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Il crepuscolo degli “austerici”?

Concentrato com’ero in questi giorni sulle italiche vicende, ho taciuto – colpevolmente – riguardo ad un evento che forse, e dico forse, potrebbe nel medio-lungo periodo mettere un freno al declino cui tutti stiamo assistendo.

L’evento in questione è la rielezione di Obama.

Come saprete il 6 novembre scorso Obama ha vinto le elezioni americane assicurandosi così altri 4 anni di governo degli Stati Uniti.

Ecco, per quanto in questi giorni la politica americana verta tutta e solo sul tentativo di scongiurare il fiscal cliff, quel baratro fiscale in cui è stata ficcata dal secondo scellerato mandato di Bush, il fatto che Obama si sia garantito un secondo mandato, a mio modo di vedere, può essere l’unico barlume di speranza per scongiurare il predominio di quelli che Krugman (economista premio Nobel) chiama “austerici” e l’impatto delle loro politiche depressive.

Ormai è un fatto acclarato che in Occidente la dottrina economica dominante sia il rigore, ovvero il tentativo, che finora si è rivelato devastante, di rianimare un infartuato con un grappino, per usare una metafora calzante. In America come in Europa si è pensato di risolvere il problema del debito, deflagrato dopo la crisi subprime, riducendo forzosamente le spese statali e imponendo un’elevata tassazione sui cittadini. Il risultato, ahimé, è sotto gli occhi (e nelle tasche…!) di tutti, la domanda aggregata è crollata, la disoccupazione galoppa e le economie occidentali stagnano, o peggio, crollano.

In questo quadro desolante, un presidente democratico che abbia dalla sua altri quattro anni di mandato, non abbia l’assillo della rielezione e abbia sotto gli occhi i risultati tutto sommato deludenti del quadriennio precedente, potrebbe essere la soluzione.

Se andate indietro di oltre un anno, abbiamo parlato diffusamente di politiche economiche non convenzionali (vi rimando al post “Siamo dannatamente fottuti?” dell’agosto 2011), ecco, forse oggi, con una situazione ancor più grave e incancrenita di un anno fa, Obama potrebbe rappresentare la speranza di ribaltare quel pensiero dominante che offusca le menti di policy makers, giornalisti e uomini della strada.

L’austerità non è la soluzione e Obama è l’unico che, nonostante le barricate che troverà al Congresso, possa accendere la luce sugli errori che i governi occidentali stanno perpetrando ormai da troppo tempo. Lo Stato serve e serve tanto più in depressione, quando la domanda che viene dai cittadini è modesta se non assente, la fiducia è sotto i piedi e non ci sono player a livello globale in grado di assorbire l’output dell’economia occidentale.

Per l’Europa sarà una questione ancor più difficile rispetto all’America, ma il “presidente nero” potrebbe ri-cominciare a fare da esempio innescando quel circolo virtuoso che nella storia ha permesso all’Occidente di uscire dalle situazioni più difficili.

Barack, ascolta Christina Romer, che conosci molto bene:

“Le evidenze dimostrano più che mai che la politica fiscale conta; che lo stimolo fiscale aiuta l’economia a creare nuovi posti di lavoro; e che la riduzione del deficit di bilancio rallenta la crescita, quantomeno nel breve periodo. Eppure, queste evidenze non sembrano trovare riscontro nel processo legislativo”.

e infine Krugman:

“Ciò che impedisce la ripresa è una mancanza di lucidità intellettuale e di volontà politica. Ed è compito di tutti coloro che possono fare la differenza […] fare tutto ciò che è in loro potere per rimediare a quella carenza. Possiamo mettere fine a questa depressione: dobbiamo reclamare politiche che vadano in quel senso, a partire da oggi stesso”.

Barack, regalaci una speranza cui aggrapparci, fa che il 2013 sia l’inizio del crepuscolo degli austerici.

Il vero dilemma. Se non ora, quando?

Negli ultimi giorni sono stato un po’ latitante.

In poco più di due settimane dall’ultimo post abbiamo assistito ad un susseguirsi di fatti ed eventi di un’importanza tale da meritarsi ciascuno più di una riflessione. Per non farci mancare niente poi, proprio mentre sto scrivendo, in America si vota in quelle che saranno ricordate come le elezioni presidenziali più tirate dai tempi della sfida di un’epoca fa tra Bush e Gore (anno 2000), e scusate se è poco.

In Italia l’attenzione è concentrata sulla corruzione dilagante (o meglio ormai endemica!), sulla legge elettorale e sulle primarie dei due principali partiti, sul grillismo che ormai è una realtà con cui fare i conti, sul tramonto dell’integerrimo Di Pietro, su Marchionne e le sue mosse di rottura dell’ordine costituito ed infine su di un Governo che ormai ha oggettivamente il fiato corto. In Europa siamo sospesi tra la polveriera greca, l’indecisione spagnola, la lunga corsa elettorale della Merkelona e le manie di potenza (mai sopite) dei francesi e del loro governo (non me ne voglia il signor Hollande). In America, manco a parlarne, si vola a colpi di sondaggi e spot verso quello che domani sarà eletto come nuovo presidente degli Stati Uniti. La Cina pure è alle prese con il rinnovo delle cariche di governo, anche se lì siamo ben lontani dai pregi e difetti del processo democratico che conosciamo in Occidente.

E poi? E poi c’è ancora un mondo di eventi che si susseguono ad un ritmo tale da non riuscire a vederne nessuno con il giusto occhio critico. Per questo, forse, ho deciso di prendere un po’ di tempo, per riflettere e vedere se fosse mai possibile scorgere appena un po’ oltre l’apparenza delle cose nella speranza di cogliere quel filo, quel legame che potrebbe (o dotrebbe) consentire una visione più organica del modo in cui va il mondo politico ed economico in questi tempi tribolati.

Un’idea tutta mia me la sono fatta e si basa, manco a dirlo, sulla natura intrinseca dell’uomo inteso come animale, o meglio animale (razionale) della specie homo. Il punto di fondo è, secondo me, che l’uomo – per la sua natura di animale – tende all’autoconservazione in ogni ambito della sua vita. A differenza però di un maiale (non me ne voglia quel grazioso animale), l’uomo persegue il suo obiettivo di sopravvivenza e conservazione usando la mente, cioè quella straordinaria capacità che gli ha messo a disposizione l’evoluzione. L’uomo insomma pensa, sperimenta, razionalizza ed evolve nei comportamenti al solo scopo di conservarsi nel mondo.

Per questo motivo, io credo, se guardate alle dinamiche della politica potrete accorgervi anche voi che è molto più “facile” perpetrare comportamenti atti alla conservazione dello status quo piuttosto che cambiare, e questo è vero almeno finché non si abbia davvero qualcosa da perdere o quando l’ambiente che ci circonda non ci metta così alle strette da dover “davvero” cambiare. E ancora, è in questo contesto che si giustificano quei mondi così restii al cambiamento come le istituzioni, la politica e le stesse dinamiche economiche.

Mi sbaglio? Forse sì, ma credo che questo sia il dilemma vero dei tempi che stiamo vivendo. Non sarà il caso forse di prendere il coraggio a due mani e fare quel salto nel buio verso quel progresso che ciclicamente nella storia ha fatto veramente cambiare le cose?

Buon lavoro, Walter

Oggi Veltroni ha annunciato che non si ricandiderà in quelle che saranno le elezioni politiche del 2013.

Non ho ancora metabolizzato la notizia. Non ve lo nascondo. Correva l’anno 1999 quando ebbi la fortuna di ascoltarlo dal vivo la prima volta. Quel discorso mi colpì.

Pur con errori, sconfitte, ed una buona dose di testardaggine, ecc. sono cresciuto (politicamente) con Veltroni e provo una certa malinconia nel pensare che la sua stagione politica sia finita. Forse avrei apprezzato di più un ritiro dall’agone politico dopo le dimissioni da segretario del PD nel 2009, ma nessuno è perfetto…

Pur dichiarando di non lasciare la politica e di proseguire col suo impegno civile ed istituzionale, impegno che ha rappresentato il suo mestiere (visto anche che come romanziere non è poi granché…) per una vita intera, credo che stiamo assistendo al tramonto di un politico che sarà ricordato per aver fatto scelte coraggiose, spesso perdenti, ma che hanno avuto il pregio di portare un po’ di Europa e di America nel nostro paese. Molte delle sue idee confluiscono direttamente nei programmi di Renzi e Bersani e di questo, io credo, potrà esserne orgoglioso.

Non m’interessa la sterile discussione sul “ha fatto bene”, “era l’ora”, “almeno lui ha avuto il coraggio di andarsene”, ecc. Credo sia il caso di riconoscergli l’onore delle armi, di qualsiasi estrazione politica voi siate.

Veltroni è stato ed è un grande progressista, uno dei pochi veri progressisti italiani, e proprio oggi che si fa un gran parlare di “vero progressismo” (True Progressivism – The Economist), come terza via per affrontare le diseguaglianze senza impattare sulla crescita economica, io credo che avrebbe avuto parecchie cose da dire.

Arrivederci e buon lavoro, Walter.

Tutto è come prima

Si rientra dalle ferie.

Quest’anno forse più che in passato di ferie ce n’era proprio bisogno.

Fuori dall’Italia eppure ad un passo dallo Stivale, niente internet, tv, giornali, solo riposo. Tanto riposo.

Si rientra sperando che qualcosa sia cambiato, eppure, come sempre, l’attesa e la speranza si spengono in un attimo.

Non è cambiato nulla sotto il sole italico, del resto me lo dovevo aspettare.

Ma perché non son rimasto in ferie?

Stesse sterili discussioni. Monti-bis sì, Monti-bis no. Proteste per il lavoro che non c’è. Super Mario Draghi che ci mette la faccia e non solo. Grillini a ruota libera. PD… Chi è? Dov’è? Chi l’ha visto? Lifting dell’UDC? No, è solo che Casini ha cambiato il fornitore di cerone. PdL? Già, quello non c’era neanche prima.

E poi?

Sempre il solito sole ed il caldo opprimente.

Quando arriva l’autunno?

Qualcosa d’interessante eppure ci sarebbe, ma è di là dall’Atlantico. La campagna presidenziale USA è nel vivo e, se non ho letto male, il discorso con cui Clinton alla convention democratica a Charlotte ha dato il suo pieno appoggio ad Obama (il famoso endorsement) ha fatto un figurone ed è stato un successo di quelli da segnare negli annali.

Ecco, per lo meno ho trovato qualcosa di veramente interessante da andare a leggere.

Buonanotte a voi tutti.

Waterloo… Caporetto… E chi più ne ha più ne metta

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Quando andavo a scuola, i professori dicevano a mia madre: “Il ragazzo è bravo, ma se s’impegnasse, potrebbe dare di più”. Mia mamma tornava a casa, mi faceva un bello shampoo, io da quel momento ci davo dentro e tutto sommato i risultati sono arrivati. Cosa sarebbe successo se quegli stessi professori non mi avessero dato alcuna possibilità di riprendermi? Probabilmente a quest’ora non sarei riuscito a costruire granché di buono.
Ecco, il professor S&P oggi ha deciso che l’Europa è praticamente da cestinare. Secondo me, è arrivata l’ora di mandare qualche ispettore a casa di quel tizio e mettergli un po’ di paura.
Siamo sempre alle solite, siamo sempre a parlare di agenzie di rating, purtroppo.
A questo punto è chiaro infatti che c’è un vero e proprio accanimento nei confronti dell’Ue, anzi, signori, siamo proprio sotto attacco! Badate bene, non è il voto in sé che deve farci incazzare, è la modalità e la tempistica in cui arriva che è criminale. Ormai era nell’aria infatti che i francesi avrebbero perso la tripla A, che il Portogallo è ad un passo dal default e che Italia e Spagna fossero destinate come minimo agli esami di riparazione, ma non in questi termini ed in questi modi.
Appare ridicolo infatti che questi tizi americani possano decidere a piacimento, come abbiamo già detto, quando e come calare la scure e tagliare le teste dei condannati.
Quel che è successo oggi è gravissimo, tanto più perché avvantaggia, o almeno non svantaggia, solo un paese nel mondo, gli Stati Uniti che, guarda caso, lunedì prossimo avranno la borsa chiusa per il Martin Luther King day. Abbiate pazienza, questa è evidenza di dolo!
Se non dovessero uscire novità dirompenti nel corso di questo fine settimana, con molta probabilità le borse mondiali lunedì accuseranno il colpo mentre gli Stati Uniti se ne staranno bellamente a godersi la festa… Pace all’anima del buon Martin!
Quando finirà questa ridicola pantomima? Giusto ieri il buon Obama ha presentato un disegno di legge per innalzare ulteriormente il tetto del debito, come al solito, dimostrando che gli americani fanno come vogliono in barba a tutto il resto del mondo ed alla faccia di coloro che, come noi europei, si svenano pur di arginare la spesa facile ed il debito pubblico. Ora, per quanto sia legittimo per un paese sovrano come gli USA stampare tutte le banconote che vuole e fare una politica di deficit spending agguerrita, io comincerei a rendergli pan per focaccia iniziando a ripargarli con la stessa moneta, anzi, impegnandomi a non comprare più neanche un T bill!
C’è poco da fare, questi giocano sporco, ormai hanno scommesso al ribasso sulla nostra moneta e la nostra stabilità e ci bombardano a loro piacimento, con ondate di vendite short sulle nostre banche a mercati aperti e con mezzi istituzionalmente convenzionali come le agenzie di rating al limite della legalità che si muovono sul terreno sporco dei conflitti d’interesse. Alla faccia del patto Atlantico e dei nostri morti in guerre che gli americani hanno scatenato!
Ebbene sì, oggi sono proprio incazzato! Per quanto ancora dovremo scontare il debito di riconoscenza che viene dal Piano Marshall? Per quanto ancora dovremo essere succubi?
Badate bene, qui non è in gioco l’antiamericanismo, il comunismo o il giustificazionismo nei confronti del terrorismo. Qui non è in gioco nessun -ismo!
Si tratta solo di abbandonare l’ipocrisia, di tendersi la mano quando se ne ha bisogno oppure tirarsi indietro, senza rimorsi. Se, come lo zio Sam ci sta dimostrando, gli Stati Uniti continueranno a perseguire una politica egemonica con i più biechi mezzi del signoraggio economico sarà bene che l’Europa cominci seriamente a guardare al Pacifico piuttosto che al caro vecchio Atlantico.

Countdown to the implosion?

Il tizio che vedete in foto è Nuoriel Roubini. In America è famoso per due motivi: è stato uno dei pochi ad intravedere la crisi subprime, che gli ha valso senza dubbio la notorietà oltre a due non troppo invidiabili soprannomi, Dr Doom e Cassandra ed è un gran party man. E beato lui, mi viene da dire!

Le sue fosche previsioni, in effetti, hanno fatto un ulteriore passo in avanti negli ultimi mesi tant’è vero che nell’ultimo Global Outlook che egli ha pubblicato, compare una data di default per l’Italia che coincide con gli ultimi trimestri del 2013.

Insomma, ottime prospettive per inziare l’anno nuovo!

L’analisi può essere riassunta in poche battute: la difficoltà ed onerosità nel rifinanziamento del debito pubblico, l’effetto contagio dell’uscita della Grecia dall’Euro (che Roubini stima per la fine di questo anno), la disoccupazione, l’incapacità di rilanciare i consumi privati, per mancanza di fiducia, e pubblici, per gli stringenti vincoli di bilancio, fanno sì che l’Italia si trovi ormai su una china insormontabile che non può essere scongiurata e che quindi richiederà una ristrutturazione del debito. Un default bello e buono.

Ora, non che Roubini sia nuovo ad affermazioni del genere, anzi, già mesi fa, in effetti, aveva affermato che l’unica strada efficace per rilanciare nel medio-lungo periodo l’Italia era ristrutturare fin da subito il debito pubblico. La novità del momento è, però, “la data di scadenza” che ci ha appioppato.

In effetti, stando a quanto riportato in questa difficile quanto interessante analisi: http://www.economonitor.com/edwardhugh/2011/12/26/italy-braces-itself-for-the-full-monti/ le prospettive del Bel Paese sono decisamente fosche e, al solito, torniamo sempre a ragionare intorno agli stessi problemi: l’inefficienza del lavoro che  porta ad un costo esoso per unità prodotta (a fronte, peraltro di una retribuzione mediocre del lavoratore), l’invecchiamento tendenziale della popolazione e la disoccupazione giovanile, la mancanza di crescita del sistema Italia, l’inflazione connessa alle misure di austerity, la mancanza di competitività ed il tracollo delle PMI, il rallentamento dell’immobililare e la stagnazione del credito, e chi più ne ha più ne metta.

Per quanto, però, mi stia mangiando il fegato, e rosichi a vedere quel che c’è fuori dai miei confini (ben sapendo comunque che molti all’estero stanno peggio di me, sia chiaro!), voglio continuare a credere nel nostro paese! Voglio che smentiamo la Cassandra! Voglio dimostrare ai profeti che il futuro si costruisce non si aspetta come fosse un destino ineludibile!

E, visto che oggi il sole mi mette di buonumore… Fanculo anche ai Maya! Che il 2012 sia radioso per ciascuno di noi e che il 2013 sia ancora meglio! Alla faccia del pessimismo cosmico!

Corsi e ricorsi…

Conoscere il passato non è assolutamente garanzia per il futuro, su questo non ci piove. È pur sempre vero però che è bene conoscerlo – e non dimenticarlo! – perché spesso quanto è avvenuto nel passato può darci interessanti chiavi di lettura per quello che può succedere nel futuro.

A tal proposito, vi propongo una lettura interessante, che potete trovare in lingua originale qui (http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931) oppure, se vi fidate, leggerne una mia traduzione (per quanto raffazzonata) di seguito:

Nella crisi del debito di oggi, la Germania rappresenta gli Stati Uniti del 1931
La storia della Germania mostra che imporre il declino economico ad altre nazioni induce ad immagazzinare problemi per il futuro

“Un paese che affronta un abisso economico e politico. Il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità, si assiste ad enormi tagli nel pubblico impiego e le tasse vengono drasticamente aumentate, l’economia crolla ed il tasso di disoccupazione esplode, la gente lotta per strada mentre le banche collassano ed il capitale internazionale abbandona il paese. È la Grecia nel 2011? No, la Germania del 1931.
Il capo del Governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning. Il “cancelliere della fame” tagliò per decreto le spese del governo per decreto, ignorando il parlamento mentre il PIL cadeva senza freni. Due anni dopo Hitler avrebbe preso il potere, otto anni più tardi sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale. La situazione politica di oggi è ben differente, ma le analogie economiche sono spaventose.
Come nei paesi in crisi di oggi, il problema fondamentale della Germania del 1931 era rappresentato dal debito estero. Gli Stati Uniti erano il più grande creditore della Germania, i cui debiti erano denominati in dollari americani. Dalla metà degli anni ’20, il governo tedesco aveva preso in prestito all’estero – contraendo così debiti esteri – ingenti somme per far fronte al pagamento dell’oneroso debito di guerra imposto da Francia e Gran Bretagna. Quel medesimo debito estero – si ricordi – aveva finanziato i ruggenti anni ’20 della Germania, il boom economico scaturito dopo l’iperinflazione del 1923. Come Spagna, Irlanda e Grecia nei nostri anni, il risveglio della Germania degli anni ’20 era stato causato da una bolla nel credito.
La bolla puntualmente scoppiò quando i mercati finanziari degli Stati Uniti crollarono nel 1929. Investitori e banche furono colpite duramente, persero fiducia ed ridussero i loro rischi, specialmente ritirando gli investimenti in asset europei. I flussi di credito verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria si fermarono all’improvviso. Gli investitori americani, non fidandosi più, non volevano più marchi tedeschi, bensì solo dollari, moneta – ahimé – che la banca centrale tedesca, la Reichsbank, non poteva stampare. Il ritiro in massa di dollari dalla Germania – soprattutto dai depositi nelle banche tedesche – condusse rapidamente all’esaurimento delle riserve valutarie della Reichsbank.
Per poter ottenere dollari, la Germania avrebbe dovuto trasformare l’enorme deficit delle partite correnti in un surplus. Ma, come accade nei paesi in crisi oggi, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi di cambio fissi, il gold standard, e non poteva svalutare la propria moneta. Si scelse di abbandonare il gold standard ed il cancelliere Brüning ed i suoi consiglieri economici iniziarono a temere che gli effetti di una forte svalutazione della moneta avrebbero condotto ad un replay del 1923, all’iperinflazione.
Senza liquidità in dollari dall’estero, l’unico modo per il governo di ribaltare i saldi correnti era quello di tagliare costi e salari. In due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Aumentò le tasse e tagliò i salari e le spese di welfare di fronte ad una montante disoccupazione ed una crescente povertà. Il PIL scese del 8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione crebbe del 30%, e il denaro continuò a fluire fuori dal paese. Le partite correnti passarono così da un enorme deficit ad un piccolo surplus.
Il problema però era che a quel punto non c’erano più abbastanza dollari disponibili nel mondo. Nel 1930 il Congresso degli Stati Uniti aveva introdotto la tariffa protezionistica Smoot-Hawley che teneva le importazioni fuori dal paese. I paesi con debiti denominati in dollari erano così tagliati fuori dal mercato degli Stati Uniti e non potevano così ottenere i soldi necessari ad onorare i loro debiti. La situazione non migliorò neppure quando il presidente Hoover propose una moratoria di un anno per tutti i debiti esteri tedeschi. Alla moratoria si opposero sia la Francia – che pretendeva il pagamento delle riparazioni di guerra – sia il Congresso degli Stati Uniti. Quando nel dicembre del 1931 alla fine tale moratoria fu approvata ormai era troppo poco e troppo tardi.
Nell’estate del 1931, infatti, le banche tedesche avevano cominciato a cadere causando sia una stretta creditizia che la necessità di grandi pacchetti di aiuti pubblici per salvare i gruppi più grandi. Le banche dovettero essere chiuse ed il governo tedesco dichiarò il default. La moratoria di Hoover ed la politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, arrivarono troppo tardi: fallimenti e disoccupazione permisero ai nazisti di guadagnarsi terreno politico.
I paralleli con la situazione economica di oggi sono spaventosi: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire politiche di austerità feroci imposte dalla pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari al fine di ribaltare i saldi correnti da deficit a surplus, ma il tasso di disoccupazione in Grecia è al 18%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 12% ed in Spagna addirittura al 22%. E coloro che potrebbero aiutare non fanno abbastanza. La Germania ed i banchieri centrali tedeschi chiedono drastica austerità e danno soltanto aiuti insufficienti in cambio – troppo poco e troppo tardi, anche in questo caso.
Molto si sarebbe guadagnato dalla Germania nel 1931 se gli Stati Uniti – e anche la Francia – avessero fornito la liquidità necessaria alle banche ed al governo tedesco. Forse la radicalizzazione politica sarebbe stata evitata. Per gli Stati Uniti, poi, coincise con la svolta isolazionista. Non vollero essere coinvolti nelle disordinate questioni europee.
Oggi la Germania gioca il ruolo degli Stati Uniti. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario ai paesi in crisi: nel quadro del EFSF la Germania vorrebbe garantire solo fino a 211 miliardi di euro di prestiti per ogni paese in crisi. Non è abbastanza. Nel 2008 le garanzie messe a disposizione per il solo sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.
La Germania sia attacca ancora al proprio surplus nelle partite correnti. Queste sono, per definizione, deficit per i paesi in crisi e dunque non consentono a questi ultimi di guadagnare i soldi necessari al servizio del loro debito. Inoltre, la Germania si oppone fieramente ad iniezioni di liquidità in questi paesi da parte della BCE. Gli economisti tedeschi ed i banchieri centrali si giustificano dicendo di dover scongiurare la minaccia dell’inflazione. Ecco che si mescolano le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e la deflazione del 1931 con conseguente crisi occupazionale.
Questo errore di giudizio può facilmente ritorcersi contro: la reputazione della Germania in Europa sta scemando, sono cresciute drasticamente le tensioni politiche nei paesi in crisi con forte disoccupazione, ed anche l’eventuale rottura dell’Eurozona potrebbe minacciare l’economia tedesca, soprattutto le sue banche e l’export.
Gli Stati Uniti impararono a proprie spese cosa significasse assumersi la responsabilità della stabilità economica del mondo. La Seconda Guerra Mondiale fu una delle conseguenze della crisi (economica) degli anni ’30, crisi che probabilmente avrebbe potuto essere evitata.
Dopo aver fallito nel tentativo di stabilizzare il sistema economico del mondo nei primi anni ’30, dal 1945 gli Stati Uniti iniziarono a capire come solo la cooperazione economica possa portare ad un mondo pacifico e prospero. Con il piano Marshall e l’apertura del proprio mercato alle esportazioni europee, è stato possibile per il Vecchio Continente ricostruire la propria economia distrutta e, nel frattempo, gli esportatori statunitensi hanno potuto giovare della fame dell’Europa per beni di consumo e d’investimento.
Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti sono stati leader nel commercio internazionale e nel sistema monetario – il sistema di Bretton Woods – che ha garantito la prosperità economica e un mercato libero basato sull’equità sociale ovvero i prerequisiti per le democrazie sociali.
Sia il pubblico che i politici tedeschi dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nell’interesse di lungo periodo della Germania. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del suo potere nel dettare il declino economico delle altre nazioni (europee). L’alternativa è la stagnazione economica e l’aumento delle tensioni tra i paesi dell’area euro. Il verdetto ancora non è scritto, ma una cosa è certa: coloro che non sono disposti ad imparare dalla storia, sono destinate a ripeterla.”

Al solito… Riflettiamo gente, riflettiamo!