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Qualcosa si muove?

131056771-636a8189-b1aa-4f13-af8f-87442354675dIn queste prime settimane di maggio, mentre in Italia il nuovo governo perde già la bussola su IMU, rimborsi elettorali, processi al Nano, ius soli, ecc. e corre affrettatamente in ritiro dopo la prima di campionato, in Europa e nel mondo qualcosa si muove.

Sono stato colpevolmente silenzioso in questi ultimi giorni, ma credo di potermi sbilanciarci dicendo che qualcosa intorno a noi sembra inizi davvero a muoversi.

Sul lato finanziario, la fortissima sterzata della banca centrale giapponese e il flusso costante di denaro sui mercati pompato dalla Fed iniziano a mostrare i loro effetti. Si assiste ad una potente rotazione di asset class, un restringimento degli spread, un indebolimento dell’oro e parallelamente una forte ripresa dei corsi azionari che, in paesi come Stati Uniti e Germania, macinano un record dopo l’altro. Se sarà vera gloria o piuttosto questi saranno ricordati come i prodromi della super-bolla che molti stanno profetizzando, lo vedremo, è però vero che, per adesso, tutto ciò giova enormemente al nostro disastrato paese che oggi può risparmiare parecchi miliardi di oneri sul debito da un così netto assottigliamento degli spread e dal contagio di euforia che piano piano prende piede.

Sul lato economico e politico, il fatto veramente nuovo è che lo scontro tra austerici e fautori di modelli keynesiani si è fatto più che mai infuocato dopo che quest’ultimi hanno segnato un paio di gol agli avversari. Per dovere di cronaca, metaforicamente, potremmo dire che il primo è un autogol per un fortunato rimpallo, mentre il secondo è un gol segnato grazie ad un incredibile svarione difensivo. Andiamo con ordine. L’autogol è del buon Niall Ferguson che, in un impeto d’ira, scrive su Twitter che Keynes avrebbe avuto una visione tanto fatalista del futuro a causa della sua omosessualità. Il gran gol invece si deve ad un giovane studente americano, tale Thomas Herndon, che d’un sol colpo si beve (o sarebbe meglio dire “sputtana”!) due delle punte di diamante della disciplina “d’acqua dolce” dell’austerity: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Questo baldo studente di economia, infatti, nel rifare i conti del celebre Growth in a Time of Debt, si accorge che i calcoli su cui poggia la tesi di fondo secondo cui dal dopoguerra ad oggi i paesi con alto debito pubblico (> 90% del PIL) sarebbero cresciuti meno degli altri sono totalmente sballati a causa di un’errata formula inserita nei fogli di calcolo utilizzati per lo sviluppo di questo bestseller mondiale.

Sullo sfondo di questo dibattito, che solo apparentemente è accademico, si riaccendono le tensioni italo-tedesche sull’asse Schäuble – Draghi. Il primo accusa il governatore della BCE di parteggiare per il suo paese natìo nel momento in cui il governatore inizia a prendere in considerazione la possibilità di creare una sorta di bad bank in seno alla BCE in cui far confluire ABS (asset backed securities) emessi dagli stati europei così da liberare liquidità da utilizzare come volano per la crescita. Come al solito, ai tedeschi non va giù che si possano cercare soluzioni che esulino dalla sterile riproposizione del mantra dell’austerità. Come al solito, e nei limiti del proprio mandato, Draghi si conferma un governatore interventista e, per adesso, i risultati gli danno ragione.

Come sempre predico, la prudenza è d’obbligo. Se sarà vera gloria lo vedremo più avanti, ma la primavera pare portare qualche barlume di ottimismo in questo nostro storto mondo.

Così è, se vi pare

551318_423888971032213_1064517879_nEccoci. Archiviate le elezioni, è tempo di ragionare.

Facile e controproducente sarebbe in questo momento sparare a zero contro la dirigenza del PD, rea di una campagna elettorale deludente, ma a me non interessa in questo momento, al centro del palco c’è altro. La storia non si fa con i “se” e la recriminazione per l’assenza di Renzi in prima linea deve esaurirsi dopo le prime più istintive e poco ragionate riflessioni.

Nessuno, neppure Grillo ne sono sicuro, avrebbe immaginato un risultato tanto largo per il Movimento 5 Stelle. Questo è a centro palco.

Tornando alle categorie di cui parlavo alla vigilia delle elezioni, la vittoria del Centro Sinistra è una “vittoria mutilata” in quanto il vincitore vero è il voto di protesta, il voto contro l’establishment, il voto a Beppe Grillo. Neppure il Nano nel ’94 era riuscito a raccogliere 8.8 milioni di voti alla prima tornata di elezioni politiche. E i numeri assoluti sono numeri veri e fanno impressione, al di là delle percentuali, che spesso appaiono fuorvianti.

Se facciamo due conti, la distanza tra Centro Sinistra, Centro Destra e Movimento 5 Stelle è decisamente labile e non si può non attribuire la vittoria a quest’ultimo, cioè ad un movimento che non aveva vocazione maggioritaria prima di queste elezioni. I numeri di PdL e PD, al contrario, sono quelli di una débacle senza appello. Ciascuna compagine ha ottenuto 1 voto su 5 aventi diritto (più o meno) e questo fa sì che, globalmente, solo 2 elettori su 5 abbiano scelto uno di questi partiti quindi, checché se ne dica, ciascuno di essi esce da queste elezioni con le ossa rotte.

Silvio ha poco da stare allegro. Per quanto sia galvanizzato dall’essere uscito dall’angolo in cui tutti pensavamo di averlo messo, ha perso 1 dei 2 voti presi alle scorse elezioni politiche e ciò significa che promettere la luna ormai non basta a convincere il volgo.

Chi sta peggio, neanche a dirlo, è però il PD, partito al cui interno immagino si apriranno faide inenarrabili. Bersani e l’attuale classe dirigente ha fallito. Puntare, come peraltro fatto negli ultimi sessant’anni prima con il PCI, poi con il PDS, poi con i DS, ecc… sul voto della militanza è inutile e controproducente. Queste persone non devono essere convinte. Queste persone avrebbero votato Renzi così come domenica scorsa hanno votato Bersani (avrebbero votato, per la cronaca, anche per Vendola o Tabacci o la Puppato, se uno di essi avesse vinto le primarie). Se però il maggior partito di Centro Sinistra che, come ho più volte detto, dovrebbe ergersi a paladino dello stato sociale e dei più deboli, non riesce ad acchiappare un voto al di fuori della ristretta cerchia di militanti e simpatizzanti tanto più in momenti di crisi sociale nera deve cominciare una profonda riflessione che deve sfociare in una nuova struttura, un nuovo statuto, un nuovo segretario, un nuovo modo di approcciarsi alla cittadinanza.

Chi però patirà sopra ogni altro questo voto, almeno nel breve/medio periodo, sono gli italiani. Quegli stessi italiani che hanno scelto la protesta, il rifiuto di una certa classe politica e che si ritrovano oggi nel mezzo di un guado molto pericoloso avendo scelto di mettere in discussione le pur discutibili linee guida europee. Per carità, sul lungo periodo, un progetto programmatico di stampo grillino è molto interessante, ma proprio quel Keynes che tanti ora invocano con troppa faciloneria diceva: “In the long run we are all dead”.

Per il bene comune, purtroppo, dobbiamo (ri)mettere la contingenza al primo posto. Potreste obiettare che non è giusto ragionare sempre in emergenza e non guardare al domani, ma come si fa a farlo se da quest’emergenza non vogliamo uscirne? Speriamo intanto di riuscire a formare un governo, di riuscire rapidamente a trovare un sostituto a Re Giorgio e di cambiare la legge elettorale, che sia proporzionale stretta a doppio turno o maggioritaria va bene uguale, ma basta con il Porcellum (che per la verità a questo giro ha consentito al PD di vincere…).

Pensateci.

Dialoghi molto attuali… L’ILVA e la politica industriale italiana

Uomo: “Pensavo oggi alla questione ILVA. Che poi, parliamoci chiaro, la questione occupazionale dovrà assolutamente essere il centro di ogni intervento politico dell’immediato futuro. Detto ciò, la questione ILVA mi pare riassuma emblematicamente i paradossi di certa industria italiana. 
Ma il dramma è la scelta esistenziale tra il lavoro e la salute: il dramma è che oggi, nel 2012, debba darsi il caso che il futuro di una industria di queste dimensioni sia racchiuso in una scelta dicotomica del tipo bianco/nero. Qui si racchiude tutto il fallimento della gestione sia politica istituzionale che politica industriale. e come al solito a pagare saranno i poveri cristi che forse andranno in cassa integrazione. Sarebbe fuori luogo secondo te un intervento statale pesante? Se il capitolo delle liberalizzazioni è in effetti un capitolo di fallimenti, perchè lo stato non potrebbe riprendersi settori strategici dell’industria? Certo non secondo modelli sovietici, ma secondo modelli di partecipazione indiretta, dove però la salvaguardia della salute e del diritto al lavoro ritornano centrali. Chissà..”

ilva-tarantoMezzuomo: “ILVA. Che situazione! Come giustamente dici te, è uno dei tanti fallimenti della politica e dell’imprenditoria italiana. Il solito intreccio di poteri che ha fatto mangiare tante bocche a Roma, in regione Puglia, nella provincia e nel comune di Taranto, salvo poi affamare e ancor peggio ammalare la povera gente. Il problema è gravissimo altro che grave. L’ILVA rappresenta il 55% del PIL della Puglia, se non ricordo male, è di gran lunga il primo produttore di acciaio d’Italia e dà lavoro tra diretto ed indiretto a qualcosa come 30.000 persone. Questi i numeri della produzione, ma che dire del problema sanitario? C***o. Lì la gente muore per davvero e con incidenze di mortalità da paura, paragonabili forse solo al macello del fu Eternit di Casale Monferrato. Ecco, cercando di lasciare un attimo da parte la questione socio-politica e guardando ai numeri, mi ricordo una discussione con ****** che una volta mi fece entrare in una riflessione riguardo alla stima dei costi degli eventi estremi (dei Cigni Neri, tipo le catastrofi, ecc.). In effetti non esistono modelli chiari per capire quanto effettivamente costi alla collettività una concentrazione di morti e/o da malattie indotte da eventi estremi e/o dalla scelerata attività umana, tipo il terremoto dell’Aquila o l’ILVA, appunto, a Taranto. Il problema si aggrava poi se andiamo a vedere anche i costi sociali di una chiusura di un impianto come l’ILVA. Si tratta di una polveriera sociale e non c’è economista al mondo, di qualsiasi credo sia, che non dica che il disagio sociale è il problema economico più difficile da gestire. Solo la guerra può essere paragonabile ad una situazione come la disoccupazione dilagante e la tensione, che ovviamente si manifesterà nel caso di una chiusura (come quella che appare dietro l’angolo)! Quindi? Come uscirne? La ricetta c’è. Peccato che non sia quella del pensiero dominante oggi in Europa. Questa ricetta è quella di Keynes e Roosevelt e che oggi è impersonata dagli economisti “di mare” che hanno come capofila Krugman, che si contrappongono strenuamente agli economisti del pensiero dominante, gli economisti “d’acqua dolce” (tra l’altro se hai voglia ti consiglio di leggere un libello molto carino proprio del Nobel Krugman – “Fuori da questa crisi adesso”). In situazioni di crisi come questa bisogna sostenere la domanda aggregata con la Mano Pubblica. C’è poco da fare. Se ho disoccupazione dilagante, la gente non spende e la domanda muore… E la domanda non si rilancia con l’austerity, ma solo facendo spendere chi può spendere, ovvero gli Stati. La questione del debito è un problema relativo nella misura in cui il debito è sempre il credito di qualcun’altro… Per cui… Una situazione come l’ILVA potrebbe essere affrontata solo sospendendo il patto di stabilità e con lo Stato che s’impegnasse a garantire la produzione prima, la riconversione e la bonifica poi. Punto. E la cosa che mi fa incazzare è che sotto al tavolo questi “maneggi” per le banche già si fanno. Guarda il MPS oggi in Italia, Dresdner e Commerzbank ieri in Germania, Dexia in Belgio e tutte le banche spagnole. Sai qual è il problema? Io credo che nessuno abbia il cuore di stappare il vaso di tutto quello che c’è a Taranto perché nessuno sa cosa ci sia davvero e nessuno vuole trovarsi con la patata bollente in mano. Ed in tutto ciò, l’Europa da parte sua non intende ulteriormente sporcarsi le mani perché dal suo punto di vista sta versando fiumi di denaro da decenni al Sud-Italia tramite i famosi fondi per la coesione sociale, che regolarmente si perdono nella corruzione, nelle mafie, ecc. E d’altra parte la politica italiana oggi più di ieri è il nulla assoluto. Ed eccoci qua. Bersani. Sì, proprio lui. A marzo, appena un minuto dopo l’elezione deve avere le palle e fare il politico vero. Deve salvare Taranto. Punto. Questi tecnici prenderanno tempo e non decideranno nulla perché non credono veramente che lo Stato debba intervenire massicciamente a Taranto, al di là di tutti i buoni propositi di Rigor Montis…. C’è poco da dire ancora: Monti, ecc. sono parte della corrente degli economisti “di acqua dolce”… E quindi… Punto.

Siamo dannatamente fottuti?

http://www.youtube.com/watch?v=tTi1l6gdoQ0

Nel corso di questi ultimi mesi ho avuto modo di leggere, e soprattutto di parlare della situazione economica della nostra Italia e più in generale dell’economia occidentale con amici, colleghi… e con la mia coscienza.

Un uomo, qualche settimana fa, mi ha messo una pulce in un orecchio. La discussione nasceva attorno alla proposta del nostro governetto di inserire il pareggio di bilancio nella nostra bella Costituzione (a tal proposito si vedano anche i post precedenti). In particolare una frase del mio interlocutore mi ha scosso; questi mi ha chiesto: “Ma sei sicuro che il debito sia un male per definizione?”

Da quel momento in avanti, si è fatta largo in me la convinzione che il punto di vista ormai preponderante nei nostri governanti europei, secondo cui l’austerity è un must sempre e comunque, aveva in sé qualcosa di profondamente fuorviante. Sono arrivato alla conclusione che il momento economico che stiamo vivendo sia veramente eccezionale e che, data l’eccezionalità, le misure, le contromosse da mettere in campo dovessero essere parimenti eccezionali.

Oggi, sul Web (strumento questo sì davvero eccezionale), ho avuto la fortuna di imbattermi in questo articolo: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.com/2011/08/si-chiama-christina-romer-e-una.html e non nego di esserne rimasto piacevolmente folgorato.

Consiglio a tutti di leggerlo, con la dovuta attenzione.

Come ho già iniziato a fare in precedenti post, voglio dire ad alta voce che forse esiste una strada alternativa per uscire dal pantano in cui stiamo rischiando di affogare. Ascoltiamo quanti come Christina Romer hanno il coraggio di dire e di agire oculatamente e secondo le evidenze empiriche (lei dice addirittura scientifiche) della (scienza) economica. E agire qui non significa spaccare il capello in quattro per capire se tagliare 20 o 30 o tutte le province d’Italia. Agire significa mettere in campo strumenti, stimoli REALI che consentano a chi investe di essere incentivato a farlo, a chi lavora di farlo con profitto e con un reale ritorno di portafoglio e a chi ci governa di farlo perseguendo il vero interesse della Cosa Pubblica. Agire significa avere coraggio e non arrendersi allo status quo perché, come dice la Romer, il quadro di lungo periodo è decisamente lugubre.

Io non mi rassegno al silenzio, dovreste farlo anche voi. Mettiamoci la faccia (vade retro Brunetta), in fondo non abbiamo altro che da perdere da un’Italia governata in modo infame, da un’Europa ottusa e da un’America in bilico tra pressioni oscurantiste e la paura strisciante di non essere più il paese al centro del mondo.

Pareggio di Bilancio: il refrain di questa calda estate

Il nostro ministro dell’economia oggi ha detto:

[La scelta di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione è] «una scelta che segna la fine di un’epoca nella quale l’Occidente poteva piazzare titoli ai valori che voleva». [Oggi viviamo in un’ epoca] «che costringe a scelte di maggior rigore: non puoi spendere più di quello che prendi soprattutto se con riluttanza prendono i tuoi titoli. È fondamentale che nella costituzionalizzazione del pareggio di bilancio ci sia un esplicito riferimento ai meccanismi europei, che sia definito da parte della Repubblica italiana il riconoscimento dei vincoli di bilancio che ci vengono dall’Europa. Non basta fare riferimento ai trattati dell’Unione europea, perché sono in evoluzione» (da Corriere.it).

Siamo veramente sicuri che il rigore (e soprattutto l’anticipo al 2013 del pareggio) sia davvero la strada maestra in quest’epoca in cui un paese come l’Italia ha prima di tutto un problema di crescita e di produttività?

Siamo sicuri che “perdere tempo” in un percorso ad ostacoli come una modifica costituzionale sia la soluzione più coerente quando in cui gli squali che sguazzano nei mercati ci chiedono risposte rapide e chiare?

Scusa – caro Keynes – se ti fanno rivoltare nella tomba.