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C’è ancora qualcuno che abbia a cuore l’Italia?

 

La domanda non è così scontata.

La deriva della politica e, per estensione, della società italiana è avvilente.

La corruzione è dilagante e spudorata. I casi del Lazio, della Lombardia, del comune di Reggio Calabria, ecc. si moltiplicano tanto che ormai è acclarato che il malaffare è preponderante rispetto all’interesse nazionale.

La situazione è ahimé peggiore se andiamo a vedere “come” vengono spesi i denari dei contribuenti. Se è vero che la corruzione è un male da estirpare e che trova vigore nell’istinto animale dell’uomo (e del politico in particolare) che si abbuffa davanti ad una tavola troppo spesso carica di leccornie è altresì vero che l’inefficienza e lo spreco sono un male assoluto della PA italiana.

Decenni e decenni di contiguità con un sistema partitico fatto di malaffare hanno contagiato anche il lavoro di dirigenti, quadri ed impiegati di ministeri, enti, municipi, ecc. Come si dice? Il pesce puzza sempre dalla testa, ma se la testa puzza da parecchio tempo, ci dobbiamo aspettare un corpo ormai marcio.

Ecco che compare Monti. Moderno Dracone da una parte, e salvatore della patria perduta dall’altro. Si riempie la bocca con parole come equità, progressività, lotta all’evasione, attenzione ai conti e spending review e poi va a cercare le coperture nelle tasche dei soliti noti tradendo così le aspettative di milioni di italiani vessati da tasse e tagli che giorno dopo giorno si rivelano iniqui, poco netti e talmente indecisi da lasciare le sacche di inefficienza pregresse.

Certo, non è che l’imprenditoria stia molto meglio. Guardiamo alla querelle Renzi – Marchionne dell’altro ieri. L’AD Fiat ha perso veramente un’occasione per stare zitto. Come possiamo fidarci di capi-azienda che dovrebbero fare il sacrosanto bene delle loro aziende, ma che non perdono l’occasione per sputare nel piatto in cui hanno mangiato e continuano a mangiare da una vita?

E poi che altro?

Ci sarebbe tanta cacca da spalare, ma per oggi sono piuttosto stanco.

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Un neo-feudalesimo all’orizzonte?

Siamo abbondantemente entrati nel Terzo Millennio. Eppure.
Giorno dopo giorno sta maturando in me un’idea stramba, ma che pian piano gli accadimenti vanno confermando, o per lo meno non sconfessando.
Ho l’impressione che la forma di capitalismo in cui siamo immersi e la società che su questa peculiare forma economica si è sviluppata abbia caratteristiche per certi versi simili alla realtà sociale del Primo Millennio. Potrete pensare che sia folle quello che scrivo, eppure con uno sguardo attento alle dinamiche che si osservano nel mondo del lavoro di questi ultimi anni, mi pare si tenda ad una regressione nei rapporti umani e contrattuali che sembrano condurci a quello che senza paura mi permetto di chiamare “neo-feudalesimo“.
Sì, i rapporti di “classe” e gli squilibri di potere che si vanno affermando hanno un non so che di medievale. Guardate con attenzione al mondo del lavoro. A fronte di una costante diminuzione della produzione, dei consumi, del risparmio, ecc. si nota l’emergere di una sempre più profonda frattura tra chi “comanda” e chi “obbedisce”, cioè una dinamica sociale che assomiglia in modo preoccupante alla società feudale medievale dove da un lato c’erano i nobili, i feudatari, e dall’altro il popolino, per gran parte costituito da servi della gleba. Vero è che in tutta la storia della civiltà sono esistite strutture sociali analoghe, ma quel che vediamo oggi è uno smantellamento lento, costante ed esplicito di diritti acquisiti in decenni di battaglie di civiltà.
Se ci soffermiamo sui panegirici del ministro Fornero o sulle dichiarazioni di Marchionne, in barba alle regole ed alle sentenze, ecco che tutto si fa più chiaro: in periodi di vacche magre chi deve darsi da fare pare dover essere sempre il popolino, costretto a lavorare (se vuol campare) ed a ingoiare bocconi indigesti, quasi come succedeva con le corvées medievali.
Non che ci si debba stupire di questo. Il potente, per definizione, è al di sopra dei più, banchetta mentre gli altri raccolgono le briciole, si nasconde quando gli altri sono in guerra, eppure credo che dobbiamo riflettere sul profilo del “potente” di oggi proprio confrontandolo con quanto la storia medievale ci racconta.
Se nel Medioevo il potente lo era per lignaggio e per rango e dunque il suo status era garantito dalla genia, com’è possibile che individui esattamente uguali a me o a voi possano ergersi a potenti oggi e si arroghino diritti che nessuno ha concesso loro? Lasciamo da parte la classe politica, ci sarebbe molto da discutere su di essa, ma tutto sommato questa viene eletta per cui in un certo qual modo è autorizzata ad essere sopra di me e voi. Concentriamo sui manager.
Chi sono costoro? Com’è possibile che per loro valgano leggi diverse dalle mie? Com’è possibile che facciano quel che vogliono anche a patto di calpestare diritti e limitare la libertà altrui? Questi signori a cui dovremmo ascrivere una buona fetta di responsabilità nell’averci condotto in questo baratro, non possono non pagare il fio di quanto fatto. Eppure vengono strapagati per assumersi responsabilità (anche legali) del proprio operato e delle società che essi rappresentano.
Senza tornare alla ormai celebre sfacciataggine dello squalo Dick Fuld (ceo di Lehman al momento del crollo), è possibile che coloro che hanno distrutto il valore di società importanti (si guardi ai casi Fonsai, Alitalia, Telecom, solo per citarne alcuni) la passino sempre liscia? La risposta è si. Nonostante questi siano, di fatto, dipendenti di queste società (come me e voi), essi godono di uno status olimpico che li avvicina in misura preoccupante al feudatario medievale. Eppure costoro sono solo dipendenti, ed, a differenza del feudatario che era proprietario di terre e beni, sono – e lo ripeto – semplici dipendenti di queste società.
Ecco, è qui che casca l’asino. Qui il modello economico su cui è basata la nostra società mostra i suoi piedi d’argilla ed è muovendosi in questa direzione che rischia di avvitarsi in un circolo vizioso insanabile.
Se non cominciamo a dare il giusto peso al concetto di responsabilità, il futuro è gramo. Che la battaglia sia già persa?
Spero di no, od almeno spero che si cominci a pensare, già questa sarebbe un’ottima conquista.

Ma che paese è?

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Ma che paese è l’Italia?
Via, spiegatemelo voi perché io non riesco a farmene una ragione.
Calciopoli bis, Vallettopoli, Ruby gate, P2, P3, P alla n, Silvio in una teca di vetro, Lusi, The family, Bisignani a vedere il tennis, e poi?
Via, potete sbizzarrirvi. Se non altro, la cosa divertente (ed avvilente!) è che a questo gioco potete dilettarvi nel dire un qualsiasi nome che abbia a che fare con lo Stato, o con le “strutture” di esso, e come per magia vi compare un caso su cui discutere, un fatto da analizzare, un sotterfugio per imbrogliare e prendersi gioco del popolino.
Non che vada meglio altrove, diamine, un Montezemolo od un Marchionne qualsiasi potrebbero prenderla male. Via, diamo a Cesare quel che è di Cesare!
A tal proposito, oggi l’Oscar dell’uomo senza vergogna viene vinto da Enrico Cucchiani, l’ad di Intesa San Paolo, l’uomo che ha sostituito Passera. Durante l’assemblea degli azionisti oggi si è alzato un ometto – che ha tutta la mia stima e simpatia – che ha chiesto senza paura al Cucchiani come giustificasse l’aver percepito giusto 66 mila € di stipendio per una settimana di lavoro in Intesa nel 2011. Fate voi i conti… Più o meno in un anno ci sono 250 giorni di lavoro…
Ecco che l’uomo senza vergogna ha risposto senza scomporsi e sbrodolando una serie di numeri riguardo alle retribuzioni medie dei banchieri europei, ai multipli delle banche, ecc. e concludendo con quanto di più italico ci possa essere. Una sonora cazzata.
“Certamente sono un privilegiato non ho avuto figli e conduco una vita sobria. I soldi che risparmierò certamente non me li porterò appresso ma li lascerò in beneficienza. In questo modo cercherò di restituire parte del beneficio che ho ricevuto”.
Oh, ora sì, siamo tutti più felici! Ama il prossimo tuo…
Ah già, badate bene, queste dovrebbero essere le grandi menti in grado di far ripartire l’Italia.

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La Weltanschauung di Sergio. Fase 2

Dal 1° gennaio 2012 la Fiat farà decadere in tutti gli stabilimenti italiani il CCNL dei metalmeccanici.

Speriamo vivamente che non intendano fare come nella vignetta.

Insomma, ormai è un fatto. In corrispondenza con l’abbandono effettivo di Confindustria, la Fiat intende far decadere l’attuale contratto dei propri 82.000 dipendenti per iniziare la stesura e, speriamo vivamente, la fase di negoziazione di un nuovo contratto che, nell’ottica dell’azienda dovrà favorire l’efficienza, la produttività ed anche il giusto compenso dei lavoratori.

Bah, le tre cose insieme mi sembrano un tantino difficili da realizzare, o meglio, le prime due vanno a braccetto, ma la terza…

Per adesso, l’unica reazione è stata quella della Fiom che ha minacciato non meglio precisate azioni legali. E gli altri che dicono? Gli altri sindacati, il Governo, dove sono?

Spero con tutto il cuore, per il bene del tessuto produttivo italiano e comunque per gli uomini che lavorano in quell’azienda che si apra una discussione chiara e netta su quelli che sono i veri obiettivi del management e su quanto si voglia tutelare i lavoratori.

Sarò pessimista, ma ho paura che la scelta di Marchionne e di Exor sia chiara. Non sarà forse il 2012 l’anno in cui Fiat sparirà dal panorama industriale italiano, ma…

… Al solito, ai posteri l’ardua sentenza.

La Weltanschauung di Sergio

Oggi è il giorno di Sergio (Marchionne) e della Fiat.

Mentre l’Italia aspetta col fiato sospeso la sentenza d’appello su quei due ragazzi che si sono fatti prendere un po’ troppo la mano, Sergio ha inviato una lettera a Confindustria dichiarando che Fiat non farà più parte di quell’organizzazione a partire dal prossimo anno.

Si tratta di una svolta epocale, da qualunque parte la si guardi, e come tale dovrebbe essere oggetto di profonda riflessione. Cosa che puntualmente non avviene nell’Italia di Silvio. A conferma di ciò, la scarna nota di Confindustria in risposta suona d’italica banalità. Cito: “Rispettiamo, ma non condividiamo […]. In termini di addetti il gruppo Fiat rappresenta lo 0,8 per cento dell’intero sistema associativo, mentre dal lato contributivo il gruppo pesa l’1 per cento dell’intero sistema (Confindustria), per una somma pari a poco meno di 5 milioni di euro […].” [Reuters]

Sia chiaro, che Fiat faccia parte o meno di Confindustria, m’interessa il giusto, ma il fatto che abbia scelto di uscirne, è la dimostrazione lampante che lo scafato Sergio vuol far da sé, che vuol tagliare i legami con la burocrazia ed il corporativismo italiani (e questo in sé non è detto sia un male, sia chiaro) e che vuol buttare dalla finestra la contrattazione collettiva nazionale (e questo è altrettanto lampante).

Veniamo al dunque. Dal 2012 i dipendenti Fiat (per lo più operai metalmeccanici) parleranno di contratto avendo come unica controparte l’azienda. Penso che questo modello, che è ben presente in buona parte del mondo, non sia di per sé negativo, per quanto ho una gran paura che, in un’Italia in cui le parti sociali non sono coese, non collaborano e spesso non hanno ben chiari quelli che dovrebbero essere i diritti dei lavoratori, possa deflagrare come un ordigno.

La mossa del manager italo-canadese mi sa tanto di divide et impera e questo non lo posso (almeno al momento) accettare. Spero di essere smentito, ma guardando la realtà delle nostre variegate RSU (e simili) aziendali, credo di aver ben poco da sperare e credo che sia il primo passettino verso la cancellazione di quei diritti dei lavoratori ottenuti lentamente a partire dal secondo dopoguerra.

In Germania un sistema di contrattazione decentrata funziona da tempo (e mi pare bene, per lo meno a giudicare dalle retribuzioni medie degli operai), se non sbaglio, ma lì – ad esempio – membri delle rappresentanze sindacali siedono con diritto di voto nei CDA aziendali.

Voglio quindi rivolgermi direttamente a te, Sergio:

1) Vedremo mai le rappresentanze dei lavoratori in posti esecutivi (che contano!) della Fiat?

2) Quando smetterai di preoccuparti di restyling aziendale e sputerai fuori qualche nuovo modello VERO (non un restyling per restare in tema) che possa invertire l’ormai triste trend di continue perdite di quote di mercato? Sembra una domanda fuori tema, ma sai meglio di me che il benessere dei dipendenti è fortemente legato ai risultati ed all’immagine dell’azienda che riesci a veicolare. O no?

Sospendo il giudizio su di te, caro Sergio, finché non mi darai queste due risposte. Per adesso la tua visione del mondo, la tua Weltanschauung appunto, non mi convince del tutto.