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Non in mio nome

GOVERNOE quindi dopo 60 e passa giorni dalle elezioni politiche di febbraio, abbiamo un governo in questo paese.

Un governo atipico per la nostra Italia, un governo che mostra segni di discontinuità, ma altrettanto un governo difficile da mandar giù per uno come me.

In effetti, la conclusione della querelle innescata dal voto popolare che ha mostrato un’Italia spaccata non più in 2, bensì in 3 schieramenti contrapposti, non poteva forse essere che questa: un governo di coalizione, un governo policromatico che accostasse in sé almeno 2/3 dell’emiciclo parlamentare.

Prima di fare alcune obiezioni a corollario del discorso che io stesso ho fatto qui sopra, vorrei fare alcune osservazioni dato che adesso abbiamo qualcosa in più di cui parlare. Abbiamo assistito alla scelta della squadra, al primo discorso del premier Letta e alla fiducia che è stata votata a larga maggioranza, ma vediamo di scendere nel dettaglio.

Una riflessione sui nomi. Dei 21 ministri ne salvo forse la metà. Anzi, oserei azzardarmi a dire che a nomi di spessore nel proprio campo, si veda Saccomanni, corrispondono quasi a creare un delicato equilibrio di forze contrapposte, persone come la De Girolamo, che credo non sia mai entrata in un bosco oppure la Lorenzin, che dubito sappia che il ministero di cui è diventata capo costa circa il 7% del PIL.

Una riflessione sui contenuti del discorso. D’impatto posso dire che abbiamo assistito alla dimostrazione di quanto potranno essere cangianti gli umori a Palazzo Chigi e, peggio, che in politica si può dire tutto ed il contrario di tutto. Letta oggi ha in pochi minuti sconfessato uno dei cavalli di battaglia di Bersani e della maggioranza del PD facendo sua la proposta grillina riguardo all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, poi è diventato pidiellino recuperando la proposta brunettiana sull’IMU e congelando l’aumento dell’IVA, poi è tornato bersaniano parlando di lavoro e di detassazione degli oneri sui giovani, poi si è fatto montiano nel difendere l’operato dell’Italia in Europa, poi le province, poi poi, ecc. Se il buongiorno si vede dal mattino, ho l’impressione che ci sia tanta carne al fuoco, che ci siano troppi chef e che il rischio di fare un arrosto bruciato sia molto concreto.

Una riflessione per me importante riguarda i limiti del mandato. Al di là della fumosità, o meglio della “democristianità” del discorso di Letta, ho apprezzato quanto andavo dicendo anche in post precedenti, ovvero che, data l’eccezionalità del momento, si avesse bisogno di un governo eccezionale, con compiti specifici (pochi) e tempi certi. Pare che il premier questo lo abbia chiarito più dello stesso Re Giorgio e questo è apprezzabile, secondo me.

Una riflessione poi sulla legittimità di questo esecutivo. Checché ne dica Grillo questo governo è assolutamente democratico e ammesso dalla Costituzione e, come ho detto, probabilmente è il solo possibile, l’unico con i numeri e la maggioranza in Parlamento.

Eccoci però al nocciolo della questione. Il discorso che ho appena ribadito ci conduce inevitabilmente ad una questione di legittimazione, piuttosto che di legittimità. Badate bene c’è una sottile distanza nel significato di questi due termini che appaiono inevitabilmente simili. Questa è LA questione fondamentale, prima dei discorsi sul Nano, ecc. Per ottenere legittimazione, un governo come questo deve ottenere i voti del partito che ha vinto le elezioni. Tali voti devono rappresentare quegli elettori che hanno sostenuto quel partito. Siamo in una democrazia rappresentativa in cui l’elettore delega un rappresentante che, pur agendo con la sua testa a differenza di quanto vorrebbe Grillo, “dovrebbe” rappresentare il proprio bacino di elettori. Cosa succede ahimé se la maggior parte degli elettori sono contrari a quanto gli eletti esprimono con il voto in Parlamento? Succede che un governo, che ripeto legittimo secondo i dettami costituzionali non ottenga la necessaria legittimazione popolare in quanto non corrispondente a quanto la maggioranza degli elettori avesse inteso esprimere nel voto popolare che ha permesso di eleggere certi rappresentanti e non piuttosto altri.

Esiste dunque un problema, un grosso problema, soprattutto nel PD, dove la componente maggioritaria, quella che tira avanti la baracca e, cosa non da poco, quella che tiene i soldi veri che fanno (e forse faranno) funzionare questo partito, è stata, de facto, defraudata e zittita e che dunque (in silenzio) grida vendetta.

A dirla tutta, esisterebbero altri ennemila motivi per dire che questo governo ha gran belle magagne e bizzose gatte da pelare, ma è un fatto, per ora, che io dico che questo non è il mio governo, che non mi rappresenta e che dunque io dico: “Non in mio nome!”

In bocca al lupo comunque a te, Letta, e alla tua squadra. Buon lavoro. Una tua vittoria sarebbe una vittoria per tutti e se tu e la tua squadra doveste rivelarvi in grado di traghettare questa bagnarola sgangherata nella perigliosa tempesta che ci troviamo ad affrontare sarò pronto a riconoscere di essermi sbagliato e, forse, ci troveremo finalmente di fronte ai cancelli di in una Terza Repubblica.

Ho visto un re

NAPOLITANObis-580x474Nella giornata di ieri, si è celebrato l’assurdo.

Siamo riusciti in ciò che nessuno aveva fatto prima. Siamo riusciti, ahimé, a rendere reale un ossimoro, figura retorica che notoriamente accosta termini antitetici. Siamo riusciti a realizzare la prima monarchia presidenziale. Dovremmo candidarci per il Nobel, sì, bèh, ma quale? Letteratura o Politica?

Scegliamo Politica. Nessuno può imitarci.

Ebbene. In giornate convulse come queste, mi riesce difficile ragionare razionalmente. Mi resta difficile mantenere il distacco, sopprimere il sentimento e sforzarmi di capire le scelte che ci hanno portato al disastro di questi ultimi giorni.

Nonostante questo, vorrei cercare, al solito, di dire la mia. Vorrei analizzare la situazione da due punti di vista. Da italiano, in primo luogo, e da elettore convinto del PD, in secondo.

Da italiano… Mi vergogno di esserlo e la cosa che fa più male è che questa volta mi vergogno come quando a scuola mi presentavo alle interrogazioni senza aver aperto alcun libro. Sono stati proprio “i miei” i primi responsabili ad averci reso lo zimbello dell’Europa e del mondo tutto. Da italiano, voglio dire ancora due parole. La rielezione di Napolitano per me è un grosso errore, per quanto ritenga Re Giorgio l’unico eletto ad essersi dimostrato all’altezza del complesso ruolo che ha svolto in questi anni. Sì, potrete dire che politicamente non saremmo usciti dall’impasse e che oggi non ci sarebbero bastati i 23 scrutini che servirono ad eleggere Giovanni Leone per trovare una quadra, ma è un fatto che serviva il cambiamento. E questo cambiamento non c’è stato. Da italiano, poi, mi vergogno di una democrazia in cui chi perde – comunque la si guardi – urla al colpo di stato e marcia su Roma, salvo poi, tardivamente, innestare la retromarcia. Da italiano mi vergogno della pochezza di una classe politica ottusa che non si accorge che i problemi del paese sono prima di tutto fuori dalle stanze dei bottoni. Da italiano, infine, mi vergogno di me e dei miei connazionali in quanto, come ho sempre sostenuto, la classe politica è lo specchio del paese, i primi politici siamo noi, sono le nostre scelte ed il nostro modo di condurre la vita di tutti i giorni.

Da elettore del PD… Mi vergogno se possibile ancora di più. Mi vergogno dell’ipocrisia dei 100 e passa cecchini che hanno affossato Prodi. Che ci fosse dietro la lunga mano di D’Alema o, com’è più probabile, si trattasse di più teste pensanti e/o più correnti poco cambia oggi. Il partito è morto e trovare la pistola fumante non credo possa dare sollievo agli elettori delusi. Com’è mio solito non voglio stare a pontificare su quello che sarebbe stato meglio fare. Semplicemente, dopo tutte le cazzate messe in fila, dopo il madornale errore Marini, il colpevole naufragio cui abbiamo destinato l’incolpevole Prodi e la pochezza del segretario Bersani e della segreteria tutta, non riesco a capire perché non abbiamo scelto di votare per Rodotà, uomo da tempo fuori dalle fazioni e di sicure speranze al Colle più alto. E non mi si dica che è stato per non rincorrere i pentastellati o quant’altro perché avrei centomila motivazioni per rispondere ad una tale obiezione.

Cosa resta dunque da questo “epico” week-end?

Da un lato resta un PD morto che, io credo, se non già dal primo congresso, a tendere andrà verso un’inevitabile e dolorosa scissione, tra una parte socialista, più vicina ai laburisti ed al PSE ed un’altra, che potremmo forse chiamare “democratica”, che si avvicinerà inevitabilmente al centro. Sebbene i tempi di questo gran sommovimento saranno scanditi dalle scelte di Re Giorgio e, forse, dall’impianto di una nuova legge elettorale.

Dall’altro, più importante, resta l’Italia. Un paese ancor più lacerato ed in difficoltà abbandonato in un universo parallelo che riparte dall’anno 1946 e sceglie la monarchia senza passare dal referendum e dunque senza che si possa compiere il salvifico intervento degli americani. Sentiremo quanto ci dirà domani Re Giorgio nella speranza che assuma un (a)tipico incarico “a tempo” e “di scopo” (parola che ora va tanto di moda!) e staremo a vedere.

Vi lascio con una domanda. Che si stesse meglio quando si stava peggio?

La soluzione

altan repubblica

 

La soluzione? Semplice. Diventiamo una colonia.

Togliamoci il pensiero, togliamoci il problema. Facciamoci governare da qualcun altro. L’Italia e gli italiani sono incapaci di governarsi.

Ad una classe politica incapace di rinnovarsi, cristallizzata nei propri palazzi e indisponibile al compromesso laddove dovesse essere sfavorevole a se stessa, si contrappone la grande novità M5S che, ahimé, giorno dopo giorno, si sgonfia, non rendendosi conto che la politica è prima di tutto “governo della società”. Esatto. Governo. Senza governo non si sta, senza governo viene meno uno dei 3 poteri dello Stato, senza governo viene meno l’equilibrio e la possibilità di passare da tesi e antitesi a qualsivoglia forma di sintesi.

In puro stile italico, nel tentativo – vano, io credo – di salvare capra e cavoli, Re Giorgio nei giorni di Pasqua sforna 10 saggi, summa di commissioni e di non so ché che sanno tanto di Coalition of the Willing. No, via, non ci siamo. Mi tocca dare ragione ad Alfano. No, via, siamo al contrappasso! Aiutatemi!

E poi tutto questo per cosa? Per guadagnare 10 o 15 giorni ed arrivare alla scadenza naturale di una monarchia che non ha né primi né secondi geniti cui passare la corona. Sì, 15 giorni prima di andare a scannarci in Parlamento divisi come saremo in una votazione in cui servono i 2/3 dei voti per eleggere una qualsiasi figura.

No, via. Stasera sono sfiduciato. Lasciamo i nostri politici a baloccarsi coi loro bizantinismi, lasciamo che i neoarrivati ci conducano allo scioglimento delle Camere prima ancora che abbiano percepito il primo stipendio (decurtato del 75%, sia chiaro, loro ci tengono!) e poi portiamo direttamente le chiavi del Quirinale e di Palazzo Chigi a Bruxelles. Se non altro, saremmo innovativi. Saremmo i primi nell’Eurozona a rinunciare alla nostra sovranità. Credo che non potremmo che guadagnarci, in fondo il nostro futuro è già ipotecato col fiscal compact. Che altro abbiamo da perdere? Mica vi farà schifo fare a meno di qualche poltrona, eh?

E ora?

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L’esploratore Bersani torna al Colle senza aver trovato la gallina dalle uova d’oro.

Riparte Napolitano, ma il sentiero è stretto, molto, forse oggettivamente troppo.

Il giudizio sul lavoro di questi giorni di Bersani è ambivalente, al solito. Se da un lato è stato apprezzabile lo sforzo di non accettare le pregiudiziali del Nano, dall’altro è stato un colpevole errore non provare ad accordarsi con i grillini intorno ad alcuni punti di scopo come la rinuncia ai rimborsi elettorali e la strutturazione di una nuova legge elettorale. Checché ne dica il signor Grillo non credo che i suoi, o almeno parte di essi, non sarebbero stati disponibili a concedere una fiducia seppur condizionata a Bersani se questi avesse accettato alcune precondizioni.

E adesso che succede? Il Nano, dopo l’incontro col Presidente della Repubblica, ha dato il più classico dei baci della morte a Bersani che, a questo punto, se dovesse accettare un appoggio da parte del PdL dovrebbe senza colpo ferire calarsi i pantaloni in vista della battaglia per l’elezione dell’inquilino del Quirinale.

Grillo chiederà per sé l’incarico, ma è altrettanto scontato che Napolitano lo rimandi a casa di corsa. Nonostante i tanti proclami del piazzista genovese.

Poi toccherà a Monti salire al Colle. Sì, Monti. La delusione Monti. L’uomo che ha avuto la chance irripetibile per cambiare qualcosa in questo paese, ma che si è avviluppato nel più trito politichese e che ormai è un triste ricordo di un’Italia che non c’è più, o meglio, che forse non c’è mai stata.

Infine ritoccherà al PD. In quest’ultimo incontro, io credo, ci possano essere le residue speranze di non tornare di corsa al voto. Speranze riposte nella possibilità di trovare e proporre un outsider in grado di far saltare il banco. Speranze che però hanno scarsissime probabilità di successo.

Che fine faremo, quindi, resta un gran mistero. Indovinare la direzione in cui andremo da qui alla fine delle brevissime vacanze pasquali è più o meno come lanciare una moneta. Di una cosa però possiamo essere certi: è passato più di un mese dalle elezioni e non abbiamo ancora cavato un ragno dal buco. La domanda che mi pongo dunque è se non sarebbe stato meglio rivotare a stretto giro. E non mi si dica che non è possibile, la Grecia in piena crisi lo scorso anno ha votato due volte, rispettivamente il 6 maggio ed il 17 giugno. Se in Italia non riusciamo a farlo, con buona pace di destra e sinistra, è solo perché i partiti tradizionali avevano (ed hanno) una paura matta di essere risucchiati nel turbine della protesta e cercano in tutti i modi di prendere tempo per trovare una soluzione per (auto)conservarsi.

Non possiamo aver paura di Grillo e soprattutto gli italiani non possono permettersi di perdere altro tempo.  

Caro re Giorgio, pensaci.

Per Monti. Lettera di un italiano medio

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Io, italiano medio, mi rivolgo direttamente a Lei, Presidente Monti.

Presidente, non cada nelle maglie della “Piovra”!
Non renda emendabile il Decreto Cresci Italia e disinneschi il Maxiemendamento che sta vedendo la luce in queste ore.

Io, italiano medio, di età media, con uno stipendio medio, una casa media e prospettive mediocri, non mi sento rappresentato dagli attuali partiti di Governo e presenti in Parlamento, ma soprattutto non mi sento rappresentato da quelle sparute e potenti lobby che stanno minando le basi del Suo Decreto per la crescita.

Fino ad oggi, io Le ho dato fiducia, per quanto Lei non sia stato da me votato.
Fino ad oggi, io Le ho dato fiducia come ho dato fiducia al mio Presidente, Giorgio Napolitano, il quale – preoccupato per le sorti del nostro comune Paese – ha ritenuto che Lei potesse fare il lavoro “sporco” per risollevare questo nostro Paese pieno di incongruenze, disparità ed ingessato da una classe politica di dubbia levatura morale ed assolutamente incapace di gestire la nostra res publica.
Fino ad oggi, io Le ho dato fiducia dimostrandoLe la mia volontà (coatta, s’intende) a sopportare sacrifici per il bene comune. Non ho eccepito sul Decreto Salva Italia, anzi, ho ingoiato l’amara medicina convinto di dover fare la mia parte affinché tutti, domani, potessero stare meglio di quanto non stessero oggi.

Io, italiano medio, ho fatto la mia parte.

Le chiedo, adesso, che tutti facciano – volenti o nolenti – quanto fatto da me.
Le chiedo che l’italiano ricco, il privilegiato, il corrotto, il corruttore, il lobbista, il tassista, il farmacista, l’avvocato, il notaio, il dirigente pubblico e quand’anche il fannullone, solo per citarne alcuni, facciano la loro parte.

In caso questo non avvenga, Le anticipo formalmente che mi riterrò svincolato dal rapporto di fiducia che ci lega auspicando si possa aprire una nuova fase Costituente della vita della nostra malata res publica.

Riflessioni di un progressista sconsolato 2

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Un’altra settimana si è appena conclusa. Un’altra settimana di declino per la politica italiana, in particolare per i due maggiori partiti, PdL e PD.
Prima di analizzare i casi specifici, credo sia doveroso chiederci perché i partiti che rappresentano da soli 2/3 dell’establishment politico italiano attraversino una fase di così profonda crisi. Al di là dei casi specifici, infatti, è ormai chiaro che in Italia il tanto agognato bipolarismo sia sull’orlo dell’implosione a causa di due poli che, ciascuno a modo suo, non risultano essere così “magnetici” come ci saremmo aspettati. È un fatto che i progetti politici sviluppatisi in questo ultimo decennio siano da considerarsi quantomeno rivedibili.
A differenza di quanto si pensava, in questi anni PdL e PD non sono stati i player principali della partita, o meglio, lo sono stati in termini di numeri di voti e dimensionamento, ma si è avuta l’impressione che non fossero mai state le vere “guide” del dibattito politico quanto piuttosto si muovessero come banderuole, sbattute a destra, a sinistra e al centro nei vari fronti di discussione che di volta in volta sono stati aperti. In un certo senso, a fronte di un PdL strattonato più volte dalla Lega e da quello che è divenuto il Terzo Polo (non nomino neppure i “Responsabili” che secondo il mio parere non sarebbero neanche degni di entrare come visitatori nei palazzi della politica!), il PD si è visto tirare per la giacchetta da Di Pietro, Grillo e SEL, quest’ultimo in grado addirittura di vincere un paio di primarie pesanti in città fondamentali come Milano e Genova così da creare notevoli grattacapi alla dirigenza democratica.
Ma perché tutto questo è avvenuto? Troppo facile sarebbe cercare LA colpa nella “pochezza” della classe politica italiana (che comunque è un motivo da non sottovalutare), credo piuttosto si debba prendere seriamente in considerazione l’idea che la colpa sia da ascrivere principalmente al solito Silvio Berlusconi, o meglio al declino di Silvio Berlusconi. Perché? È presto detto. Nel centro-destra, e ancor di più nel PdL, egli ha rappresentato e probabilmente ancora rappresenta l’unico motivo di unità mentre, dall’altro lato dello schieramento, il suo progressivo indebolimento ha fatto credere che fosse giunto il momento della spallata e che fosse necessaria un’accelerazione nella costruzione di uno pseudo-partito di governo piuttosto che un partito assodato fatto di idee, di strutture e militanti.
Di tutto ciò ne sia riprova il fatto che con il progressivo eclissarsi del Nano italico è sparita anche la politica italiana. A differenza di quanto ci saremmo aspettati, invece di vedere un rinnovato impegno ed una nuova fase di discussione, si è assistito alla nascita di un governo di (quasi) unità nazionale che ha catalizzato l’attenzione dei media quasi più di quanto non fosse successo con i primi governi Berlusconi. Di certo il contesto economico generale ha spinto affinché una situazione del genere potesse venirsi a creare, di certo la “forzatura” sacrosanta di Napolitano verso un governo tecnico ha contribuito, ma avreste mai creduto che dopo 3 mesi di Governo Monti non avremmo avuto idea di cosa aspettarci dalla politica italiana del prossimo futuro? E avreste mai pensato che la “dipartita” di Silvio da Palazzo Chigi avrebbe avuto un effetto tanto deflagrante in tutto lo schieramento politico? Io no, sinceramente.
Veniamo infine ai fatti di questi ultimi giorni.
Il PdL, non me ne voglia il buon Angelino, è una nave senza capitano. La storia delle tessere false con il coordinatore (Verdini) che arriva a chiedere l’intervento della Magistratura, sa molto di resa dei conti, di preparazione alla battaglia con colonnelli che rinserrano le proprie truppe, stringono alleanze e scavano trincee e, purtroppo, sa molto di Tangentopoli e di degenerazione della politica, e non dico niente più.
Il PD, da parte sua, ha i suoi buoni grattacapi. L’apertura del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro e per estensione sull’operato del governo Monti, ha riaperto ferite mai sanate. Si sono svegliati i filo-CGIL da una parte, i “moderati” dall’altra e, come al solito, Veltroni ha colto l’occasione per girare il coltello nella piaga. Proprio quel Veltroni, di cui non faccio mistero in passato abbia nutrito più di una semplice ammirazione, mi ha lasciato basito e rappresenta un’altra prova provata di quanto la politica italiana non riesca a dire niente di nuovo e resti arroccata nel suo sempre più vetusto castello. Veltroni con le sue interviste, che sono entrate a gamba tesa nei confronti del suo stesso partito, sembra ormai un giovane nel corpo di una cariatide, e dimostra quanto la politica italiana sia incapace di svecchiarsi e spinga gli elettori (e per estensione il popolo) verso l’abisso dell’antipolitica. S’intenda, non è che Fassina e tutti quelli che stanno dall’altra parte, si comportino molto meglio, sia chiaro. Essi contribuiscono in modo sostanziale alla riproposizione dell’eterno ritorno dell’eguale!
Come e se usciremo sulle nostre gambe da un momento così triste non è chiaro, ma credo ogni giorno di più nella necessità impellente per entrambi i poli di voltar davvero pagina, di chiudere questa fase storica per aprirne una davvero nuova, una Terza Repubblica che sicuramente non potrà essere peggiore della Seconda.

Il semestre più difficile della storia europea recente

Il semestre che si chiuderà domani con la fine del 2011 è stato senza dubbio il più difficile della storia recente e, parallelamente, è stato il primo semestre di vita di questo blog.

Se avete intenzione di ripensare a com’è andata, il Wall Street Journal  propone oggi una lettura tutto sommato onesta che vi consiglio di leggere:

http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203391104577124480046463576.html?mod=WSJEurope_hpp_LEFTTopStories

Niente di nuovo sul fronte, verrebbe da dire, ma come spesso succede, ripensare al passato ed agli errori commessi può rivelarsi un buon viatico per provare a non ripeterli.

Quanto abbiamo vissuto a partire da questa rovente estate in effetti deve essere annotato in tutti i libri di storia, deve diventare un bagaglio culturale imprescindibile in vista del nostro futuro.

Senza affrettare giudizi su quanto accaduto, visto che ne ho già dati molti nei post precedenti, penso che dovremmo apprestarci ad affrontare il 2012 con un rinnovato spirito di coesione salvando quanto di positivo può essere trovato nell’approccio mutualistico che possiamo leggere nelle mosse dell’Ue degli ultimi mesi. Certo, si dirà che ancora questa pseudo-solidarietà internazionale è figlia dei più gretti interessi di bandiera, ma se non altro è stata l’unico motore che ha – per ora – scongiurato quell’implosione che avrebbe potuto essere incredibilmente catastrofica.

Riusciremo nel 2012 a far meglio? Riusciremo ad attuare quel riformismo auspicato dall’ottuagenario Napolitano (come lo ha definito il WSJ)? Riusciranno i nostri leader a superare l’affanno di questi ultimi mesi portandoci fuori dal guado di un Ue che oggi come ieri si trova ancora con la melma fino alla vita?

Le premesse sono ancora decisamente scure, non abbiamo ancora scampato il pericolo e questo è indubbio, ma voglio chiudere questo annus horribilis con una cauta speranza ben sapendo, comunque, che il cammino sarà “lungo e periglioso”.

Non credo sia il momento della polemica, ne abbiamo già fatta abbastanza quando era il caso.

Adesso, io credo, dobbiamo aspettare (e sperare) che il nostro Governo si muova nella direzione della crescita e dell’equità tanto sbandierata, prendendo di petto tutti quegli odiosi lacci e lacciuoli posti da quelle corporazioni che fanno del male alla stragrande maggioranza di questo paese.

Dobbiamo essere fiduciosi che nel mese di marzo si riesca davvero a dare una sterzata alla politica dell’Unione attuando quelle riforme nei trattati di cui più volte abbiamo parlato e sperando ancora che le tante teste (e i tanti sederi) dei leader dell’Ue, per una volta almeno, si muovano all’unisono.

Gente, la speranza insomma deve essere l’ultima a morire, dobbiamo prima di tutto credere di potercela fare altrimenti è inutile che stiamo al gioco. Deve essere la nostra bussola!

Se la rassegnazione dovesse prendere il posto della speranza, beh allora arrivederci e grazie! E guai a chi dovesse poi mettersi a piangere!

Buon 2012 a tutti voi, che avete avuto la pazienza di seguirmi nei primi mesi di vita di quest’avventura virtuale!