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Torride riflessioni estive

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O forse no?

Sono stati giorni difficili questi. Difficili per tre motivi. Il primo è il tempo, condizione necessaria io credo per ogni riflessione che abbia la presunzione di non essere banale.
Il secondo è il Nano. Non lo sopporto. Non lo posso più vedere e mi sono rotto di sentire parlare di lui. Quando ho visto che giovedì le televisioni davano in diretta la sentenza, mi sono sentito male. Speravo in un’allucinazione, un colpo di calore e invece no, era tutto vero.
Il terzo riguarda invece “il nulla”. Come definireste voi la politica del governo Letta oppure la novità del M5S in parlamento oppure le diatribe noiose e retrive interne al PD oppure esistenza stessa del PdL?
Io non trovo nessuna migliore definizione se non “il nulla”.
E scrivere sul nulla, sapete, a meno che non siate filosofi cresciuti in Germania nella prima metà dello scorso secolo, non è cosa semplice. A me non riesce affatto e risulta tanto più difficile in momenti come questi in cui sarebbe il caso di lasciare stare le chiacchiere e passare ai fatti.
Eccovi spiegato il motivo della mia latitanza ed eccovi spiegato perché, per una volta, non parlerò del mondo delle idee della politica romana, ma di due casi diametralmente opposti in grado di dimostrare quale sia il vero motivo per cui l’Italia sia ridotta in questo modo eppure non sia ancora fallita ed il perché non ci possiamo lamentare se stiamo in questa situazione e se la classe politica è, come ho sempre detto, specchio di un popolino ignorante, di spalla tonda e spesso disonesto come siamo noi italiani.
Il primo caso riguarda Draghi. È passato circa un anno da quel whatever it takes che ha spento ogni velleità distruttiva in coloro che intendevano sgretolare l’euro soffiando sul fuoco della crisi del debito. Da alcuni giorni è uscito un report di JP Morgan che quantifica in circa 20 miliardi di oneri sul debito risparmiati dall’Italia a seguito della discesa e successiva stabilizzazione dello spread che si deve alle parole del governatore della BCE. Vi rendete conto quanti sono? Fate un po’ il conto con quanto pesano le manovre su IVA e IMU.
Poco da dire. Nemesi delle nemesi. È grazie ai mercati se l’Italia non è fallita. Grazie a Draghi ed a fattori esogeni, dunque, di è avuto un miglioramento del clima in Europa. Draghi, l’italiano Draghi aiutato dal fiume di denaro fluito verso il Vecchio Continente da Giappone e Stati Uniti, ha dimostrato di essere forte ed in grado di passare all’azione risparmiando a noi italiani un bel po’ di grattacapi per quest’anno.
Ma quanto potrà durare?
Poco, ed eccoci al secondo caso che riguarda ancora l’Italia e gli italiani, ma è – ahimé – antipodico.
Una pizzeria, non dirò quale, sulla costa tirrenica. Ci presentiamo in 3, di sabato sera, attorno alle 20.15. La struttura si trova all’aperto ed ha una ventina di tavoli tutti vuoti eccetto uno. Chiediamo cortesemente se ha posto per 3 persone per mangiare una pizza al volo visto che avevamo pure una certa fretta. La risposta è brutale quanto inaspettata: “No… Tutto prenotato. Non possiamo fare niente”. Vi sareste aspettati almeno un po’ di cortesia ed invece del turista italiano disposto a spendere – specie sempre più rara – non frega proprio. Anzi, peggio, lo si scaccia. Gli unici beni che davvero nessuno può rubare in questo paese sono cultura e turismo eppure non c’interessa trovare soluzioni per Pompei e neppure fare uno scontrino in più, anzi, preferiamo vivere nel nostro bozzolo e lamentarci col mondo perché viviamo in questo bozzolo che non ci dà aria né speranza. Non pretendevamo di mangiare in quella pizzeria come sappiamo che il problema Pompei non si risolve in un minuto, ma la cortesia, da un lato, è buona educazione e l’impegno, dall’altro, sono i primi e più potenti motori per l’accoglienza del turista.
Come si può pensare di uscire dalle sabbie mobili di questi anni se non siamo i primi ad impegnarci, se non ci proviamo, se non riconosciamo che il cambiamento deve partire da noi, se scacciamo il business, se non impariamo dagli esempi alti come quello di Draghi e non, invece, rifuggiamo il cattivo esempio che pervade ovunque le nostre terre?
Per risolvere tanti problemi basterebbe volerlo fare, ma l’Italia è un deserto di volontà, luogo di compromesso a ribasso (la sentenza di ieri docet!) e “uovi sodi” che non vanno né in su né in giù. 

È la democrazia, bellezza!

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Potremmo strumentalizzare i risultati di questa tornata di elezioni amministrative come fanno buona parte dei commentatori, ma non credo sia il caso. I perdenti non devono fasciarsi troppo la testa, i vincenti non devono pensare che il vento sia cambiato. In entrambi i casi, sarebbe un grave errore attribuire a queste elezioni un significato che andasse al di là della mera elezione di una serie seppur importante di sindaci. L’unico dato che val la pena di analizzare è quell’anemica affluenza che dimostra un disincanto giorno per giorno crescente nei confronti di una classe politica obiettivamente avvilente.

Nonostante queste raccomandazioni, sotto il cielo della politica ne vediamo, al solito, di ogni forma e colore. Il PD riesuma Bersani, che va pure in televisione e riparte come se nulla fosse con le sue ormai trite e ritrite battute e con la litania del bisogna governare il Paese, il PdL da parte sua parla di mancato traino del Nano, ma a questo giro l’Oscar goes to Beppe Grillo. A mani basse.

Il comico di Genova comincia ad offendere gli italiani che votano (quelli che non votano lui e non credono nel suo approccio politico) e questo, ahimé, è il più grande errore che può fare un leader che intenda davvero sparigliare le carte. Il suo consenso inevitabilmente collasserà se proseguirà con la retorica dell’italiano imbecillesenonvotaipentastellati e rischia di far sfumare quanto di buono aveva fatto vedere alle politiche del febbraio scorso.

Caro Beppe, avresti potuto prendere di tacco qualsiasi obiezione riguardo al risultato di queste amministrative. In termini di numeri, tu hai ancora vinto nel confronto con quanto ottenesti alla tornata amministrativa precedente. Ahimé, alla prima vera prova, alla gogna mediatica a cui, ingiustamente dico io, ti hanno sottoposto tu hai mostrato il tuo lato peggiore, hai risposto nel peggiore dei modi prestando il fianco alle insidie della “ordinaria” democrazia rappresentativa. Svegliati! Per quanto non ti apprezzi, sei una risorsa per questo paese e sarebbe bene tu ti accorgessi che l’Italia ha certe regole, certi crismi, e certe (grosse per carità) storture. Se vuoi davvero cambiarla, devi essere disposto al compromesso ed alla mediazione.

D’altronde, questa è la democrazia reale, bellezza!

Non in mio nome

GOVERNOE quindi dopo 60 e passa giorni dalle elezioni politiche di febbraio, abbiamo un governo in questo paese.

Un governo atipico per la nostra Italia, un governo che mostra segni di discontinuità, ma altrettanto un governo difficile da mandar giù per uno come me.

In effetti, la conclusione della querelle innescata dal voto popolare che ha mostrato un’Italia spaccata non più in 2, bensì in 3 schieramenti contrapposti, non poteva forse essere che questa: un governo di coalizione, un governo policromatico che accostasse in sé almeno 2/3 dell’emiciclo parlamentare.

Prima di fare alcune obiezioni a corollario del discorso che io stesso ho fatto qui sopra, vorrei fare alcune osservazioni dato che adesso abbiamo qualcosa in più di cui parlare. Abbiamo assistito alla scelta della squadra, al primo discorso del premier Letta e alla fiducia che è stata votata a larga maggioranza, ma vediamo di scendere nel dettaglio.

Una riflessione sui nomi. Dei 21 ministri ne salvo forse la metà. Anzi, oserei azzardarmi a dire che a nomi di spessore nel proprio campo, si veda Saccomanni, corrispondono quasi a creare un delicato equilibrio di forze contrapposte, persone come la De Girolamo, che credo non sia mai entrata in un bosco oppure la Lorenzin, che dubito sappia che il ministero di cui è diventata capo costa circa il 7% del PIL.

Una riflessione sui contenuti del discorso. D’impatto posso dire che abbiamo assistito alla dimostrazione di quanto potranno essere cangianti gli umori a Palazzo Chigi e, peggio, che in politica si può dire tutto ed il contrario di tutto. Letta oggi ha in pochi minuti sconfessato uno dei cavalli di battaglia di Bersani e della maggioranza del PD facendo sua la proposta grillina riguardo all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, poi è diventato pidiellino recuperando la proposta brunettiana sull’IMU e congelando l’aumento dell’IVA, poi è tornato bersaniano parlando di lavoro e di detassazione degli oneri sui giovani, poi si è fatto montiano nel difendere l’operato dell’Italia in Europa, poi le province, poi poi, ecc. Se il buongiorno si vede dal mattino, ho l’impressione che ci sia tanta carne al fuoco, che ci siano troppi chef e che il rischio di fare un arrosto bruciato sia molto concreto.

Una riflessione per me importante riguarda i limiti del mandato. Al di là della fumosità, o meglio della “democristianità” del discorso di Letta, ho apprezzato quanto andavo dicendo anche in post precedenti, ovvero che, data l’eccezionalità del momento, si avesse bisogno di un governo eccezionale, con compiti specifici (pochi) e tempi certi. Pare che il premier questo lo abbia chiarito più dello stesso Re Giorgio e questo è apprezzabile, secondo me.

Una riflessione poi sulla legittimità di questo esecutivo. Checché ne dica Grillo questo governo è assolutamente democratico e ammesso dalla Costituzione e, come ho detto, probabilmente è il solo possibile, l’unico con i numeri e la maggioranza in Parlamento.

Eccoci però al nocciolo della questione. Il discorso che ho appena ribadito ci conduce inevitabilmente ad una questione di legittimazione, piuttosto che di legittimità. Badate bene c’è una sottile distanza nel significato di questi due termini che appaiono inevitabilmente simili. Questa è LA questione fondamentale, prima dei discorsi sul Nano, ecc. Per ottenere legittimazione, un governo come questo deve ottenere i voti del partito che ha vinto le elezioni. Tali voti devono rappresentare quegli elettori che hanno sostenuto quel partito. Siamo in una democrazia rappresentativa in cui l’elettore delega un rappresentante che, pur agendo con la sua testa a differenza di quanto vorrebbe Grillo, “dovrebbe” rappresentare il proprio bacino di elettori. Cosa succede ahimé se la maggior parte degli elettori sono contrari a quanto gli eletti esprimono con il voto in Parlamento? Succede che un governo, che ripeto legittimo secondo i dettami costituzionali non ottenga la necessaria legittimazione popolare in quanto non corrispondente a quanto la maggioranza degli elettori avesse inteso esprimere nel voto popolare che ha permesso di eleggere certi rappresentanti e non piuttosto altri.

Esiste dunque un problema, un grosso problema, soprattutto nel PD, dove la componente maggioritaria, quella che tira avanti la baracca e, cosa non da poco, quella che tiene i soldi veri che fanno (e forse faranno) funzionare questo partito, è stata, de facto, defraudata e zittita e che dunque (in silenzio) grida vendetta.

A dirla tutta, esisterebbero altri ennemila motivi per dire che questo governo ha gran belle magagne e bizzose gatte da pelare, ma è un fatto, per ora, che io dico che questo non è il mio governo, che non mi rappresenta e che dunque io dico: “Non in mio nome!”

In bocca al lupo comunque a te, Letta, e alla tua squadra. Buon lavoro. Una tua vittoria sarebbe una vittoria per tutti e se tu e la tua squadra doveste rivelarvi in grado di traghettare questa bagnarola sgangherata nella perigliosa tempesta che ci troviamo ad affrontare sarò pronto a riconoscere di essermi sbagliato e, forse, ci troveremo finalmente di fronte ai cancelli di in una Terza Repubblica.

E ora?

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L’esploratore Bersani torna al Colle senza aver trovato la gallina dalle uova d’oro.

Riparte Napolitano, ma il sentiero è stretto, molto, forse oggettivamente troppo.

Il giudizio sul lavoro di questi giorni di Bersani è ambivalente, al solito. Se da un lato è stato apprezzabile lo sforzo di non accettare le pregiudiziali del Nano, dall’altro è stato un colpevole errore non provare ad accordarsi con i grillini intorno ad alcuni punti di scopo come la rinuncia ai rimborsi elettorali e la strutturazione di una nuova legge elettorale. Checché ne dica il signor Grillo non credo che i suoi, o almeno parte di essi, non sarebbero stati disponibili a concedere una fiducia seppur condizionata a Bersani se questi avesse accettato alcune precondizioni.

E adesso che succede? Il Nano, dopo l’incontro col Presidente della Repubblica, ha dato il più classico dei baci della morte a Bersani che, a questo punto, se dovesse accettare un appoggio da parte del PdL dovrebbe senza colpo ferire calarsi i pantaloni in vista della battaglia per l’elezione dell’inquilino del Quirinale.

Grillo chiederà per sé l’incarico, ma è altrettanto scontato che Napolitano lo rimandi a casa di corsa. Nonostante i tanti proclami del piazzista genovese.

Poi toccherà a Monti salire al Colle. Sì, Monti. La delusione Monti. L’uomo che ha avuto la chance irripetibile per cambiare qualcosa in questo paese, ma che si è avviluppato nel più trito politichese e che ormai è un triste ricordo di un’Italia che non c’è più, o meglio, che forse non c’è mai stata.

Infine ritoccherà al PD. In quest’ultimo incontro, io credo, ci possano essere le residue speranze di non tornare di corsa al voto. Speranze riposte nella possibilità di trovare e proporre un outsider in grado di far saltare il banco. Speranze che però hanno scarsissime probabilità di successo.

Che fine faremo, quindi, resta un gran mistero. Indovinare la direzione in cui andremo da qui alla fine delle brevissime vacanze pasquali è più o meno come lanciare una moneta. Di una cosa però possiamo essere certi: è passato più di un mese dalle elezioni e non abbiamo ancora cavato un ragno dal buco. La domanda che mi pongo dunque è se non sarebbe stato meglio rivotare a stretto giro. E non mi si dica che non è possibile, la Grecia in piena crisi lo scorso anno ha votato due volte, rispettivamente il 6 maggio ed il 17 giugno. Se in Italia non riusciamo a farlo, con buona pace di destra e sinistra, è solo perché i partiti tradizionali avevano (ed hanno) una paura matta di essere risucchiati nel turbine della protesta e cercano in tutti i modi di prendere tempo per trovare una soluzione per (auto)conservarsi.

Non possiamo aver paura di Grillo e soprattutto gli italiani non possono permettersi di perdere altro tempo.  

Caro re Giorgio, pensaci.

A che punto siamo?

499180_634947836798559345_vignetta_638x408Stallo. Stallo più totale.

A meno di 12 ore dalla riapertura delle Camere, il risiko politico italiano è tutt’altro che finito e la situazione si fa di giorno in giorno più preoccupante.

Il PD mostra segni di sbandamento. Dopo il gancio ricevuto alle elezioni, il partito accusa il colpo, il leader è in netta difficoltà e, manco a dirlo, chi avrebbe potuto essere leader con le primarie, aspetta il proprio turno. Comportamento non chiaro quello di Renzi, che ad oggi sembra auspicare l’affondamento della nave PD e del suo comandante così da poter tornare alla ribalta come salvatore della patria. In tempi non sospetti ho espresso il mio appoggio per Renzi, non ritenendo Bersani adatto ad essere candidato premier in questa fase politica, ma il comportamento del sindaco di Firenze in questi giorni non è affatto condivisibile. Si rischia di distruggere una volta per sempre quel che resta dell’unico partito di stampo socialdemocratico del nostro paese e questa non è una prospettiva da prendere in considerazione.

Grillo, Berlusconi (ed il “pissero” PdL) d’altra parte sono un pericolo per questo paese, secondo me.

Grillo. Che vuoi fare, Grillo? La strategia del M5S pare essere quella di tornare alle urne il più presto possibile. È impensabile però pensare che si possa stare senza governo. L’italiano medio ha bisogno di un pastore che lo prenda a bastonate per darsi da fare. Se i senatori M5S non voteranno la fiducia a Bersani, magari uscendo dall’aula, la possibilità di avere un governo passerà per le mani dei pidiellini, i quali, se dovessero restare in aula e votassero no, garantirebbero comunque il numero legale per la fiducia ad un esecutivo Bersani. Signori, è inutile nasconderselo, il PdL rimarrà in aula solo se avrà sul piatto qualcosa di sostanzioso (per salvare il Nano dalla galera, magari… vista la confessione di Di Gregorio…) e quindi, se il PD accetterà, saremo alle solite, non riuscendo a fare quel passo verso la normalità di cui tutti abbiamo bisogno.

Grillo. Questo è quello che non capisco (oltre ad un 50% del tuo programma, ma questo è un altro par di maniche). Possibile che tu voglia rischiare davvero il baratro per questo paese? Già non è detto che ci salveremmo facendo un governo domani, come si può pensare di tirare a campare per almeno altri 6 mesi (visto che non saremmo comunque in grado di votare prima dell’autunno) quando siamo già circondati dagli squali? Come si può pensare di tenere ancora in vita il Nano dopo che i suoi hanno marciato fino alla scalinata di un palazzo di giustizia? Come si può seriamente credere di prendere più dei voti che hai preso lo scorso mese se andassimo a votare in autunno?

Sono seriamente preoccupato. Vediamo intanto cosa accadrà domani. Ormai viviamo alla giornata, as usual.

Così è, se vi pare

551318_423888971032213_1064517879_nEccoci. Archiviate le elezioni, è tempo di ragionare.

Facile e controproducente sarebbe in questo momento sparare a zero contro la dirigenza del PD, rea di una campagna elettorale deludente, ma a me non interessa in questo momento, al centro del palco c’è altro. La storia non si fa con i “se” e la recriminazione per l’assenza di Renzi in prima linea deve esaurirsi dopo le prime più istintive e poco ragionate riflessioni.

Nessuno, neppure Grillo ne sono sicuro, avrebbe immaginato un risultato tanto largo per il Movimento 5 Stelle. Questo è a centro palco.

Tornando alle categorie di cui parlavo alla vigilia delle elezioni, la vittoria del Centro Sinistra è una “vittoria mutilata” in quanto il vincitore vero è il voto di protesta, il voto contro l’establishment, il voto a Beppe Grillo. Neppure il Nano nel ’94 era riuscito a raccogliere 8.8 milioni di voti alla prima tornata di elezioni politiche. E i numeri assoluti sono numeri veri e fanno impressione, al di là delle percentuali, che spesso appaiono fuorvianti.

Se facciamo due conti, la distanza tra Centro Sinistra, Centro Destra e Movimento 5 Stelle è decisamente labile e non si può non attribuire la vittoria a quest’ultimo, cioè ad un movimento che non aveva vocazione maggioritaria prima di queste elezioni. I numeri di PdL e PD, al contrario, sono quelli di una débacle senza appello. Ciascuna compagine ha ottenuto 1 voto su 5 aventi diritto (più o meno) e questo fa sì che, globalmente, solo 2 elettori su 5 abbiano scelto uno di questi partiti quindi, checché se ne dica, ciascuno di essi esce da queste elezioni con le ossa rotte.

Silvio ha poco da stare allegro. Per quanto sia galvanizzato dall’essere uscito dall’angolo in cui tutti pensavamo di averlo messo, ha perso 1 dei 2 voti presi alle scorse elezioni politiche e ciò significa che promettere la luna ormai non basta a convincere il volgo.

Chi sta peggio, neanche a dirlo, è però il PD, partito al cui interno immagino si apriranno faide inenarrabili. Bersani e l’attuale classe dirigente ha fallito. Puntare, come peraltro fatto negli ultimi sessant’anni prima con il PCI, poi con il PDS, poi con i DS, ecc… sul voto della militanza è inutile e controproducente. Queste persone non devono essere convinte. Queste persone avrebbero votato Renzi così come domenica scorsa hanno votato Bersani (avrebbero votato, per la cronaca, anche per Vendola o Tabacci o la Puppato, se uno di essi avesse vinto le primarie). Se però il maggior partito di Centro Sinistra che, come ho più volte detto, dovrebbe ergersi a paladino dello stato sociale e dei più deboli, non riesce ad acchiappare un voto al di fuori della ristretta cerchia di militanti e simpatizzanti tanto più in momenti di crisi sociale nera deve cominciare una profonda riflessione che deve sfociare in una nuova struttura, un nuovo statuto, un nuovo segretario, un nuovo modo di approcciarsi alla cittadinanza.

Chi però patirà sopra ogni altro questo voto, almeno nel breve/medio periodo, sono gli italiani. Quegli stessi italiani che hanno scelto la protesta, il rifiuto di una certa classe politica e che si ritrovano oggi nel mezzo di un guado molto pericoloso avendo scelto di mettere in discussione le pur discutibili linee guida europee. Per carità, sul lungo periodo, un progetto programmatico di stampo grillino è molto interessante, ma proprio quel Keynes che tanti ora invocano con troppa faciloneria diceva: “In the long run we are all dead”.

Per il bene comune, purtroppo, dobbiamo (ri)mettere la contingenza al primo posto. Potreste obiettare che non è giusto ragionare sempre in emergenza e non guardare al domani, ma come si fa a farlo se da quest’emergenza non vogliamo uscirne? Speriamo intanto di riuscire a formare un governo, di riuscire rapidamente a trovare un sostituto a Re Giorgio e di cambiare la legge elettorale, che sia proporzionale stretta a doppio turno o maggioritaria va bene uguale, ma basta con il Porcellum (che per la verità a questo giro ha consentito al PD di vincere…).

Pensateci.

Vademecum per l’elettore

quijote_sauraCi siamo. Alla fine ce l’abbiamo fatta ad arrivare alle urne. Finalmente mettiamo fine a questa vacatio che oggettivamente cominciava ad essere un po’ lunga. Come andrà a finire è  piuttosto chiaro, secondo me. Al solito il vincitore si troverà a dover scendere a patti con qualcuno per governare visto che in Senato è improbabile che riesca ad ottenere una qualsiasi maggioranza.

Chi sarà il vincitore l’ho già detto. Non sto a riperterlo perché almeno oggi (e domani mattina) vorrei provare ad essere scaramantico. Vorrei offrire invece una guida al voto per gli indecisi. Sì, lo so, siamo in silenzio elettorale, ma la rete è magica in questi casi e poi io mica dico per chi votare…

Chiunque si rechi alle urne, credo dovrebbe fare almeno tre riflessioni per poter votare con coscienza. Una prima (e dirimente) riguarda il metodo, una seconda (pragmatica) riguarda il “voto utile” e solo la terza riguarda le proprie convinzioni intorno al futuro della nostra società.

La prima è fondamentale. Votare un qualsiasi schieramento “ordinario” oppure votare Grillo. Escludo per semplicità tutte quelle sigle ridicole che puntualmente ricompaiono sulla scheda ogni qual volta si avvicina una scadenza elettorale per poi scomparire il giorno successivo alla conta dei voti. Credo sia fondamentale rispetto a guardare i contenuti di una proposta di governo scegliere il metodo, il modo con cui un qualsiasi programma verrà attuato. Votare Grillo significa votare un modello decisionale anti-establishment, votare qualsiasi altro partito (sì, pure il PdL…) significa dare un voto a favore dell’establishment. Questa è la madre di tutte le domande. Questa è la domanda che pochi hanno colto, ma che ciascun italiano dovrebbe porsi. Se votare Grillo, e sottolineo indipendentemente dal suo programma, ed andare contro il modello di gestione della cosa pubblica che oggi è quello dell’Italia e dell’Europa oppure votare uno dei partiti “tradizionali” provando così a risolvere le cose che non vanno “dall’interno”.

La seconda domanda che, ovviamente, ha senso solo se non abbiamo scelto Grillo, riguarda l’utilità del nostro voto. Si badi bene, se questo paese vuol evolversi deve superare la frammentazione dell’arco parlamentare (favorita da questa ridicola legge elettorale) e tornare verso un modello di stampo maggioritario. Due/tre grandi schieramenti ed il resto devono essere noccioline. Per questo motivo, votare Ingroia o Storace o Fermare il Declino o il partito marxista-leninista significa buttare via il proprio voto.

Infine la terza domanda. E qui si viene ai contenuti. Vi stupirete, ma la cosa è più semplice di quanto crediate. Volete uno stato che si occupi di voi o ne preferite uno che riconosca più spazio alla libera iniziativa, nel bene e nel male. Per voi è più importante avere una rete di protezione sociale, un welfare, costoso, macchinoso, ma garantito a tutti oppure pensate che lo stato debba farsi pian piano da parte e che ciascuno di noi, in base alle proprie esigenze e possibilità, debba provvedere a garantirsi il futuro, la salute e la vecchiaia?

Bene, se propendete per la prima ipotesi, votate Bersani ed il PD. Se per la seconda votate Monti. Il PdL finché il Nano sarà vivo non è oggettivamente votabile.

Buon voto a tutti.