Archivi tag: default

Le piaghe della Sicilia

Mi è capitato di risentire in streaming la conferenza stampa di Lombardo di qualche giorno fa. Quella in cui difende a spada tratta il suo operato contro tutti quelli che parlano della Sicilia come di una regione sull’orlo del default e mi è venuta in mente questa scena…

Non me ne vogliano i miei amici siciliani…

Meglio andare a letto…

Buonanotte.

La voce della sincerità

Usciamo dagli schemi ed ascoltiamo un ragazzino olandese di 10 anni.

Vi traduco una lettera che Jurre Hermans, un ragazzino olandese appunto, ha scritto, con l’aiuto del padre, alla giuria del Wolfson Economics Prize, il premio più importante al mondo dopo il Nobel in ambito economico. Egli ha fornito ed illustrato la propria visione per risolvere la crisi greca e, nonostante tutto quello che si possa pensare, è molto sincera e simpatica. Eccola.

“Cari Signori e Signore,

il mio nome è Jurre Hermans. Ho 10 anni e vivo in Olanda. Sono abbastanza impaurito per la crisi dell’Euro di cui sento parlare giornalmente nei telegiornali. La crisi dell’Euro è un grosso problema. Ho pensato ad una soluzione. Da quando ho letto sul giornale del vostro premio, ho pensato che mi sarebbe piaciuto proporvi la mia idea. Idea che potrebbe andare. Eccola: ho fatto un disegno e lo spiegherò.

La Grecia dovrebbe lasciare l’Euro. Ma come?

Tutti i cittadini greci dovrebbero portare i loro Euro nelle banche (greche). Dovrebbero metterli in una macchina cambia-valute (guardate a sinistra nel disegno). Come vedete, il ragazzo greco non appare felice!! Il greco riceve indietro Dracme greche dalla banca, la sua vecchia moneta.

Le banche danno tutti gli Euro raccolti al governo greco (guardate in alto a sinistra nel disegno). Tutti questi Euro insieme formano una frittella [orig. pancake] o una pizza (guardate in alto nel disegno). Adesso il governo greco può iniziare a ripagare tutti i suoi debiti: tutti quelli che vantano un credito, posso prendere una fetta di pizza. Potete vedere come tutti gli Euro della pizza vadano adesso a coloro che (aziende e banche) hanno prestato soldi alla Grecia (guardate a destra nel disegno).

Ed ecco qui la parte più furba della mia idea:

i Greci non vogliono cambiare i loro Euro per le Dracme perché sanno che il valore di esse cadrà drammaticamente. Essi provano a nascondere i propri Euro in quanto pensano di poter ottenere più Dracme aspettando un po’ di tempo.

Se un Greco prova a mantenere i suoi Euro (oppure a depositarli in una banca all’estero come in Olanda o Germania) e viene scoperto, egli viene multato per un importo almeno doppio dell’intero importo che egli ha provato a nascondere!!

In questo modo io assicuro che tutti i greci consegneranno i loro Euro in una banca greca così da consentire al governo greco di ripagare i suoi debiti.

Spero che la mia idea vi possa aiutare!!!

Ovviamente, se un paese ripaga il suo debito, può rientrare nell’Eurozona.

Qualcosa in più riguardo a me stesso: ho 10 anni, amo gli animali, ho un cane ed un uccellino. La mia famiglia è composta da 5 persone e vivo in Olanda. Ho 5 amici con cui gioco tutto il tempo, specialmente all’aperto.

PS. Mio padre mi ha aiutato con la traduzione in inglese, in quanto io parlo olandese.

Saluti dall’Olanda,

Jurre Hermans”

Grecia. Default.

Per la quinta volta in 200 anni la Grecia è andata in default.

La International, Swaps & Derivative association (Isda) guidata da Dallara, ha dato il via libera alla liquidazione dei cds, a seguito delle clausole di applicazione collettiva (CAC) che hanno “imposto” la ristrutturazione del debito per i creditori privati recalcitranti.

Dunque, non avendo assistito ad una (completa) ristrutturazione volontaria, si assiste ad una ristrutturazione forzosa, un vero e proprio default, per quanto ordinato.

Insomma, dopo aver versato fiumi d’inchiostro ed averne sentite di cotte e di crude, volenti o nolenti, siamo arrivati alla constatazione di uno stato di fatto: la Grecia non era e non è in grado di onorare tutti i suoi debiti per cui, comunque la giriamo, è fallita.

Le colpe sono senza dubbio molte. Ovvio, il peccato originale è dei vari governi greci e di un sistema paese ormai sull’orlo del baratro, ma dovremmo alzare lo sguardo e renderci conto che una buona dose di responsabilità dovrebbe essere ascritta ai politici e tecnici europei che, prima, non sono stati in grado di accorgersi che i conti dei greci non erano a posto al momento dell’ingresso nell’Euro e, dopo, non sono stati in grado di gestire in tempi ragionevoli una ristrutturazione che ormai era inevitabile. Ciò ha fatto sì che il problema greco, un problemuccio di una delle tante periferie d’Europa, diventasse il problema dell’EZ e trascinasse con sé quei paesi che avevano una mole corposa di debito resa instabile da un tasso di crescita stentato.

Personalmente, e non me ne vogliano coloro che hanno perso bei soldi in obbligazioni greche, prendo con sollievo la notizia. Almeno adesso abbiamo dimostrato al mondo che in Europa qualcosa si decide, nel bene e nel male. Pur ribadendo le mie perplessità sulle modalità con cui siamo giunti a questa decisione, pur non sentendomi – da semplice investitore privato – rappresentato da questo Isda, pur ribadendo che siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di una debolezza politica ormai cronica, sono contento che ci siamo tolti questo dente.

Ora attenzione! Gli squali annusano il sangue del Portogallo… Vediamo di non cucinare un altro haggis in salsa british! Chi ha orecchi per intendere…  

Waterloo… Caporetto… E chi più ne ha più ne metta

20120113-235326.jpg
Quando andavo a scuola, i professori dicevano a mia madre: “Il ragazzo è bravo, ma se s’impegnasse, potrebbe dare di più”. Mia mamma tornava a casa, mi faceva un bello shampoo, io da quel momento ci davo dentro e tutto sommato i risultati sono arrivati. Cosa sarebbe successo se quegli stessi professori non mi avessero dato alcuna possibilità di riprendermi? Probabilmente a quest’ora non sarei riuscito a costruire granché di buono.
Ecco, il professor S&P oggi ha deciso che l’Europa è praticamente da cestinare. Secondo me, è arrivata l’ora di mandare qualche ispettore a casa di quel tizio e mettergli un po’ di paura.
Siamo sempre alle solite, siamo sempre a parlare di agenzie di rating, purtroppo.
A questo punto è chiaro infatti che c’è un vero e proprio accanimento nei confronti dell’Ue, anzi, signori, siamo proprio sotto attacco! Badate bene, non è il voto in sé che deve farci incazzare, è la modalità e la tempistica in cui arriva che è criminale. Ormai era nell’aria infatti che i francesi avrebbero perso la tripla A, che il Portogallo è ad un passo dal default e che Italia e Spagna fossero destinate come minimo agli esami di riparazione, ma non in questi termini ed in questi modi.
Appare ridicolo infatti che questi tizi americani possano decidere a piacimento, come abbiamo già detto, quando e come calare la scure e tagliare le teste dei condannati.
Quel che è successo oggi è gravissimo, tanto più perché avvantaggia, o almeno non svantaggia, solo un paese nel mondo, gli Stati Uniti che, guarda caso, lunedì prossimo avranno la borsa chiusa per il Martin Luther King day. Abbiate pazienza, questa è evidenza di dolo!
Se non dovessero uscire novità dirompenti nel corso di questo fine settimana, con molta probabilità le borse mondiali lunedì accuseranno il colpo mentre gli Stati Uniti se ne staranno bellamente a godersi la festa… Pace all’anima del buon Martin!
Quando finirà questa ridicola pantomima? Giusto ieri il buon Obama ha presentato un disegno di legge per innalzare ulteriormente il tetto del debito, come al solito, dimostrando che gli americani fanno come vogliono in barba a tutto il resto del mondo ed alla faccia di coloro che, come noi europei, si svenano pur di arginare la spesa facile ed il debito pubblico. Ora, per quanto sia legittimo per un paese sovrano come gli USA stampare tutte le banconote che vuole e fare una politica di deficit spending agguerrita, io comincerei a rendergli pan per focaccia iniziando a ripargarli con la stessa moneta, anzi, impegnandomi a non comprare più neanche un T bill!
C’è poco da fare, questi giocano sporco, ormai hanno scommesso al ribasso sulla nostra moneta e la nostra stabilità e ci bombardano a loro piacimento, con ondate di vendite short sulle nostre banche a mercati aperti e con mezzi istituzionalmente convenzionali come le agenzie di rating al limite della legalità che si muovono sul terreno sporco dei conflitti d’interesse. Alla faccia del patto Atlantico e dei nostri morti in guerre che gli americani hanno scatenato!
Ebbene sì, oggi sono proprio incazzato! Per quanto ancora dovremo scontare il debito di riconoscenza che viene dal Piano Marshall? Per quanto ancora dovremo essere succubi?
Badate bene, qui non è in gioco l’antiamericanismo, il comunismo o il giustificazionismo nei confronti del terrorismo. Qui non è in gioco nessun -ismo!
Si tratta solo di abbandonare l’ipocrisia, di tendersi la mano quando se ne ha bisogno oppure tirarsi indietro, senza rimorsi. Se, come lo zio Sam ci sta dimostrando, gli Stati Uniti continueranno a perseguire una politica egemonica con i più biechi mezzi del signoraggio economico sarà bene che l’Europa cominci seriamente a guardare al Pacifico piuttosto che al caro vecchio Atlantico.

Countdown to the implosion?

Il tizio che vedete in foto è Nuoriel Roubini. In America è famoso per due motivi: è stato uno dei pochi ad intravedere la crisi subprime, che gli ha valso senza dubbio la notorietà oltre a due non troppo invidiabili soprannomi, Dr Doom e Cassandra ed è un gran party man. E beato lui, mi viene da dire!

Le sue fosche previsioni, in effetti, hanno fatto un ulteriore passo in avanti negli ultimi mesi tant’è vero che nell’ultimo Global Outlook che egli ha pubblicato, compare una data di default per l’Italia che coincide con gli ultimi trimestri del 2013.

Insomma, ottime prospettive per inziare l’anno nuovo!

L’analisi può essere riassunta in poche battute: la difficoltà ed onerosità nel rifinanziamento del debito pubblico, l’effetto contagio dell’uscita della Grecia dall’Euro (che Roubini stima per la fine di questo anno), la disoccupazione, l’incapacità di rilanciare i consumi privati, per mancanza di fiducia, e pubblici, per gli stringenti vincoli di bilancio, fanno sì che l’Italia si trovi ormai su una china insormontabile che non può essere scongiurata e che quindi richiederà una ristrutturazione del debito. Un default bello e buono.

Ora, non che Roubini sia nuovo ad affermazioni del genere, anzi, già mesi fa, in effetti, aveva affermato che l’unica strada efficace per rilanciare nel medio-lungo periodo l’Italia era ristrutturare fin da subito il debito pubblico. La novità del momento è, però, “la data di scadenza” che ci ha appioppato.

In effetti, stando a quanto riportato in questa difficile quanto interessante analisi: http://www.economonitor.com/edwardhugh/2011/12/26/italy-braces-itself-for-the-full-monti/ le prospettive del Bel Paese sono decisamente fosche e, al solito, torniamo sempre a ragionare intorno agli stessi problemi: l’inefficienza del lavoro che  porta ad un costo esoso per unità prodotta (a fronte, peraltro di una retribuzione mediocre del lavoratore), l’invecchiamento tendenziale della popolazione e la disoccupazione giovanile, la mancanza di crescita del sistema Italia, l’inflazione connessa alle misure di austerity, la mancanza di competitività ed il tracollo delle PMI, il rallentamento dell’immobililare e la stagnazione del credito, e chi più ne ha più ne metta.

Per quanto, però, mi stia mangiando il fegato, e rosichi a vedere quel che c’è fuori dai miei confini (ben sapendo comunque che molti all’estero stanno peggio di me, sia chiaro!), voglio continuare a credere nel nostro paese! Voglio che smentiamo la Cassandra! Voglio dimostrare ai profeti che il futuro si costruisce non si aspetta come fosse un destino ineludibile!

E, visto che oggi il sole mi mette di buonumore… Fanculo anche ai Maya! Che il 2012 sia radioso per ciascuno di noi e che il 2013 sia ancora meglio! Alla faccia del pessimismo cosmico!

Corsi e ricorsi…

Conoscere il passato non è assolutamente garanzia per il futuro, su questo non ci piove. È pur sempre vero però che è bene conoscerlo – e non dimenticarlo! – perché spesso quanto è avvenuto nel passato può darci interessanti chiavi di lettura per quello che può succedere nel futuro.

A tal proposito, vi propongo una lettura interessante, che potete trovare in lingua originale qui (http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931) oppure, se vi fidate, leggerne una mia traduzione (per quanto raffazzonata) di seguito:

Nella crisi del debito di oggi, la Germania rappresenta gli Stati Uniti del 1931
La storia della Germania mostra che imporre il declino economico ad altre nazioni induce ad immagazzinare problemi per il futuro

“Un paese che affronta un abisso economico e politico. Il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità, si assiste ad enormi tagli nel pubblico impiego e le tasse vengono drasticamente aumentate, l’economia crolla ed il tasso di disoccupazione esplode, la gente lotta per strada mentre le banche collassano ed il capitale internazionale abbandona il paese. È la Grecia nel 2011? No, la Germania del 1931.
Il capo del Governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning. Il “cancelliere della fame” tagliò per decreto le spese del governo per decreto, ignorando il parlamento mentre il PIL cadeva senza freni. Due anni dopo Hitler avrebbe preso il potere, otto anni più tardi sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale. La situazione politica di oggi è ben differente, ma le analogie economiche sono spaventose.
Come nei paesi in crisi di oggi, il problema fondamentale della Germania del 1931 era rappresentato dal debito estero. Gli Stati Uniti erano il più grande creditore della Germania, i cui debiti erano denominati in dollari americani. Dalla metà degli anni ’20, il governo tedesco aveva preso in prestito all’estero – contraendo così debiti esteri – ingenti somme per far fronte al pagamento dell’oneroso debito di guerra imposto da Francia e Gran Bretagna. Quel medesimo debito estero – si ricordi – aveva finanziato i ruggenti anni ’20 della Germania, il boom economico scaturito dopo l’iperinflazione del 1923. Come Spagna, Irlanda e Grecia nei nostri anni, il risveglio della Germania degli anni ’20 era stato causato da una bolla nel credito.
La bolla puntualmente scoppiò quando i mercati finanziari degli Stati Uniti crollarono nel 1929. Investitori e banche furono colpite duramente, persero fiducia ed ridussero i loro rischi, specialmente ritirando gli investimenti in asset europei. I flussi di credito verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria si fermarono all’improvviso. Gli investitori americani, non fidandosi più, non volevano più marchi tedeschi, bensì solo dollari, moneta – ahimé – che la banca centrale tedesca, la Reichsbank, non poteva stampare. Il ritiro in massa di dollari dalla Germania – soprattutto dai depositi nelle banche tedesche – condusse rapidamente all’esaurimento delle riserve valutarie della Reichsbank.
Per poter ottenere dollari, la Germania avrebbe dovuto trasformare l’enorme deficit delle partite correnti in un surplus. Ma, come accade nei paesi in crisi oggi, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi di cambio fissi, il gold standard, e non poteva svalutare la propria moneta. Si scelse di abbandonare il gold standard ed il cancelliere Brüning ed i suoi consiglieri economici iniziarono a temere che gli effetti di una forte svalutazione della moneta avrebbero condotto ad un replay del 1923, all’iperinflazione.
Senza liquidità in dollari dall’estero, l’unico modo per il governo di ribaltare i saldi correnti era quello di tagliare costi e salari. In due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Aumentò le tasse e tagliò i salari e le spese di welfare di fronte ad una montante disoccupazione ed una crescente povertà. Il PIL scese del 8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione crebbe del 30%, e il denaro continuò a fluire fuori dal paese. Le partite correnti passarono così da un enorme deficit ad un piccolo surplus.
Il problema però era che a quel punto non c’erano più abbastanza dollari disponibili nel mondo. Nel 1930 il Congresso degli Stati Uniti aveva introdotto la tariffa protezionistica Smoot-Hawley che teneva le importazioni fuori dal paese. I paesi con debiti denominati in dollari erano così tagliati fuori dal mercato degli Stati Uniti e non potevano così ottenere i soldi necessari ad onorare i loro debiti. La situazione non migliorò neppure quando il presidente Hoover propose una moratoria di un anno per tutti i debiti esteri tedeschi. Alla moratoria si opposero sia la Francia – che pretendeva il pagamento delle riparazioni di guerra – sia il Congresso degli Stati Uniti. Quando nel dicembre del 1931 alla fine tale moratoria fu approvata ormai era troppo poco e troppo tardi.
Nell’estate del 1931, infatti, le banche tedesche avevano cominciato a cadere causando sia una stretta creditizia che la necessità di grandi pacchetti di aiuti pubblici per salvare i gruppi più grandi. Le banche dovettero essere chiuse ed il governo tedesco dichiarò il default. La moratoria di Hoover ed la politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, arrivarono troppo tardi: fallimenti e disoccupazione permisero ai nazisti di guadagnarsi terreno politico.
I paralleli con la situazione economica di oggi sono spaventosi: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire politiche di austerità feroci imposte dalla pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari al fine di ribaltare i saldi correnti da deficit a surplus, ma il tasso di disoccupazione in Grecia è al 18%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 12% ed in Spagna addirittura al 22%. E coloro che potrebbero aiutare non fanno abbastanza. La Germania ed i banchieri centrali tedeschi chiedono drastica austerità e danno soltanto aiuti insufficienti in cambio – troppo poco e troppo tardi, anche in questo caso.
Molto si sarebbe guadagnato dalla Germania nel 1931 se gli Stati Uniti – e anche la Francia – avessero fornito la liquidità necessaria alle banche ed al governo tedesco. Forse la radicalizzazione politica sarebbe stata evitata. Per gli Stati Uniti, poi, coincise con la svolta isolazionista. Non vollero essere coinvolti nelle disordinate questioni europee.
Oggi la Germania gioca il ruolo degli Stati Uniti. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario ai paesi in crisi: nel quadro del EFSF la Germania vorrebbe garantire solo fino a 211 miliardi di euro di prestiti per ogni paese in crisi. Non è abbastanza. Nel 2008 le garanzie messe a disposizione per il solo sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.
La Germania sia attacca ancora al proprio surplus nelle partite correnti. Queste sono, per definizione, deficit per i paesi in crisi e dunque non consentono a questi ultimi di guadagnare i soldi necessari al servizio del loro debito. Inoltre, la Germania si oppone fieramente ad iniezioni di liquidità in questi paesi da parte della BCE. Gli economisti tedeschi ed i banchieri centrali si giustificano dicendo di dover scongiurare la minaccia dell’inflazione. Ecco che si mescolano le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e la deflazione del 1931 con conseguente crisi occupazionale.
Questo errore di giudizio può facilmente ritorcersi contro: la reputazione della Germania in Europa sta scemando, sono cresciute drasticamente le tensioni politiche nei paesi in crisi con forte disoccupazione, ed anche l’eventuale rottura dell’Eurozona potrebbe minacciare l’economia tedesca, soprattutto le sue banche e l’export.
Gli Stati Uniti impararono a proprie spese cosa significasse assumersi la responsabilità della stabilità economica del mondo. La Seconda Guerra Mondiale fu una delle conseguenze della crisi (economica) degli anni ’30, crisi che probabilmente avrebbe potuto essere evitata.
Dopo aver fallito nel tentativo di stabilizzare il sistema economico del mondo nei primi anni ’30, dal 1945 gli Stati Uniti iniziarono a capire come solo la cooperazione economica possa portare ad un mondo pacifico e prospero. Con il piano Marshall e l’apertura del proprio mercato alle esportazioni europee, è stato possibile per il Vecchio Continente ricostruire la propria economia distrutta e, nel frattempo, gli esportatori statunitensi hanno potuto giovare della fame dell’Europa per beni di consumo e d’investimento.
Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti sono stati leader nel commercio internazionale e nel sistema monetario – il sistema di Bretton Woods – che ha garantito la prosperità economica e un mercato libero basato sull’equità sociale ovvero i prerequisiti per le democrazie sociali.
Sia il pubblico che i politici tedeschi dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nell’interesse di lungo periodo della Germania. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del suo potere nel dettare il declino economico delle altre nazioni (europee). L’alternativa è la stagnazione economica e l’aumento delle tensioni tra i paesi dell’area euro. Il verdetto ancora non è scritto, ma una cosa è certa: coloro che non sono disposti ad imparare dalla storia, sono destinate a ripeterla.”

Al solito… Riflettiamo gente, riflettiamo!

Oggi

Oggi chi più ne ha più ne metta.

Oggi l’ennesima prova della pochezza della politica europea. La “sparata” politica del referendum sugli aiuti UE, proposto dal governo greco (azz, buona parte degli aiuti li hanno già presi, porca zozza!)… Mi chiedo se a questo punto gli ellenici non si meriterebberro ben peggio di un semplice default… Ma stiamo zitti, via, è meglio!

Oggi, ovviamente, lo spread ci ha pressoché condannati al default e oggi è stato il terzo peggior giorno nella storia della Borsa di Milano… Tra l’altro, tutti e tre questi memorabili giorni sono caduti nell’ultimo decennio… Già questo dovrebbe far riflettere.

Oggi, in Italia, Napolitano scopre le carte in modo inedito.

Oggi si parla di responsabilità, di larghe intese, di bene nazionale, di ultima spiagga, di unione trasversale tra tutte le parti sociali ed economiche… Che bello! Tutti d’accordo, tutti faranno la propria parte. Tutti saranno disposti al sacrificio. Tutti… E Silvio? Lasciamo perdere. Non si è accorto di tutto questo fermento.

Oggi è il giorno di Ognissanti per i cattolici… Peccato che domani sia il giorno dei Morti…