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Don’t give up, Europe

Alienazione, straniamento, perdita di speranza e coscienza dei propri mezzi.

Questa è la situazione di noi, giovani, nati in Italia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80.

Metteteci il terremoto, i dati sulla disoccupazione record usciti venerdì, le borse e la continua emorragia di capitali dalla periferia d’Europa, il cattivo gusto della parata del 2 giugno ed infine il papa in forma elettorale a Milano. Mescolate tutto ed otterrete una sbobba vomitevole che vi farà passare la fame.

Che c’entra tutto questo con lo stato d’animo di una generazione? C’entra, eccome se c’entra. Non c’è bisogno di andare a scomodare premi Nobel (per inciso, andate a leggervi qui le parole di una vera mente illuminata) per accorgersi che il clima “comanda” e guida l’agire umano. No, non sto parlando del clima atmosferico (per quanto ci siano svariati studi che correlano la metereologia con il comportamento umano…), ma dell’aria che si respira nel nostro paese prima ancora che nella nostra Europa.

Quella che si aprirà domani sarà l’ennesima settimana campale della crisi dell’Eurozona. Una guerra di trincea ormai che vede scontrarsi creditori e debitori, ma dove, come succede sempre nelle guerre di posizione, nessuno dei contendenti riesce a prevalere. A differenza di quanto avviene sul campo di battaglia, però, qui la questione sarebbe molto più semplice se solo si riuscisse a ragionare concretamente, in modo pragmatico. Il problema se volete è che non esiste il problema. Scusate il giro di parole, ma se vi fermate a pensare tutto apparirà più chiaro. Debitore e creditore sono due facce della stessa medaglia. Uno non può vivere senza l’altro. Il debitore non vive se non ha i soldi del creditore ed il creditore non vive se non impiega i suoi soldi.

Abbiamo già lungamente parlato di unione politica dell’Europa e non voglio tornarci sopra, ma è un fatto che un sistema in cui i titoli tedeschi (quelli del creditore) danno una rendita negativa non può andare avanti all’infinito (stessa cosa si può dire per i rendimenti stratosferici dei periferici, ovviamente). E la Germania questo lo sa, e i PIIGS questo la sanno. Lo devono sapere.

Vogliamo avere un futuro, vogliamo darlo ai nostri figli? Questo è IL problema. Il futuro non può prescindere dall’Europa unita, io credo. Non può prescindere oggi più di ieri da un vero e proprio piano Marshall per le giovani generazioni, che sarebbero pronte a spendere, a fare debito, a credere nel domani, se solo potessero avere il lavoro.

In periodi bui e tempestosi dovremmo ripartire, tutti e dico tutti, da quel motto che è stato prima motore dello sviluppo americano e poi il mantra della ricostruzione post-Fukushima giapponese, quel don’t give up che può nascere solo infondendo fiducia e speranza e dimenticandoci degli artifici contabili, dell’austerity e delle ridicole regole di bilancio imposte da quelli che oggi (e forse solo oggi…) sono i ricchi, i creditori, i “bravi”, quelli che s’innalzano a paladini dell’equità e del bon ton.

Abbiamo tutte le carte in regola per fare il grande passo. Fatica, sudore e sangue non mancheranno, ma se non manchiamo di coinvolgere i nostri giovani nella (ri)costruzione di un’Europa più vera, possiamo farcela.

E allora, forza Europa, non mollare!

Someone is lying (still)?

Dopo una settimana passata con la testa altrove, oggi trovo il tempo di leggere un po’ di giornali.

Stamattina mi cade l’occhio su questa intervista: http://www.corriere.it/economia/12_marzo_04/non-siamo-un-servizio-pubblico-le-banche-devono-guadagnare-dario-di-vico_66d690d2-65d0-11e1-be51-f4b5d3e60e3d.shtml

Per farla breve, il presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari, sconfessa buona parte della strategia impostata dal Governo sulla questione liberalizzazione dei servizi bancari. Interessante è lo sfogo con il quale egli dichiara (responsabilmente e sinceramente, io credo) che le banche non sono società di mutuo soccorso e che, anzi, devono pensare al profitto in un sistema che premia SOLO il profitto. Il punto che però mi ha particolarmente colpito, in giorni in cui si ha per la mente solo la parola “crescita”, riguarda la dichiarazione secondo cui le banche starebbero facendo ri-affluire il necessario credito alle imprese.

Poi, però, sfortunatamente, mi sono imbattutto in un articolo del Financial Times del 27 febbraio relativo alle attese antecedenti al LTRO II, che si è tenuto regolarmente questo mercoledì, e riporta un sondaggio effettuato da SocGen su di una trentina di banche europee.

Come si può notare, la maggior parte di queste banche non prende posizione e dichiara (più o meno omertosamente…) di non aver ancora deciso se aderire ed eventualmente cosa fare dei soldi messi sul piatto dalla BCE per il rilancio dell’economia continentale. Altre dichiarano che utilizzeranno questo prestito per rimettere in sesto i loro bilanci. Altre dichiarano che non aderiranno. Infine 7 banche dichiarano che useranno quel denaro per il carry trade (ovvero, prenderanno a prestito denaro a basso costo in modo da poterlo investire in asset fruttuosi – o almeno si spera che lo siano – così da ripagare le svalutazioni effettuate sui titoli di stato dei PIIGS).

Ed ecco la sorpresa! Guardate qui sotto quali sono queste sette banche. Banche che dunque dichiarano espressamente di NON reinvestire i soldi presi in prestito dalla BCE per rilanciare la crescita:

LE BANCHE ITALIANE (più una spagnola, Bankinter…)!!!!

Con buona pace dei soldi erogati all’economia reale… Una domanda allora sorge spontanea: non è qualcuno qui sta mentendo?

Io un’idea me la sono fatta. Provate ad indovinare anche voi…

Smaltimento rifiuti

La mossa di Super Mario Draghi di queste ore è quantomeno ambivalente (per quanto, per adesso, i mercati europei l’abbiano festeggiata con un certo entusiasmo). Quel che il governatore della BCE farà a partire da domani è mettere a disposizione una quantità illimitata di liquidità (a tassi attorno all’1%) con scadenza triennale per gli istituti di credito che fanno parte dell’Europa “con l’euro” (i 17, per intenderci) a fronte dell’emissione da parte degli stessi istituti, che ne facciano richiesta, di titoli di stato garantiti dallo stato come collaterale alla concessione del prestito.

In perfetto stile Super Mario, il governatore dà un colpo al cerchio ed un colpo alla botte. Analizziamo la mossa nel dettaglio.

La premessa a tutto il ragionamento sta ancora sulle spalle della Merkelona che, ancora oggi, non vuole che la BCE (ECB in inglese, come nella figura) si faccia prestatore di ultima istanza e che i paesi PIIGS (e non solo…) rimettano a posto i loro disavanzi ed i loro debiti mediante una severa disciplina fiscale. Questo può essere considerato pacifico e, perché no, sacrosanto, il problema è che la situazione pare ormai troppo deteriorata e, presumibilmente, i paesi in difficoltà senza l’appoggio di una mano davvero pesante e forte pare non possano resistere alle pressioni di un mercato così cinico e finire a gambe all’aria.

La mossa di Draghi, quindi, sta proprio nell’ambivalenza di dover dare un contentino ai tedeschi, da un lato, e dall’altro dare una mano (forte) ai PIIGS. Come? Presto detto. Draghi dice: “Io non posso cominciare a comprare a man bassa titoli di stato sul mercato perché la Germania non vuole che immetta nel sistema nuova moneta dunque utilizzo questo escamotage: faccio in modo che le banche – che devono fare da motore della ripresa – abbiano capitali (che al momento non hanno disponibili e svincolabili perché devono iscrivere a bilancio forti minusvalenze sui titoli del debito pubblico) con un prestito illimitato che fornisco io a tassi vantaggiosi concedendo loro di emettere bond garantiti prendendomi in carico questi titoli come collaterale (garanzia) del prestito di cui sopra”.

Intelligente mossa, caro Mario, ma c’è un problema. Supponiamo di dover affrontare il problema della spazzatura a Napoli. Abbiamo un surplus enorme di spazzatura, come si risolve il problema? Si può ripristinare una situazione decente solo se ci muoviamo in due direzioni, da un lato, smaltiamo l’eccedenza con discariche nuove e termovalorizzazione e dall’altra insegnamo alla gente a fare la raccolta differenziata. Ecco, al momento, Draghi si sta occupando di smaltire l’eccedenza, ma siamo sicuri che parallelamente stia insegnando ai cittadini ad attuare una sana politica di raccolta differenziata? Non è che se questi si accorgono che c’è qualcuno che smaltisce la loro sporcizia siano incentivati a fregarsene e continuare con le malsane e menefreghistiche abitudini? Ecco, provate a sostituire la parola ‘cittadino’ con la parola ‘banca’ e magari riuscirete a capire la metafora.

Badate bene, vedo di buon occhio la scelta di Super Mario, ma attenzione la moral suasion spesso non basta a cambiare le cattive pratiche economiche! Quel che dovresti fare, secondo me, caro Mario, è controllare che le banche, cui tu presti denaro, impieghino davvero sul mercato la liquidità che tu concedi loro, o meglio ancora nelle imprese e nello sviluppo. Forse non è esattamente il tuo mandato, ma tu sei un super-uomo e potresti iniziare a fare la voce grossa, in fondo, in questo periodo la fanno tutti!

Solo così, io credo, si potrà da una parte affrontare l’emergenza e dall’altra lavorare davvero ad una crescita più sicura e sostenibile.

David, what game are you playing?

Mentre sto scrivendo a Bruxelles si sta decidendo il futuro dell’Europa.

Non m’interessa la cronaca giornalistica, a quella ci pensano le testate italiane che, in molti casi, non hanno neanche colto il senso della discussione. Forse perché in Europa si parlano lingue diverse dall’italiano? No, già, esistono i traduttori, che cattivo che sono!

Lasciamo stare la polemica e guardiamo in faccia la realtà. In questi giorni, finalmente, David Cameron – primo ministro inglese per chi non lo sapesse – ha finalmente scoperto le carte, o forse dovremmo dire: ha fatto la prima mossa, visto che ha esplicitamente dichiarato di andare a giocare a scacchi in una partita in cui si trova di fronte 26 avversari.

Nella migliore tradizione della Sagra degli Impresentabili, quindi, ecco che lo storico euro-scettico primo ministro inglese scala la nostra personale classifica, e, badate bene, qui non stiamo parlando di un ministretto italian style!

Il vertice dunque parte davvero zoppo. Invece di mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i problemi tra amici o se preferite colleghi della grande azienda che si chiama Ue, ecco comparire le fazioni, come ci hanno più volte fatto vedere il duo Sarkò-Merkelona.

Possibile che ancora dopo tutto quello che abbiamo visto in questi mesi, non si riesca a capire quale sia il bene supremo? Possibile non si capisca che oggi più di ieri il destino dell’Europa sia superiore alla coltivazione degli ormai miseri orticelli di ciascuno dei 27 paesi dell’Eurozona?

Se queste sono le premesse, stanotte, al solito non decideremo niente e, al solito, le pressioni centrifughe non potranno che avere il sopravvento e non potranno che portare al dissolvimento di quel grande ed ambizioso progetto che è l’Europa e che, volenti o nolenti, è anche l’unica possibilità di sopravvivenza per ciascuno dei paesi che ne fanno parte.

A questo punto devo davvero ripensare le fondamenta sulle quali si basa il mio ottimismo europeista. C’è poco da fare, i nostri governanti europei sono ottusi. Punto. Di gente come Monti, Prodi, Ciampi, ma anche Van Rompuy e Kohl ce n’è troppo poca. In Europa domina il vecchio adagio di voltaireana memoria il faut cultiver notre jardin e se così è non stupiamoci se tra 20 o 30 anni saremo considerati poco più che quella che abbiamo definito “grande penisola ad ovest del continente asiatico”.

Per dovere di cronaca, e per aiutare ciascuno di voi che guarda i telegiornali, vi riepilogo il dispiegamento di forze in campo:

Cameron – Gran Bretagna – intende mantenere il mercato unico Ue, ma non intende entrare nell’Euro e contestualmente vuole un salvacondotto per la City da cui, ormai è chiaro, partono buona parte degli attacchi al debito sovrano dei paesi dell’Europa continentale. Sembra quindi disposto ad una modifica dei trattati Ue, ma solo se “gli interessi della corona britannica” fossero salvaguardati, in caso contrario, sarebbe pronto a far saltare il tavolo per quanto sappia, però, che è impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca… David, se hai orecchie per intendere…

Merkel – Germania – intende estendere i vincoli di bilancio alle costituzioni di tutti i paesi; solo in questo modo, secondo lei, sarebbe possibile salvare la moneta unica anche senza prevedere modifiche ai trattati oggi in essere. Il suo ragionamento si basa sull’idea che la Germania – la virtuosa – sarebbe disposta a staccare più corposi assegni al EFSF e far sì che la BCE diventasse un LOLR (lender of last resort) soltanto se tutti – i viziosi – si dimostrassero disposti a risanare i loro conti… Angela, attenta, se tu sei così virtuosa è anche perché gli altri sono così viziosi, se hai orecchie per intendere…

Sarkosy – Francia – intende spaccare l’euro. Non vede spiragli nell’attuale situazione e sa che la prossima a cadere sarà la Francia nel caso in cui non si cambiassero i rapporti di forza con vere modifiche ai trattati. In quest’ottica, i malpensanti, come me, ritengono che voglia comunque smettere di ragionare in ottica di 27 ed addirittura anche di 17. Sembra tenere il piede in due staffe col solo obiettivo di recuperare la perduta grandeur transalpina. Nicolas, attento, tu hai i piedi di argilla, se hai orecchie per intendere…

Gli altri. Escludendo chi non può parlare perché già commissariato (i PIIGS più il Belgio), al solito, si allineeranno al vincitore.

Che tristezza. Com’è accaduto più volte in almeno tre millenni di storia, più che di Europa unita dobbiamo parlare di “teatro di guerra”. Non ci resta che sperare di non diventare anche terreno di conquista.

Corsi e ricorsi…

Conoscere il passato non è assolutamente garanzia per il futuro, su questo non ci piove. È pur sempre vero però che è bene conoscerlo – e non dimenticarlo! – perché spesso quanto è avvenuto nel passato può darci interessanti chiavi di lettura per quello che può succedere nel futuro.

A tal proposito, vi propongo una lettura interessante, che potete trovare in lingua originale qui (http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931) oppure, se vi fidate, leggerne una mia traduzione (per quanto raffazzonata) di seguito:

Nella crisi del debito di oggi, la Germania rappresenta gli Stati Uniti del 1931
La storia della Germania mostra che imporre il declino economico ad altre nazioni induce ad immagazzinare problemi per il futuro

“Un paese che affronta un abisso economico e politico. Il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità, si assiste ad enormi tagli nel pubblico impiego e le tasse vengono drasticamente aumentate, l’economia crolla ed il tasso di disoccupazione esplode, la gente lotta per strada mentre le banche collassano ed il capitale internazionale abbandona il paese. È la Grecia nel 2011? No, la Germania del 1931.
Il capo del Governo non è Lucas Papademos, ma Heinrich Brüning. Il “cancelliere della fame” tagliò per decreto le spese del governo per decreto, ignorando il parlamento mentre il PIL cadeva senza freni. Due anni dopo Hitler avrebbe preso il potere, otto anni più tardi sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale. La situazione politica di oggi è ben differente, ma le analogie economiche sono spaventose.
Come nei paesi in crisi di oggi, il problema fondamentale della Germania del 1931 era rappresentato dal debito estero. Gli Stati Uniti erano il più grande creditore della Germania, i cui debiti erano denominati in dollari americani. Dalla metà degli anni ’20, il governo tedesco aveva preso in prestito all’estero – contraendo così debiti esteri – ingenti somme per far fronte al pagamento dell’oneroso debito di guerra imposto da Francia e Gran Bretagna. Quel medesimo debito estero – si ricordi – aveva finanziato i ruggenti anni ’20 della Germania, il boom economico scaturito dopo l’iperinflazione del 1923. Come Spagna, Irlanda e Grecia nei nostri anni, il risveglio della Germania degli anni ’20 era stato causato da una bolla nel credito.
La bolla puntualmente scoppiò quando i mercati finanziari degli Stati Uniti crollarono nel 1929. Investitori e banche furono colpite duramente, persero fiducia ed ridussero i loro rischi, specialmente ritirando gli investimenti in asset europei. I flussi di credito verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria si fermarono all’improvviso. Gli investitori americani, non fidandosi più, non volevano più marchi tedeschi, bensì solo dollari, moneta – ahimé – che la banca centrale tedesca, la Reichsbank, non poteva stampare. Il ritiro in massa di dollari dalla Germania – soprattutto dai depositi nelle banche tedesche – condusse rapidamente all’esaurimento delle riserve valutarie della Reichsbank.
Per poter ottenere dollari, la Germania avrebbe dovuto trasformare l’enorme deficit delle partite correnti in un surplus. Ma, come accade nei paesi in crisi oggi, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi di cambio fissi, il gold standard, e non poteva svalutare la propria moneta. Si scelse di abbandonare il gold standard ed il cancelliere Brüning ed i suoi consiglieri economici iniziarono a temere che gli effetti di una forte svalutazione della moneta avrebbero condotto ad un replay del 1923, all’iperinflazione.
Senza liquidità in dollari dall’estero, l’unico modo per il governo di ribaltare i saldi correnti era quello di tagliare costi e salari. In due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Aumentò le tasse e tagliò i salari e le spese di welfare di fronte ad una montante disoccupazione ed una crescente povertà. Il PIL scese del 8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione crebbe del 30%, e il denaro continuò a fluire fuori dal paese. Le partite correnti passarono così da un enorme deficit ad un piccolo surplus.
Il problema però era che a quel punto non c’erano più abbastanza dollari disponibili nel mondo. Nel 1930 il Congresso degli Stati Uniti aveva introdotto la tariffa protezionistica Smoot-Hawley che teneva le importazioni fuori dal paese. I paesi con debiti denominati in dollari erano così tagliati fuori dal mercato degli Stati Uniti e non potevano così ottenere i soldi necessari ad onorare i loro debiti. La situazione non migliorò neppure quando il presidente Hoover propose una moratoria di un anno per tutti i debiti esteri tedeschi. Alla moratoria si opposero sia la Francia – che pretendeva il pagamento delle riparazioni di guerra – sia il Congresso degli Stati Uniti. Quando nel dicembre del 1931 alla fine tale moratoria fu approvata ormai era troppo poco e troppo tardi.
Nell’estate del 1931, infatti, le banche tedesche avevano cominciato a cadere causando sia una stretta creditizia che la necessità di grandi pacchetti di aiuti pubblici per salvare i gruppi più grandi. Le banche dovettero essere chiuse ed il governo tedesco dichiarò il default. La moratoria di Hoover ed la politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, arrivarono troppo tardi: fallimenti e disoccupazione permisero ai nazisti di guadagnarsi terreno politico.
I paralleli con la situazione economica di oggi sono spaventosi: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire politiche di austerità feroci imposte dalla pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari al fine di ribaltare i saldi correnti da deficit a surplus, ma il tasso di disoccupazione in Grecia è al 18%, in Irlanda al 14%, in Portogallo al 12% ed in Spagna addirittura al 22%. E coloro che potrebbero aiutare non fanno abbastanza. La Germania ed i banchieri centrali tedeschi chiedono drastica austerità e danno soltanto aiuti insufficienti in cambio – troppo poco e troppo tardi, anche in questo caso.
Molto si sarebbe guadagnato dalla Germania nel 1931 se gli Stati Uniti – e anche la Francia – avessero fornito la liquidità necessaria alle banche ed al governo tedesco. Forse la radicalizzazione politica sarebbe stata evitata. Per gli Stati Uniti, poi, coincise con la svolta isolazionista. Non vollero essere coinvolti nelle disordinate questioni europee.
Oggi la Germania gioca il ruolo degli Stati Uniti. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario ai paesi in crisi: nel quadro del EFSF la Germania vorrebbe garantire solo fino a 211 miliardi di euro di prestiti per ogni paese in crisi. Non è abbastanza. Nel 2008 le garanzie messe a disposizione per il solo sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.
La Germania sia attacca ancora al proprio surplus nelle partite correnti. Queste sono, per definizione, deficit per i paesi in crisi e dunque non consentono a questi ultimi di guadagnare i soldi necessari al servizio del loro debito. Inoltre, la Germania si oppone fieramente ad iniezioni di liquidità in questi paesi da parte della BCE. Gli economisti tedeschi ed i banchieri centrali si giustificano dicendo di dover scongiurare la minaccia dell’inflazione. Ecco che si mescolano le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e la deflazione del 1931 con conseguente crisi occupazionale.
Questo errore di giudizio può facilmente ritorcersi contro: la reputazione della Germania in Europa sta scemando, sono cresciute drasticamente le tensioni politiche nei paesi in crisi con forte disoccupazione, ed anche l’eventuale rottura dell’Eurozona potrebbe minacciare l’economia tedesca, soprattutto le sue banche e l’export.
Gli Stati Uniti impararono a proprie spese cosa significasse assumersi la responsabilità della stabilità economica del mondo. La Seconda Guerra Mondiale fu una delle conseguenze della crisi (economica) degli anni ’30, crisi che probabilmente avrebbe potuto essere evitata.
Dopo aver fallito nel tentativo di stabilizzare il sistema economico del mondo nei primi anni ’30, dal 1945 gli Stati Uniti iniziarono a capire come solo la cooperazione economica possa portare ad un mondo pacifico e prospero. Con il piano Marshall e l’apertura del proprio mercato alle esportazioni europee, è stato possibile per il Vecchio Continente ricostruire la propria economia distrutta e, nel frattempo, gli esportatori statunitensi hanno potuto giovare della fame dell’Europa per beni di consumo e d’investimento.
Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti sono stati leader nel commercio internazionale e nel sistema monetario – il sistema di Bretton Woods – che ha garantito la prosperità economica e un mercato libero basato sull’equità sociale ovvero i prerequisiti per le democrazie sociali.
Sia il pubblico che i politici tedeschi dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nell’interesse di lungo periodo della Germania. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del suo potere nel dettare il declino economico delle altre nazioni (europee). L’alternativa è la stagnazione economica e l’aumento delle tensioni tra i paesi dell’area euro. Il verdetto ancora non è scritto, ma una cosa è certa: coloro che non sono disposti ad imparare dalla storia, sono destinate a ripeterla.”

Al solito… Riflettiamo gente, riflettiamo!

The Quest of two Mario

Mario & Mario. Mario al quadrato.

Mario è il nome dell’anno, c’è poco da fare. Mario è il nome che s’invoca oggi in Italia.

Da un lato, Mario Draghi, il Presidente della BCE, che viene tirato per la giacchetta perché l’istituzione da lui guidata diventi the lender of last resort d’Europa; in barba ai trattati ed in barba a molti tedeschi che sbuffano di fronte ai PIIGS.

Dall’altro, Mario Monti, che è stato appena nominato senatore a vita e che, ormai pare candidato in pectore alla guida di quel governo tecnico che si fa sempre più probabile.

Del primo abbiamo già ampiamente parlato e non pare, almeno per adesso, che intenda cominciare a stampare carta moneta come il suo omologo americano (vi ricordate di Helicopter Ben?), in ragione anche delle ultime analisi di Bankitalia e di Fitch.

Del secondo qualcosa possiamo dire. Senza dubbio è una personalità di spicco del quadro economico e politico europeo; è un tecnico, un tecnocrate, e questo depone a suo vantaggio, e pare godere di una grande fiducia da parte di Napolitano, che lo ha nominato in fretta e furia senatore a vita, quasi come se volesse far accettare a tutte le componenti del Parlamento che è lui il civile servitore della patria in questo momento così difficile.

Dopo che i mercati – specie londinesi – ci hanno per l’ennesima volta impallinato e dopo che Mr Doom ha profetizzato il taglio di capelli anche per noi, sul Ft ci si rivolge a Draghi dicendo: “it’s time to fire the silver bullet, Mr Draghi” .

Io mi rivolgo a lei, Mr Monti: “Trasformati in…

… e lanciati nel salvataggio della Principessa Italia!”