Archivio mensile:marzo 2012

L’eterno ritorno

Una settimana senza scrivere e ri-eccoci.

L’eterno ritorno dell’uguale. L’Italia non ha e non avrà mai la possibilità di uscire dal pantano in cui sta sprofondando se, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, dobbiamo sempre assistere ai medesimi teatrini. Per una settimana non riesco a scrivere e quando trovo un po’ di tempo gli argomenti di cui parlare son sempre gli stessi. Un governo che si affloscia, una classe politica che si preoccupa solo della propria sopravvivenza, un’economia che stagna e che porta con sé un progressivo aumento della tensione sociale in un contesto in cui solo i più forti sopravvivono.

Un mio buon amico mi ha fatto notare che il Monti degli ultimi tempi, pur ricevendo le lodi del WSJ che lo paragona alla Iron Lady, ha rinnovato la deprecabile prassi del “sono stato frainteso” il cui copyright appartiene di diritto al vecchio Silvio. Il ministro Fornero (come ama farsi chiamare!), e con lei tutta la pletora delle parti sociali, stanno a “baloccarsi” e battibeccarsi con le questioni attinenti l’Art. 18 continuando imperterriti a cercare di togliersi la pagliuzza dagli occhi senza accorgersi (apparentemente, o piuttosto volutamente) di essere ormai ciechi.

Intanto, intanto, escono le statistiche sulle dichiarazioni dei redditi 2010 e cadiamo tutti dal pero… Toh, guarda, in Italia siamo poveri, ma soprattutto l’evasione esiste, ed è un problema. Ma no, che novità! Eppure c’è chi ancora dice che i dati vanno interpretati e che non rispecchiano la vera distribuzione della ricchezza e che… E che Gesù è morto dal sonno…

Poi c’è la politica. Toh, forse si svolta. C’è un primo accordo sulla riforma della legge elettorale. Ebbene, invece di guardare avanti, ci mettiamo nelle condizioni di buttare a mare tutto quanto visto finora. Bene, direte voi, peggio del Porcellum non si può fare. Peccato che la bozza di riforma sia strumentale a ricreare un clima da Pentapartito in puro stile Prima Repubblica. Tanto vale, dunque, che andiamo a riesumare Craxi e lo riportiamo a Roma.

Ah già, poi ci sono i costi della politica. Giusto oggi si parlava di cancelleria. Ogni nostro deputato e senatore riceve un litro di colla liquida l’anno. Per fare cosa? Un’idea me la sono fatta sinceramente. Credo che serva loro per appiccicarsi alle poltrone, ma non ditelo in giro! Altrimenti se ancora ci dovesse essere qualcuno che ancora non ha capito perché riceve quel flacone, comincerà ad usarlo!

E poi? E poi c’è l’inflazione che da noi, in proiezione annuale, arriverà al 4,4% (la media europea è al 2,7%, ed in Europa, vi ricordo, ci sono anche Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda), eppure ad ottobre porteremo l’IVA al 23% e contestualmente stiamo rinnovando e rinnoveremo decine di contratti collettivi di lavoro scaduti senza concedere il benché minimo aumento a quei lavoratori dipendenti che sono gli unici che pagano TUTTE le tasse sul reddito perché non possono fare diversamente, e che sono i primi a soffrire dell’impennata dei prezzi.

E la crescita? No, quella dimentichiamocela. Il buon Ministro dello Sviluppo Economico, Passera, ha detto che non arriverà prima del 2013. Peccato si sia dimenticato di dire che a dicembre finirà il mondo!

Un buon fine settimana per tutti voi! E che Pangloss sia con voi… Io l’ho mandato a quel paese da tempo, magari voi riuscirete a farvelo amico!

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Siamo più italiani di quanto credessimo?

… L’italiano medio crede nell’Italia?

Mi prenderete per folle eppure i dati pubblicati in questi giorni da Adusbef e basati su rilevazioni di Banca d’Italia fanno quantomeno riflettere.

Stiamo parlando dei volumi e dell’andamento dei rendimenti dei titoli di stato italiani, ma soprattutto stiamo parlando di quegli italiani che comprano e scommettono sull'”Azienda Italia”. Quel che emerge con chiarezza dagli ultimi 8 mesi di rilevazioni è che l’italiano medio ha avuto meno paura dello straniero medio ed ha fatto man bassa di titoli di stato comprandone molti di più di quanti in effetti siano stati venduti dai creditori esteri.

A fronte di un rendimento a tratti veramente preoccupante, si vedano in particolare le medie di novembre e dicembre, a differenza di quanto avremmo potuto pensare e di quanto ci propinassero i giornali, gli investitori privati italiani hanno tirato fuori il coraggio e l’orgoglio e hanno fatto incetta di titoli di debito statali.


Per la prima volta da molti anni a questa parte, oltre il 50% del debito in titoli di stato sul mercato (debito che ammonta a circa 1.600 mld/€) è in mano ad investitori italiani. Se si considera che fino ad un anno fa gli investitori esteri controllavano il 52% del nostro debito, non si può non definire un successo quanto sta avvenendo in questi ultimi mesi.

Insomma, siamo i primi azionisti di noi stessi!

Ora, ci sonodue facce di una medaglia, è bene ricordarlo. La faccia negativa è che se gli stranieri negli ultimi 6 mesi si sono liberati di oltre 57 miliardi di titoli italiani è un segno di forte sfiducia nel nostro Paese. Non siamo considerati affidabili e per questo molti stranieri hanno preferito dirottare i loro risparmi verso lidi più sicuri. Questo è forse l’ostacolo più difficile da superare: riconquistare la fiducia nei nostri confronti. Ben vengano dunque i viaggi all’estero del nostro Presidente del Consiglio!

La faccia positiva, invece, riguarda l’orgoglio nazionale; è un fatto, ed i numeri ne danno prova, che a fronte di una forte difficoltà gli italiani che hanno potuto permetterselo, si sono impegnati in difesa dell’Italia stessa. Per carità, rendimenti come quelli che si sono visti nell’ultima parte del 2011 facevano obiettivamente gola, tanto più se riconosciuti da uno degli 8 o 9 paesi più industrializzati al mondo, ma è innegabile che gli italiani, oltre che popolo di risparmiatori, si sono dimostrati “popolo di italiani” ed hanno “comprato italiano”. Non si tratta di un semplice giro di parole o di una captatio benevolentiae nei confronti dei miei concittadini, sia ben chiaro.

Perdonatemi anche se ho scritto troppe volte la parola ‘italiano’, ma un minimo di spirito nazionale e patriottico quando ci dimostriamo più uniti di quanto non appare nei media mi rende sinceramente orgoglioso… Sì… Orgoglioso di essere italiano!

In riferimento a qualche post fa… Impariamo dai giapponesi! Siamo sulla buona strada!

Lavoro lavoro lavoro

Fior di politici si riempiono la bocca di parole vuote.
Fior di economisti forniscono ricette.
Fior di sindacalisti si battono…
Nonostante tutto un gran numero di noi non lavora.
Il lavoro checché se ne dica è IL vero problema che emerge da questa infinita crisi nell’EZ ed in particolare nei paesi periferici di essa, quali la nostra Italia e gli altri PIGS.

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La crisi finanziaria, o meglio l’ossessione per il debito, il disavanzo e lo spread, ci ha forzato a fraintendere il vero problema. Chiuso, almeno per ora, il buco nero greco, e ristabilita una distanza un po’ più fair tra il rendimento dei nostri titoli di stato ed il riferimento tedesco, dovremmo concentrarci SOLO su come rilanciare un paese ed un continente che ormai produce molto meno di quello che importa e che mantiene privilegi salariali in alcune categorie e fasce di età che ormai non sono più compatibili con l’attuale economia reale, economia con cui ciascuno di noi si confronta ogni giorno. Mi riferisco da un lato al fabbisogno dello stato, con particolare attenzione al monte salariale dei dirigenti e dei tanti troppi eletti della nostra vetusta res publica e dall’altro all’ormai incolmabile gap che è venuto a crearsi tra i nuovi ingressi nel mondo del lavoro e coloro che ormai sono prossimi alla pensione.
Al di là del sacrosanto tentativo di rinnovare il mercato del lavoro italiano secondo formule più concrete e moderne, sono questi secondo me i veri problemi, e, contestualmente, le vere sacche di resistenza che impediscono a questo stato di fare quel salto di qualità che potrebbe renderci davvero competitivi in Europa e nel mondo.
Con buona pace delle parti sociali e dei nostri policy makers il rilancio del mondo del lavoro, come di molti altri ambiti della nostra vita sociale e politica, non può che partire dalla constatazione di uno stato di fatto che deve indurci a prendere decisioni non semplici, ma necessarie. Lo stato di fatto è tanto crudo quanto semplice: QUESTO modello di sviluppo ci porterà inevitabilmente al declino. Il tessuto produttivo italiano di questo passo non sopravviverà. La soluzione, attenzione, è sicuramente la crescita, ma questa da sola non basterà se non scendiamo a compromessi e non pensiamo ad una sana redistribuzione dei redditi.
La revisione dell’articolo 18, importante e da rivedere per carità, non è che un falso problema se guardiamo alla situazione vera del nostro paese. Un falso problema sia dal punto di vista sindacale che da quello imprenditoriale perché ormai è cosa nota che la stragrande maggioranza dei licenziamenti in Italia non è regolata da tale articolo in quanto hanno a che fare con motivazioni esclusivamente economiche. I problemi veri sono disoccupazione giovanile e produttività di coloro che già sono inseriti nel sistema e tali problemi sono inevitabilmente correlati: in Italia non si assume perché si produce poco, male e ad un costo orario incredibilmente alto.
Se tutti dobbiamo essere disposti a sacrifici, dobbiamo pensare che coloro che non sono produttivi, se non possono essere tagliati, devono subire almeno un taglio di stipendio che permetta di liberare risorse per far entrare nuove e più motivate figure nel mondo del lavoro, quei giovani che oggi sono a casa senza alcuna speranza per il futuro.
In Italia, checché se ne dica, esiste un problema generazionale, c’è uno scontro tra giovani e anziani, anzi, peggio, è in atto uno scontro tra gli under 35 e gli over 50, i primi ormai demotivati e senza speranza, i secondi che hanno avuto una retribuzione negli anni superiore alla loro reale capacità produttiva, in altri termini, hanno vissuto oltre le loro possibilità e, guarda caso, hanno permesso ai loro figli, quelli che ora “non sanno dove battere la testa”, di vivere sopra le righe e di preoccuparsi poco per il proprio futuro convinti che, in un modo o nell’altro, avrebbero potuto trovare un lavoro buono e ben pagato, indipendentemente dagli studi e dall’impegno profuso.
Insomma, cari genitori, dovete lasciare spazio ai figli. Questo non significa che dobbiate essere rottamati (anche perché per tutti l’età pensionabile è ormai un miraggio), quanto piuttosto che rinunciate ad una fetta del vostro stipendio, se volete davvero che noi, i vostri figli, non restiamo “bamboccioni” per sempre e possiamo permettere ai nostri figli di avere tutto quanto di bello avete dato a noi!

P.S. Un ringraziamento speciale all’autore della vignetta…. Grazie Ale! zeepoo.blogspot.com

Grecia. Default.

Per la quinta volta in 200 anni la Grecia è andata in default.

La International, Swaps & Derivative association (Isda) guidata da Dallara, ha dato il via libera alla liquidazione dei cds, a seguito delle clausole di applicazione collettiva (CAC) che hanno “imposto” la ristrutturazione del debito per i creditori privati recalcitranti.

Dunque, non avendo assistito ad una (completa) ristrutturazione volontaria, si assiste ad una ristrutturazione forzosa, un vero e proprio default, per quanto ordinato.

Insomma, dopo aver versato fiumi d’inchiostro ed averne sentite di cotte e di crude, volenti o nolenti, siamo arrivati alla constatazione di uno stato di fatto: la Grecia non era e non è in grado di onorare tutti i suoi debiti per cui, comunque la giriamo, è fallita.

Le colpe sono senza dubbio molte. Ovvio, il peccato originale è dei vari governi greci e di un sistema paese ormai sull’orlo del baratro, ma dovremmo alzare lo sguardo e renderci conto che una buona dose di responsabilità dovrebbe essere ascritta ai politici e tecnici europei che, prima, non sono stati in grado di accorgersi che i conti dei greci non erano a posto al momento dell’ingresso nell’Euro e, dopo, non sono stati in grado di gestire in tempi ragionevoli una ristrutturazione che ormai era inevitabile. Ciò ha fatto sì che il problema greco, un problemuccio di una delle tante periferie d’Europa, diventasse il problema dell’EZ e trascinasse con sé quei paesi che avevano una mole corposa di debito resa instabile da un tasso di crescita stentato.

Personalmente, e non me ne vogliano coloro che hanno perso bei soldi in obbligazioni greche, prendo con sollievo la notizia. Almeno adesso abbiamo dimostrato al mondo che in Europa qualcosa si decide, nel bene e nel male. Pur ribadendo le mie perplessità sulle modalità con cui siamo giunti a questa decisione, pur non sentendomi – da semplice investitore privato – rappresentato da questo Isda, pur ribadendo che siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di una debolezza politica ormai cronica, sono contento che ci siamo tolti questo dente.

Ora attenzione! Gli squali annusano il sangue del Portogallo… Vediamo di non cucinare un altro haggis in salsa british! Chi ha orecchi per intendere…  

Someone is lying (still)?

Dopo una settimana passata con la testa altrove, oggi trovo il tempo di leggere un po’ di giornali.

Stamattina mi cade l’occhio su questa intervista: http://www.corriere.it/economia/12_marzo_04/non-siamo-un-servizio-pubblico-le-banche-devono-guadagnare-dario-di-vico_66d690d2-65d0-11e1-be51-f4b5d3e60e3d.shtml

Per farla breve, il presidente dell’ABI, Giuseppe Mussari, sconfessa buona parte della strategia impostata dal Governo sulla questione liberalizzazione dei servizi bancari. Interessante è lo sfogo con il quale egli dichiara (responsabilmente e sinceramente, io credo) che le banche non sono società di mutuo soccorso e che, anzi, devono pensare al profitto in un sistema che premia SOLO il profitto. Il punto che però mi ha particolarmente colpito, in giorni in cui si ha per la mente solo la parola “crescita”, riguarda la dichiarazione secondo cui le banche starebbero facendo ri-affluire il necessario credito alle imprese.

Poi, però, sfortunatamente, mi sono imbattutto in un articolo del Financial Times del 27 febbraio relativo alle attese antecedenti al LTRO II, che si è tenuto regolarmente questo mercoledì, e riporta un sondaggio effettuato da SocGen su di una trentina di banche europee.

Come si può notare, la maggior parte di queste banche non prende posizione e dichiara (più o meno omertosamente…) di non aver ancora deciso se aderire ed eventualmente cosa fare dei soldi messi sul piatto dalla BCE per il rilancio dell’economia continentale. Altre dichiarano che utilizzeranno questo prestito per rimettere in sesto i loro bilanci. Altre dichiarano che non aderiranno. Infine 7 banche dichiarano che useranno quel denaro per il carry trade (ovvero, prenderanno a prestito denaro a basso costo in modo da poterlo investire in asset fruttuosi – o almeno si spera che lo siano – così da ripagare le svalutazioni effettuate sui titoli di stato dei PIIGS).

Ed ecco la sorpresa! Guardate qui sotto quali sono queste sette banche. Banche che dunque dichiarano espressamente di NON reinvestire i soldi presi in prestito dalla BCE per rilanciare la crescita:

LE BANCHE ITALIANE (più una spagnola, Bankinter…)!!!!

Con buona pace dei soldi erogati all’economia reale… Una domanda allora sorge spontanea: non è qualcuno qui sta mentendo?

Io un’idea me la sono fatta. Provate ad indovinare anche voi…