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Buon lavoro, Walter

Oggi Veltroni ha annunciato che non si ricandiderà in quelle che saranno le elezioni politiche del 2013.

Non ho ancora metabolizzato la notizia. Non ve lo nascondo. Correva l’anno 1999 quando ebbi la fortuna di ascoltarlo dal vivo la prima volta. Quel discorso mi colpì.

Pur con errori, sconfitte, ed una buona dose di testardaggine, ecc. sono cresciuto (politicamente) con Veltroni e provo una certa malinconia nel pensare che la sua stagione politica sia finita. Forse avrei apprezzato di più un ritiro dall’agone politico dopo le dimissioni da segretario del PD nel 2009, ma nessuno è perfetto…

Pur dichiarando di non lasciare la politica e di proseguire col suo impegno civile ed istituzionale, impegno che ha rappresentato il suo mestiere (visto anche che come romanziere non è poi granché…) per una vita intera, credo che stiamo assistendo al tramonto di un politico che sarà ricordato per aver fatto scelte coraggiose, spesso perdenti, ma che hanno avuto il pregio di portare un po’ di Europa e di America nel nostro paese. Molte delle sue idee confluiscono direttamente nei programmi di Renzi e Bersani e di questo, io credo, potrà esserne orgoglioso.

Non m’interessa la sterile discussione sul “ha fatto bene”, “era l’ora”, “almeno lui ha avuto il coraggio di andarsene”, ecc. Credo sia il caso di riconoscergli l’onore delle armi, di qualsiasi estrazione politica voi siate.

Veltroni è stato ed è un grande progressista, uno dei pochi veri progressisti italiani, e proprio oggi che si fa un gran parlare di “vero progressismo” (True Progressivism – The Economist), come terza via per affrontare le diseguaglianze senza impattare sulla crescita economica, io credo che avrebbe avuto parecchie cose da dire.

Arrivederci e buon lavoro, Walter.

David, what game are you playing?

Mentre sto scrivendo a Bruxelles si sta decidendo il futuro dell’Europa.

Non m’interessa la cronaca giornalistica, a quella ci pensano le testate italiane che, in molti casi, non hanno neanche colto il senso della discussione. Forse perché in Europa si parlano lingue diverse dall’italiano? No, già, esistono i traduttori, che cattivo che sono!

Lasciamo stare la polemica e guardiamo in faccia la realtà. In questi giorni, finalmente, David Cameron – primo ministro inglese per chi non lo sapesse – ha finalmente scoperto le carte, o forse dovremmo dire: ha fatto la prima mossa, visto che ha esplicitamente dichiarato di andare a giocare a scacchi in una partita in cui si trova di fronte 26 avversari.

Nella migliore tradizione della Sagra degli Impresentabili, quindi, ecco che lo storico euro-scettico primo ministro inglese scala la nostra personale classifica, e, badate bene, qui non stiamo parlando di un ministretto italian style!

Il vertice dunque parte davvero zoppo. Invece di mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i problemi tra amici o se preferite colleghi della grande azienda che si chiama Ue, ecco comparire le fazioni, come ci hanno più volte fatto vedere il duo Sarkò-Merkelona.

Possibile che ancora dopo tutto quello che abbiamo visto in questi mesi, non si riesca a capire quale sia il bene supremo? Possibile non si capisca che oggi più di ieri il destino dell’Europa sia superiore alla coltivazione degli ormai miseri orticelli di ciascuno dei 27 paesi dell’Eurozona?

Se queste sono le premesse, stanotte, al solito non decideremo niente e, al solito, le pressioni centrifughe non potranno che avere il sopravvento e non potranno che portare al dissolvimento di quel grande ed ambizioso progetto che è l’Europa e che, volenti o nolenti, è anche l’unica possibilità di sopravvivenza per ciascuno dei paesi che ne fanno parte.

A questo punto devo davvero ripensare le fondamenta sulle quali si basa il mio ottimismo europeista. C’è poco da fare, i nostri governanti europei sono ottusi. Punto. Di gente come Monti, Prodi, Ciampi, ma anche Van Rompuy e Kohl ce n’è troppo poca. In Europa domina il vecchio adagio di voltaireana memoria il faut cultiver notre jardin e se così è non stupiamoci se tra 20 o 30 anni saremo considerati poco più che quella che abbiamo definito “grande penisola ad ovest del continente asiatico”.

Per dovere di cronaca, e per aiutare ciascuno di voi che guarda i telegiornali, vi riepilogo il dispiegamento di forze in campo:

Cameron – Gran Bretagna – intende mantenere il mercato unico Ue, ma non intende entrare nell’Euro e contestualmente vuole un salvacondotto per la City da cui, ormai è chiaro, partono buona parte degli attacchi al debito sovrano dei paesi dell’Europa continentale. Sembra quindi disposto ad una modifica dei trattati Ue, ma solo se “gli interessi della corona britannica” fossero salvaguardati, in caso contrario, sarebbe pronto a far saltare il tavolo per quanto sappia, però, che è impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca… David, se hai orecchie per intendere…

Merkel – Germania – intende estendere i vincoli di bilancio alle costituzioni di tutti i paesi; solo in questo modo, secondo lei, sarebbe possibile salvare la moneta unica anche senza prevedere modifiche ai trattati oggi in essere. Il suo ragionamento si basa sull’idea che la Germania – la virtuosa – sarebbe disposta a staccare più corposi assegni al EFSF e far sì che la BCE diventasse un LOLR (lender of last resort) soltanto se tutti – i viziosi – si dimostrassero disposti a risanare i loro conti… Angela, attenta, se tu sei così virtuosa è anche perché gli altri sono così viziosi, se hai orecchie per intendere…

Sarkosy – Francia – intende spaccare l’euro. Non vede spiragli nell’attuale situazione e sa che la prossima a cadere sarà la Francia nel caso in cui non si cambiassero i rapporti di forza con vere modifiche ai trattati. In quest’ottica, i malpensanti, come me, ritengono che voglia comunque smettere di ragionare in ottica di 27 ed addirittura anche di 17. Sembra tenere il piede in due staffe col solo obiettivo di recuperare la perduta grandeur transalpina. Nicolas, attento, tu hai i piedi di argilla, se hai orecchie per intendere…

Gli altri. Escludendo chi non può parlare perché già commissariato (i PIIGS più il Belgio), al solito, si allineeranno al vincitore.

Che tristezza. Com’è accaduto più volte in almeno tre millenni di storia, più che di Europa unita dobbiamo parlare di “teatro di guerra”. Non ci resta che sperare di non diventare anche terreno di conquista.

Emergenza democratica

La crisi greca prima e l’incendio italiano oggi (com’è stato definito dall’Economist nello splendido editoriale dal quale è stata tratta l’immagine qui sopra) ha messo a nudo i limiti della democrazia continentale. Sia chiaro, non siamo di fronte a rischi di autoritarismo, o di ritorno ad un qualche tipo di regime, bensì siamo di fronte ad una stagione realmente nuova nei rapporti tra il cittadino – l’elettore – e la rappresentanza politica – gli eletti.

Quanto abbiamo visto nelle ultime settimane con le dimissioni di Papandreou prima e di Berlusconi ha reso esplicita una cesura netta, che finora avevamo potuto solo intuire nei casi di Irlanda e Portogallo, tra la rappresentanza politica ed il popolo elettore.

Ciò che è avvenuto, che è diretta conseguenza di una chiara debolezza politica ed ancor di più economica di questi paesi (sovrani), è la caduta di governi non per sfiducia nelle sedi parlamentari, non per sommovimenti popolari, ma a causa di una “coazione” (passatemi questo termine cacofonico) dei paesi “virtuosi” dell’Eurozona veicolata dalla forte pressione del Mercato, per quanto quest’ultimo abbia come preda vera (si deve star sempre attenti a parlare di predatori e prede quando si parla del Mercato…) l’intera Ue con le sue debolezze prima politiche e poi economiche.

Come, giustamente io credo, fa notare l’Economist, dopo il G20 della scorsa settimana, sono caduti due grandi tabù che hanno aperto scenari nuovi, e che senza dubbio non erano stati preventivati quando sono stati redatti i trattati costituenti l’Unione Europea. Dopo Cannes, in effetti, è stato chiaro che, da un lato, un paese membro può andare in default e di conseguenza lasciare l’Eurozona (ed in quel caso il soggetto in questione era la Grecia), dall’altro, che la politica comunitaria può agire deliberatamente nella politica interna di uno dei membri (il commissariamento dell’Italia e la pressione verso le dimissioni del Governo).

Ora, al di là dei giudizi di merito, che senza dubbio dovranno essere affrontati visto che ormai il polverone è stato sollevato, è chiaro che gli eventi ha soverchiato lo scenario democratico dell’Europa. I cittadini, infatti, in nessuna delle due situazioni sono stati chiamati ad esprimere il loro parere su quale sarebbe dovuta essere la via d’uscita (politica) allo stallo venutosi a creare. Nei fatti, quel faro di eguaglianza, laicità, e di mutuo soccorso, che dovrebbe essere la nostra casa Europea è come se avesse applicato una qualche legge marziale, un diritto di guerra nel quale l’occupante comanda in nome e per conto del popolo… popolo al quale, però, viene sospeso ogni diritto politico.

Pare brutto parlare così, eppure eppure, non è accaduto qualcosa di molto diverso. Non neghiamocelo.

Certo si può obiettare: right now the emphasis needs to be on firefighting, come fa notare l’Economist. Ed è sacrosanto, io credo. Combattiamo l’emergenza, con l’emergenza, salviamo il salvabile, ed è sia la medicina giusta, per quanto amara. Quando il fuoco sarà spento (sperando che della casa non resti che un cumulo di macerie!), dovremo contare i danni, ed iniziare a ricostruire. Sarà allora che il popol(in)o sarà ri-chiamato ad esprimersi sull’operato dei pompieri e della protezione civile, come l’ha chiamata qualcuno.

Se vogliamo che ognuno di noi non ricostruisca SOLO la propria casa, isolata da quella degli altri, e con regole proprie, dobbiamo accelerare il processo di integrazione europea, dobbiamo far capire alla comunità (vera), ai cittadini europei, che al di là delle differenze, al di là del virtuoso e del vizioso, al di là del biondo e del moro, al di là di quello del nord e di quello del sud, siamo tutti nella stessa barca e che una vera democrazia rappresentativa a livello continentale sarà possibile solo se basata su solide regole di politica monetaria, di bilancio comune e su quella Costituzione Europea, che ormai si è arenata dopo i mille referendum nei quali ha ottenuto sonore sberle.

Un tedesco potrebbe dirmi: “è facile parlare per te che sei italiano e che hai solo da guadagnare nel mutuare le buone pratiche di noi virtuosi.” Io, senza vergogna, gli direi di star bene attento perché con questi chiari di luna anche la sua casa non è al sicuro dato il sistema economico sanguinario che stiamo vivendo e che solo con una massa di almeno mezzo miliardo di persone – forse e ripeto forse – si può competere con le potenze emergenti e con gli Stati Uniti.

Non so se esista una leva in grado di spingere tutti noi europei verso l’accordo, ma voglio credere che ci sia. Certo, mettere da parte i nazionalismi è ben più difficile che andare sulla Luna, ma forse tra un paio di generazioni… Il vero problema è che non abbiamo tutto quel tempo, per cui diamoci una mossa e, per quanto viviamo in tempi non “troppo” democratici, sfruttiamo l’emergenza per conoscerci meglio, e magari legarci in modo più stretto e forte… Potremmo diventare gli “angeli del fango (metaforico, ovviamente) della democrazia europea”!

Ma – ahimé – forse è davvero solo un sogno.

Il Re è nudo

Basta. Non ne posso più.

Non ne posso più di essere preso in giro da tutto il mondo. Non c’è più nessun giornale fuori da questa Repubblica (Regno) che non dica che Silvio se ne deve andare. Per il bene di tutti.

I giornali economici enfatizzano lo(a) stallo(a) e la necessità di una discontinuità politica come primo segno di una nuova Italia.

I giornali politici enfatizzano il disamore degli italiani per quello che fu un grande imprenditore e che ormai ha fatto il suo tempo.

Ora basta.

Voglio vivere in un paese in cui non mi debba vergognare del mio Presidente del Consiglio, di qualsiasi colore politico sia. Voglio vivere in un paese in cui la classe politica non sia una casta di ignoranti, ladri e privilegiati. Voglio vivere in un paese di onesti.

Voglio vivere in Italia… non voglio rassegnarmi. Silvio, non ne posso più di te e dei tuoi Imprensentabili.

Lo vogliamo fare o no questo passo verso l’Europa?

Non ci facciamo spaventare dal faccione di quella signora a sinistra.

Oggi più di ieri abbiamo bisogno di Europa. Di un’Europa vera, di una politica comunitaria coesa e di leader convinti.

Ho avuto modo di sbirciare un report di UBS (sì, quella banca elvetica che si è fatta “fottere” 2,5 mld di euro da un singolo trader…sigh…). Secondo questa analisi, il costo per l’intera Comunità Europea, in caso di fallimento del nostro caro Euro, si aggirerebbe nell’ordine delle migliaia di miliardi (sempre di Euro, s’intende) a fronte di un costo dell’ordine di “sole” centinaia di miliardi di euro per stabilizzare l’ormai cronica crisi dei debiti sovrani e la crescita asfittica.

Ora, pur prendendo col beneficio del dubbio questi dati, mi sembra un chiaro caso in cui dovremmo farci prestare il rasoio dal caro vecchio Ockham… solo una scelta è evidentemente percorribile. Non ci sono dubbi.

Ma come fare?

Mi sono già dilungato più volte, e non smetterò finché avrò voce. C’è bisogno di credere nel progetto Europa, c’è bisogno di mettere da parte le rendite dei nostri cortili per cominciare a coltivare in modo estensivo “questa grande penisola ad ovest del continente asiatico”.

La Grecia è fallita. Basta. Non nascondiamocelo più. L’Irlanda mostra deboli segnali di ripresa, il Portogallo no, la Spagna ha una disoccupazione galoppante, l’Italia ha una situazione politica avvilente. Tutto vero, ma possibile che non si possa uscire da questa impasse? No, io non ci credo.

La parola che viene ripetuta ormai come un mantra, ed a ragione, è “crescita”. Il problema è che chi la pronuncia fa davvero poco per metterla in atto. Certo non lo fa il nostro Governo, che oggi più di ieri dovrebbe responsabilmente andare a casa, certo non lo fa la Merkelona, che pensa solo ai suoi problemi interni e neppure Sarkò, i cui campioni nazionali vengono continuamente impallinati dai mercati.

E allora, ripeto, come fare?

Dobbiamo fare scelte forti, dure, e che nel breve periodo appaiono senza dubbio impopolari. La situazione non si risolve con l’austerità e basta (come dimostra la Grecia).

In Italia dobbiamo dare speranza a quella generazione – i trentenni – che se avessero soldi da spendere lo farebbero. Tenere a lavoro un sessantenne che non ha più alcuna “fame” di lavorare non ha senso. Tenere a casa un giovane, magari anche preparato, che avrebbe una gran voglia di emanciparsi dalla famiglia ha ancora meno senso. Avere 900 e passa parlamentari, migliaia di consiglieri regionali, provinciali, comunali, enti e municipalizzate, ecc. non ha senso se non rispettano i canoni dell’efficacia e dell’efficienza. Mantenere monopoli perché ritenuti “strategici” non ha senso quando i servizi sono scarsi, avvilenti, costosi e antieconomici.

Via sù, dilungarsi avrebbe poco senso, se poi non scendiamo nel dettaglio delle questioni. Facciamo così, chiunque legga e voglia commentare sarà bene accetto. Ripartiamo da qui e vediamo che cosa possiamo tirar fuori, poi facciamo circolare le idee, magari qualcuno potrebbe ritenerle interessanti e cominciare a valutarle.

Sarebbe un primo piccolo vero passo verso l’Europa.