

Dialoghi molto attuali… L’ILVA e la politica industriale italiana

Uomo: “Pensavo oggi alla questione ILVA. Che poi, parliamoci chiaro, la questione occupazionale dovrà assolutamente essere il centro di ogni intervento politico dell’immediato futuro. Detto ciò, la questione ILVA mi pare riassuma emblematicamente i paradossi di certa industria italiana. 
Ma il dramma è la scelta esistenziale tra il lavoro e la salute: il dramma è che oggi, nel 2012, debba darsi il caso che il futuro di una industria di queste dimensioni sia racchiuso in una scelta dicotomica del tipo bianco/nero. Qui si racchiude tutto il fallimento della gestione sia politica istituzionale che politica industriale. e come al solito a pagare saranno i poveri cristi che forse andranno in cassa integrazione. Sarebbe fuori luogo secondo te un intervento statale pesante? Se il capitolo delle liberalizzazioni è in effetti un capitolo di fallimenti, perchè lo stato non potrebbe riprendersi settori strategici dell’industria? Certo non secondo modelli sovietici, ma secondo modelli di partecipazione indiretta, dove però la salvaguardia della salute e del diritto al lavoro ritornano centrali. Chissà..”

ilva-tarantoMezzuomo: “ILVA. Che situazione! Come giustamente dici te, è uno dei tanti fallimenti della politica e dell’imprenditoria italiana. Il solito intreccio di poteri che ha fatto mangiare tante bocche a Roma, in regione Puglia, nella provincia e nel comune di Taranto, salvo poi affamare e ancor peggio ammalare la povera gente. Il problema è gravissimo altro che grave. L’ILVA rappresenta il 55% del PIL della Puglia, se non ricordo male, è di gran lunga il primo produttore di acciaio d’Italia e dà lavoro tra diretto ed indiretto a qualcosa come 30.000 persone. Questi i numeri della produzione, ma che dire del problema sanitario? C***o. Lì la gente muore per davvero e con incidenze di mortalità da paura, paragonabili forse solo al macello del fu Eternit di Casale Monferrato. Ecco, cercando di lasciare un attimo da parte la questione socio-politica e guardando ai numeri, mi ricordo una discussione con ****** che una volta mi fece entrare in una riflessione riguardo alla stima dei costi degli eventi estremi (dei Cigni Neri, tipo le catastrofi, ecc.). In effetti non esistono modelli chiari per capire quanto effettivamente costi alla collettività una concentrazione di morti e/o da malattie indotte da eventi estremi e/o dalla scelerata attività umana, tipo il terremoto dell’Aquila o l’ILVA, appunto, a Taranto. Il problema si aggrava poi se andiamo a vedere anche i costi sociali di una chiusura di un impianto come l’ILVA. Si tratta di una polveriera sociale e non c’è economista al mondo, di qualsiasi credo sia, che non dica che il disagio sociale è il problema economico più difficile da gestire. Solo la guerra può essere paragonabile ad una situazione come la disoccupazione dilagante e la tensione, che ovviamente si manifesterà nel caso di una chiusura (come quella che appare dietro l’angolo)! Quindi? Come uscirne? La ricetta c’è. Peccato che non sia quella del pensiero dominante oggi in Europa. Questa ricetta è quella di Keynes e Roosevelt e che oggi è impersonata dagli economisti “di mare” che hanno come capofila Krugman, che si contrappongono strenuamente agli economisti del pensiero dominante, gli economisti “d’acqua dolce” (tra l’altro se hai voglia ti consiglio di leggere un libello molto carino proprio del Nobel Krugman – “Fuori da questa crisi adesso”). In situazioni di crisi come questa bisogna sostenere la domanda aggregata con la Mano Pubblica. C’è poco da fare. Se ho disoccupazione dilagante, la gente non spende e la domanda muore… E la domanda non si rilancia con l’austerity, ma solo facendo spendere chi può spendere, ovvero gli Stati. La questione del debito è un problema relativo nella misura in cui il debito è sempre il credito di qualcun’altro… Per cui… Una situazione come l’ILVA potrebbe essere affrontata solo sospendendo il patto di stabilità e con lo Stato che s’impegnasse a garantire la produzione prima, la riconversione e la bonifica poi. Punto. E la cosa che mi fa incazzare è che sotto al tavolo questi “maneggi” per le banche già si fanno. Guarda il MPS oggi in Italia, Dresdner e Commerzbank ieri in Germania, Dexia in Belgio e tutte le banche spagnole. Sai qual è il problema? Io credo che nessuno abbia il cuore di stappare il vaso di tutto quello che c’è a Taranto perché nessuno sa cosa ci sia davvero e nessuno vuole trovarsi con la patata bollente in mano. Ed in tutto ciò, l’Europa da parte sua non intende ulteriormente sporcarsi le mani perché dal suo punto di vista sta versando fiumi di denaro da decenni al Sud-Italia tramite i famosi fondi per la coesione sociale, che regolarmente si perdono nella corruzione, nelle mafie, ecc. E d’altra parte la politica italiana oggi più di ieri è il nulla assoluto. Ed eccoci qua. Bersani. Sì, proprio lui. A marzo, appena un minuto dopo l’elezione deve avere le palle e fare il politico vero. Deve salvare Taranto. Punto. Questi tecnici prenderanno tempo e non decideranno nulla perché non credono veramente che lo Stato debba intervenire massicciamente a Taranto, al di là di tutti i buoni propositi di Rigor Montis…. C’è poco da dire ancora: Monti, ecc. sono parte della corrente degli economisti “di acqua dolce”… E quindi… Punto.

Dialoghi molto attuali… Un punto sulle primarie ante-ballottaggio

Un nuovo format, uno scambio di battute molto attuale con un caro amico.

Uomo: “Hai visto il tuo povero amico “Tabaccio” ha preso l’uno per cento!? L’ha votato solo ******, è sicuro. Comunque Renzi avanza come un carro armato. C’è pericolo”.

il-confronto-finale-tra-bersani-e-renzi-in-pr-L-tSo1clMezzuomo: ” ******. Unico come sempre! Allora, la questione Renzi è storica. Credo che sia un pungolo necessario per una classe dirigente PD ormai cristallizzata che ormai non era altro che la riproposizione con colori “smunti” dei partiti  del centro sinistra della Prima Repubblica. Certo, quel gallettino del Valdarno ancora non ha masticato nulla della politica fatta nei palazzi romani e potrebbe scottarsi presto. È un provincialotto montato e non è facile comandare tra lobby, privilegi & co. Comunque resto convinto che domenica Bersani vinca a mani tutto sommato basse e la questione Big Bang Renzi ricomparirà al momento della costruzione delle liste per il 2013…”.

Uomo: “Penso anche io che la questione Renzi sia stata tutto sommato una questione di stimolo provocatorio al rinnovamento, ma ovviamente la gente penso si sia accorta che il Renzi manchi di tutta l’esperienza e la “presentabilità” per potersi affacciare a Roma e soprattutto in Europa. Certo è che i suoi voti li metto insieme a quelli di Grillo: nel senso che bisogna veramente che i partiti ascoltino questo malcontento generale, questa antipolitica che dilaga”.

Mezzuomo: “Il problema di fondo è proprio quello! In Italia la gente si fa abbindolare da chi parla bene, si presenta come messia ed innovatore, ma poi in fondo razzola male. Renzi diventerà un grande leader nel momento in cui si renderà conto che i partiti a qualcosa servono e che i movimenti son poca cosa se non strutturati. Con il 2013 si potrebbe aprire anche la Terza Repubblica, ma solo se e solo se si comincerà a restituire credibilità alla politica, quella vera, che è prassi e gestione della res publica in un’ottica di bene comune. Bersani è uomo perbene, ma è troppo legato a modelli e figure dal passato poco edificante. D’altra parte di Renzi non si sa quanto ci sia di vero e quanto di montato. Ho quindi una paura matta che perderemo un’altra occasione! Si cambierà per non cambiare… A meno che non ci sia qualcuno che da fuori ci imponga di cambiare, ma viste le condizioni dell’UE di oggi, non sono così ottimista”.

Uomo: “Il fatto è che con una destra in queste condizioni, dilaniata da vent’anni di monocrazia berlusconiana, vincere sarebbe obbligatorio. Eppure anche io ho un po’ la tua paura, quella di perdere per l’ennesima volta la grande occasione. Maremma diavola, ma è possibile dare un voto ad un comico ciarlatano? Ma la politica, con tutte le sue storture e schifezze, sarà ancora qualcosa d’altro da slogan, battute o semplicemente anti-politica, spero. Quelli di Renzi mi sembrano solo grandi flash ad effetto, adatti ad abbagliare, ma quasi privi di contenuti. Mi pare anche nauseabondo il suo continuo parlare di rottamazione, parola che trovo anche offensiva e sgradevole. Il fatto è che venti anni di vuoto politico hanno il loro peso, e ci vorranno anni per recuperare quel senso civico che un’intera nazione ha perso. Credo davvero che solo in prospettiva storica riusciremo a renderci conto del disastro che sono stati questi venti anni di dittatura soft”.

Mezzuomo: “Come al solito, le valutazioni si faranno dopo che le schede, quelle di marzo 2013, saranno conteggiate, ma qualcosa credo si possa già dire:

1) La questione dell’occasione.

Oggi come in pochi altri momenti dei 70 anni di storia della Repubblica è il caso di cambiare. Questa poi è la vera occasione per chi si senta progressista. Cambiare è obbligo per cui c’è da cogliere la palla al balzo.
2) La questione del rifiuto della politica.
Si, più che antipolitica in Italia abbiamo il rifiuto della politica. Non siamo come gli americani o gli inglesi che semplicemente non si pongono neppure il problema di andare a votare. Noi abbiamo una tradizione più verace, più emozionale forse della politica. Siamo come i francesi, in generale siamo più continentali che anglofoni nel concepire il diritto/dovere del voto. L’antipolitica in Italia è un frutto (marcio) della Seconda Repubblica e così com’è stata creata solo una nuova (e Terza) Repubblica penso possa riportare quel minino di dignità alla politica da consentire lo sgonfiamento di bubboni come quelli di Grillo, che rappresenta una delle forme di populismo più becere del panorama politico europeo.
3) La questione Renzi.
Sinceramente ancora non riesco a dare un giudizio complessivo di questo personaggio. Provo a spiegarmi. Credo che si debba distinguere la sua figura da quelli che sono emersi come capisaldi del suo programma. Ora, io credo che per quanto riguarda il primo punto il buon Renzi from Incisa sia quanto di più spregevole si possa pensare. A me non piace come si presenta, non piace come si atteggia, non piace l’one man show, non piace l’idea del commander in chief, ecc., ma soprattutto, da ex-uomo di partito, non posso sopportare il modo con cui si relaziona con il PD che, fino a prova contraria, è ancora il suo partito. Per quanto riguarda il programma… Ca**o, se riesci a togliere le suppellettili, le battute ad effetto e la forma, ca**o… ripeto… Ha contenuti veri, interessanti e per molti versi più progressisti di Bersani il quale, secondo me, ha un programma che, al solito, non è né carne né pesce e alla fine si rivela la riproposizione del Prodi-bis… Peccato sia passato un quinquennio e il mondo intorno intanto si sia ribaltato… Eppure quell’ex-ciellino, cattolichino, destrorso di Renzi ha un programma che mi fa una gola pazzesca. Credo che sia ben poca la farina del suo sacco, ma gli va dato atto di essere riuscito a catalizzare proposte incredibilmente moderne e concrete. Alcuni esempi:
  • Il tentativo di reindirizzare le risorse europee che si perdono nei meandri della spesa corrente delle amministrazioni per liberare risorse per lo sviluppo (a onor del vero, va detto che questo punto è interessante se e solo se il budget 2014 – 2018 dell’UE viene approvato per quanto riguarda il piano di aiuti alla coesione per le aree depresse e che non sia troppo penalizzante per l’Italia).
  • La revisione della contrattazione collettiva nazionale (proposta da Ichino per la verità). Questa sì che è tanta roba. Proposta che appare anti-sindacale, ma che nei fatti è l’unico tentativo concreto di riportare il merito e la produttività in un mercato del lavoro asfittico come quello italiano.
  • Il riconoscimento del problema del digital divide e del Web come motore di crescita.
Ora, tornando a quanto di cui sopra.
Sia 1) che 2) che 3) sono tutte e solo eredità di un ventennio scelerato e su questo non ci piove, ma ti faccio un pronostico (sperando di essere smentito per quanto c’è di negativo nella mia “predizione”): Il berlusconismo non si cancellerà col 2013 e neppure al giro successivo, ma a marzo prossimo vincerà Bersani (che ovviamente a quel punto avrà vinto le primarie), per quanto non credo riuscirà a governare per 5 anni. Monti sarà presidente della Repubblica, il buon Renzi romperà col PD e nel giro di una legislatura o poco più non riuscirà a campare a meno che non riesca lui stesso a costruire il nuovo centro, una neonata Balena Bianca (o Celestina…), altro che Italia dei Carini.
Gli italiani resteranno i soliti, solo più poveri di prima, e saranno costretti, al solito, a farsi guidare dall’esterno com’è già successo dopo la Seconda Guerra Mondiale e non più tardi dell’anno scorso. Questo è solo il mio punto di vista, ma la vedo così.
P.S. Nonostante tutto ciò, io non so ancora chi votare domenica, porca m***a. Te lo giuro. Da una parte Renzi mi fa incazzare e dall’altra Bersani lo ritengo un uomo onesto, semplice e tutto sommato sincero, solo accerchiato da soloni in un partito che non ha capito dove ca**o andare e come parlare a quella fettona di italiani che provano ribrezzo per le storture e le ruberie di questa politica.
Ecco, mi servirebbe una via di mezzo tra i due, ma è un ballottaggio e per questo la scelta è dura.
Boh, alla fine domenica mattina mi presenterò a votare alla Fogliaia con una monetina in mano. Testa o croce?

Uomo: “Non sei a guardare il super confronto televisivo Bersani-Renzi?! Come ci siamo americanizzati! Però mi pare che un risultato queste primarie lo abbiano già raggiunto: c’è un gran fermento, noto un rinnovato interesse per questo tema. mi sembra che sia una bella “prima volta” per il panorama politico italiano. magari aprirà la strada anche per imitazioni, speriamo. Comprendo i tuoi dubbi tra i due modelli e in fondo penso sia proprio una scelta tra due modelli di politica profondamente diversi. Uno “antico”, se così si può dire, seppure con tutte le innovazioni e i rimaneggiamenti più o meno di facciata; l’altro è il modello “nuovo”, che prende il bello della giovane età, dell’uomo senza giacca, ma ha anche tanti stereotipi del peggiore berlusconismo che si è visto negli ultimi anni. Vincerà Bersani, sicuramente. ma sarà nuovamente cosa dura trovare una compagine per poter vincere le elezioni e poi eventualmente creare un governo credibile e presentabile a livello internazionale”.

Mezzuomo: “No, il superconfronto non l’ho visto. Sono già abbastanza confuso di mio. Come ti ho detto, per la prima volta da quando ho facoltà di votare, sono in difficoltà per cui ho bisogno di rimettere insieme un po’ le idee. In effetti mai, credo, nella storia della Repubblica si è vista una tale attenzione per il centro-sx, ovvio, che tutto è dovuto all’incosistenza della controparte, che ora più di prima è proprio sparita. Come dicevamo qualche mese fa, morto Silvio… Morto il centro-dx. Sì, apprezzo il confronto, preferirei un modello più tipo tribuna politica anni 80, ma d’altronde viviamo nell’epoca di Twitter (che peraltro si presta in modo incredibile alla velocità di questi tempi), ma comunque tutto ciò che è nuovo nel conservatorismo della televisione italiana è altro che positivo. E sì, ti do ragione nella questione dei modelli. Bersani si fida ancora del modello basato su un partito strutturato, come voleva D’Alema. Un modello che ha le sue liturgie e si basa su poteri più maneggioni e meno evidenti se vogliamo. Renzi è il modello anglosassone che avanza, con tutti i limiti ovviamente. È espressione del partito leggero, liquido di veltroniana memoria, e credo precorra i tempi di quel che saranno le istituzioni politiche italiane del futuro. Non so se questo modello si attagli all’Italia, ma è un fatto che in un momento di spaesamento generale come questo, dopo vent’anni di berlusconismo, è un modello potenzialmente vincente, ci piaccia o meno. Sul vincere alla fine vinceremo comunque. Non c’è partita. Comandare poi per 5 anni sarà altra roba, ma tutto questo parlare di PD non fa altro che bene a questo partito e alle possibilità di riuscita. Sul discorso poi della credibilità internazionale credo che sia tutto relativo. Alla fine comandano gli “sghèi” e se tu crei sviluppo e affari, piaci anche se sei uno sputo a livello internazionale. Il mondo è cinico e guidato dalla legge naturale del più forte. L’importante comunque sarà rendersi conto che le ricette dell’austerità e della scuola di Chicago insieme sono esplosive… Guardiamo in che condizioni è la Grecia e soprattutto l’Argentina… Speriamo ci passi la voglia di credere che si possa creare ricchezza senza produrre o semplicemente per mano divina. Vacca boia!” 

Il crepuscolo degli “austerici”?

Concentrato com’ero in questi giorni sulle italiche vicende, ho taciuto – colpevolmente – riguardo ad un evento che forse, e dico forse, potrebbe nel medio-lungo periodo mettere un freno al declino cui tutti stiamo assistendo.

L’evento in questione è la rielezione di Obama.

Come saprete il 6 novembre scorso Obama ha vinto le elezioni americane assicurandosi così altri 4 anni di governo degli Stati Uniti.

Ecco, per quanto in questi giorni la politica americana verta tutta e solo sul tentativo di scongiurare il fiscal cliff, quel baratro fiscale in cui è stata ficcata dal secondo scellerato mandato di Bush, il fatto che Obama si sia garantito un secondo mandato, a mio modo di vedere, può essere l’unico barlume di speranza per scongiurare il predominio di quelli che Krugman (economista premio Nobel) chiama “austerici” e l’impatto delle loro politiche depressive.

Ormai è un fatto acclarato che in Occidente la dottrina economica dominante sia il rigore, ovvero il tentativo, che finora si è rivelato devastante, di rianimare un infartuato con un grappino, per usare una metafora calzante. In America come in Europa si è pensato di risolvere il problema del debito, deflagrato dopo la crisi subprime, riducendo forzosamente le spese statali e imponendo un’elevata tassazione sui cittadini. Il risultato, ahimé, è sotto gli occhi (e nelle tasche…!) di tutti, la domanda aggregata è crollata, la disoccupazione galoppa e le economie occidentali stagnano, o peggio, crollano.

In questo quadro desolante, un presidente democratico che abbia dalla sua altri quattro anni di mandato, non abbia l’assillo della rielezione e abbia sotto gli occhi i risultati tutto sommato deludenti del quadriennio precedente, potrebbe essere la soluzione.

Se andate indietro di oltre un anno, abbiamo parlato diffusamente di politiche economiche non convenzionali (vi rimando al post “Siamo dannatamente fottuti?” dell’agosto 2011), ecco, forse oggi, con una situazione ancor più grave e incancrenita di un anno fa, Obama potrebbe rappresentare la speranza di ribaltare quel pensiero dominante che offusca le menti di policy makers, giornalisti e uomini della strada.

L’austerità non è la soluzione e Obama è l’unico che, nonostante le barricate che troverà al Congresso, possa accendere la luce sugli errori che i governi occidentali stanno perpetrando ormai da troppo tempo. Lo Stato serve e serve tanto più in depressione, quando la domanda che viene dai cittadini è modesta se non assente, la fiducia è sotto i piedi e non ci sono player a livello globale in grado di assorbire l’output dell’economia occidentale.

Per l’Europa sarà una questione ancor più difficile rispetto all’America, ma il “presidente nero” potrebbe ri-cominciare a fare da esempio innescando quel circolo virtuoso che nella storia ha permesso all’Occidente di uscire dalle situazioni più difficili.

Barack, ascolta Christina Romer, che conosci molto bene:

“Le evidenze dimostrano più che mai che la politica fiscale conta; che lo stimolo fiscale aiuta l’economia a creare nuovi posti di lavoro; e che la riduzione del deficit di bilancio rallenta la crescita, quantomeno nel breve periodo. Eppure, queste evidenze non sembrano trovare riscontro nel processo legislativo”.

e infine Krugman:

“Ciò che impedisce la ripresa è una mancanza di lucidità intellettuale e di volontà politica. Ed è compito di tutti coloro che possono fare la differenza […] fare tutto ciò che è in loro potere per rimediare a quella carenza. Possiamo mettere fine a questa depressione: dobbiamo reclamare politiche che vadano in quel senso, a partire da oggi stesso”.

Barack, regalaci una speranza cui aggrapparci, fa che il 2013 sia l’inizio del crepuscolo degli austerici.

Il giorno dopo della… “singolar tenzone”

Eccomi il giorno successivo al confronto tra i 5 candidati alle primarie del Centro-Sinistra a cercare di fare un punto della situazione.

Un duello, o meglio uno scontro tra 5 contendenti, una royal rumble all’acqua di rose insomma.

Veniamo al dunque. Diciamo due parole su quello che è stato un unicum nella storia almeno recente della politica italiana. Dovremmo perderci in una miriade di valutazione preliminari riguardo al metodo, alla dinamica, alla statistica, e a tutto quel che volete per dire qualcosa di preciso su quanto abbiamo visto ieri sera, ma preferisco dare giusto pochi spunti di riflessione. Perché? Presto detto. Alla fine dei salmi ciascuno di noi, che andrà a votare tra una decina di giorni alle primarie del Centro-Sinistra, metterà semplicemente una croce su un nome, mosso da un mix di pancia e razionalità, per cui credo sia giusto lasciare agli analisti lo sviluppo di un’interpretazione profonda di quel che è stato il confronto di ieri sera.

Una sola premessa credo sia doverosa. Per quanto apprezzabile lo sforzo di Sky di incalzare a raffica i contendenti, credo che i tempi di risposta fossero oggettivamente stretti e possano aver impedito, in vario modo a ciascuno dei candidati, di esprimersi concretamente sul proprio programma (e pensiero). Un minuto e mezzo a risposta su questioni che riguardano il (potenziale) governo futuro di un paese come l’Italia sanno davvero di pistola alla tempia e impongono risposte spesso troppo poco attendibili.

Detto questo, veniamo ad una sintesi candidato per candidato.

Bersani. Convincente, deciso, chiaro e sicuro di sé. Unica pecca l’espressività. Ho avuto l’impressione che non avesse alcuna voglia di trovarsi in quella situazione, di essere incalzato in quel modo e di essere trattato “come” gli altri. Che il favorito abbia peccato di superbia?

Renzi. Discreto, ma non così convincente. Che sia arrivato alla tenzone col fiato un po’ corto? Le risposte, per quanto accettabili, sono sembrate troppo spesso “imbeccate”. Ha mostrato una buona sicurezza per quanto abbia dato l’impressione di essere come quegli studenti universitari (secchioni!) che si preparano in modo maniacale le risposte senza però avere una totale padronanza dell’argomento che trattano. Insomma, il voto sarebbe stato un buon 28, ma siamo sicuri che all’atto pratico sarebbe in grado di ottenere un analogo risultato?

Vendola. Discreto, ma lagnoso e poco “avvenente”. Il suo elettorato ce l’ha, perché non provare a convincere anche qualcuno che non la pensa esattamente come lui? Mi è parso spesso stucchevole nel ribadire fino allo spasmo quelli che ritiene essere contenuti fondanti il suo modo di intendere la politica di governo di domani. L’avversione per il fiscal compact e l’ossessione per la parità di genere, per quanto questioni che meritano una sacrosanta attenzione, non sono tutto, io credo.

Puppato. Tranquilla, sicura (quasi) sempre, ma poco efficace nella comunicazione verso coloro che non sono esattamente “avvezzi” alla politica. Apprezzabile lo sforzo di confrontarsi contro i “mostri sacri” di cui sopra (in termini di seguito e visibilità), ma debole nel catalizzare l’attenzione di quelle donne che potrebbero essere forse l’arma in più per la sua campagna.

Tabacci. Piacevole sorpresa. Si badi bene, nutro le mie remore nei confronti di uno che ha cambiato molte casacche pur restando nel solco della vecchia Balena Bianca, ma va dato atto al politico di lungo corso di essersi presentato in modo sicuro, deciso e forse – comunicativamente parlando – vincente. Certo, parte con handicap, ma può dire la sua e portare contributi pragmatici ed interessanti ai programmi spesso troppo fumosi dei suoi avversari.

Insomma. Ma chi ha vinto? Bah, io credo che l’unico soggetto ad aver davvero vinto sia stato il Centro-Sinistra. Perde un po’ di smalto forse il PD in quanto tale, dato che su molte questioni i candidati sono sembrati appartenere ciascuno ad un partito d’ispirazione diversa. Vero è che il pensiero unico è poco interessante, ma non sarà forse che nel PD ci siano tanti pensieri quante sono le tessere di partito?

Certo, per converso, provate ad immaginarvi quello che potrebbe essere un confronto cui abbiamo assistito ieri tra i candidati alle primarie che escono dalle macerie dell’altro schieramento. Wow! Sarebbe difficile per Sky anche solo trovare le domande, figuratevi che cosa potrebbero essere le risposte!

Ho sempre più l’impressione che il solo sfidante del Centro-Sinistra nel 2013 sarà un certo Beppe Grillo. Uff…

Se mi chiedete un personale giudizio sulla sola performance di ieri sera, io dico in ordine: Bersani – Renzi – Tabacci – Puppato – Vendola. Attenzione però perché non sono affatto convinto che questi siano i veri valori in campo.

Ne vedremo delle belle dunque tra due domeniche. Chi vivrà… vedrà!

Il vero dilemma. Se non ora, quando?

Negli ultimi giorni sono stato un po’ latitante.

In poco più di due settimane dall’ultimo post abbiamo assistito ad un susseguirsi di fatti ed eventi di un’importanza tale da meritarsi ciascuno più di una riflessione. Per non farci mancare niente poi, proprio mentre sto scrivendo, in America si vota in quelle che saranno ricordate come le elezioni presidenziali più tirate dai tempi della sfida di un’epoca fa tra Bush e Gore (anno 2000), e scusate se è poco.

In Italia l’attenzione è concentrata sulla corruzione dilagante (o meglio ormai endemica!), sulla legge elettorale e sulle primarie dei due principali partiti, sul grillismo che ormai è una realtà con cui fare i conti, sul tramonto dell’integerrimo Di Pietro, su Marchionne e le sue mosse di rottura dell’ordine costituito ed infine su di un Governo che ormai ha oggettivamente il fiato corto. In Europa siamo sospesi tra la polveriera greca, l’indecisione spagnola, la lunga corsa elettorale della Merkelona e le manie di potenza (mai sopite) dei francesi e del loro governo (non me ne voglia il signor Hollande). In America, manco a parlarne, si vola a colpi di sondaggi e spot verso quello che domani sarà eletto come nuovo presidente degli Stati Uniti. La Cina pure è alle prese con il rinnovo delle cariche di governo, anche se lì siamo ben lontani dai pregi e difetti del processo democratico che conosciamo in Occidente.

E poi? E poi c’è ancora un mondo di eventi che si susseguono ad un ritmo tale da non riuscire a vederne nessuno con il giusto occhio critico. Per questo, forse, ho deciso di prendere un po’ di tempo, per riflettere e vedere se fosse mai possibile scorgere appena un po’ oltre l’apparenza delle cose nella speranza di cogliere quel filo, quel legame che potrebbe (o dotrebbe) consentire una visione più organica del modo in cui va il mondo politico ed economico in questi tempi tribolati.

Un’idea tutta mia me la sono fatta e si basa, manco a dirlo, sulla natura intrinseca dell’uomo inteso come animale, o meglio animale (razionale) della specie homo. Il punto di fondo è, secondo me, che l’uomo – per la sua natura di animale – tende all’autoconservazione in ogni ambito della sua vita. A differenza però di un maiale (non me ne voglia quel grazioso animale), l’uomo persegue il suo obiettivo di sopravvivenza e conservazione usando la mente, cioè quella straordinaria capacità che gli ha messo a disposizione l’evoluzione. L’uomo insomma pensa, sperimenta, razionalizza ed evolve nei comportamenti al solo scopo di conservarsi nel mondo.

Per questo motivo, io credo, se guardate alle dinamiche della politica potrete accorgervi anche voi che è molto più “facile” perpetrare comportamenti atti alla conservazione dello status quo piuttosto che cambiare, e questo è vero almeno finché non si abbia davvero qualcosa da perdere o quando l’ambiente che ci circonda non ci metta così alle strette da dover “davvero” cambiare. E ancora, è in questo contesto che si giustificano quei mondi così restii al cambiamento come le istituzioni, la politica e le stesse dinamiche economiche.

Mi sbaglio? Forse sì, ma credo che questo sia il dilemma vero dei tempi che stiamo vivendo. Non sarà il caso forse di prendere il coraggio a due mani e fare quel salto nel buio verso quel progresso che ciclicamente nella storia ha fatto veramente cambiare le cose?