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Il silenzio assordante del PD

 

Dov’è il mio partito?

O meglio, dov’è il partito che ho sempre votato?

Domanda legittima, non credete?

Sono preoccupato, molto preoccupato. Ho l’impressione che lo stato di salute di quello che oggi è il primo partito d’Italia sia molto peggiore di quanto crediamo e ciò, per gli iscritti, i simpatizzanti e l’Italia intera, non è affatto un bene, qualunque sia il credo politico al quale ciascuno di voi si rifà.

Ho l’impressione che la querelle riguardo alle primarie e la evidente pochezza degli amministratori e politici attualmente eletti (dai parlamentari giù fino ai consiglieri comunali), fatti di una pasta molto simile ai soliti Lusi, Penati, Formigoni, Lombardo, Er Batman & co., stiano mettendo in seria difficoltà ogni velleità del PD di divenire una volta per tutte partito di governo e punto di riferimento del dibattito politico italiano, nonché forza progressista in grado di dare una speranza ad un paese dilaniato dal lassismo e dalla corruttela.

Ecco, da un lato le primarie. Solo il PD credo possa farsi male con le sue stesse mani e per giunta utilizzando uno strumento che per definizione ha connotati del tutto positivi, le primarie per l’appunto. Lo scontro a distanza tra Bersani e Renzi, con una masnada di piccoli che cercano di raccogliere le briciole, è il tratto distintivo di un partito nato zoppo qualche anno fa e che non è mai stato curato come si doveva per tutto questo tempo. Reiterare ancora oggi questioni di forma su “regole” (Bersani), che peraltro già ci sono, ed una campagna elettorale fatta di slogan e spot che guarda solo fuori dal PD (Renzi) sono il modo peggiore per “fare pubblicità” al partito.

La questione dirimente però credo sia un’altra. Indipendentemente dal fatto che domani il candidato primo ministro possa essere Bersani, Renzi, o chi per loro, il problema più grave è che il PD oggi non si distingue dagli altri e non ha un’idea chiara su dove andare e sulle alleanze da costruire. Voglio essere magnanimo e concedo il beneficio del dubbio all’attuale segretario Bersani, ma per quanto possa avere un’idea chiara sul da farsi, il buon Pier Luigi non riesce a parlare ai cittadini da una parte e non riesce ad imporsi con gli alleati (o presunti tali) dall’altra. E questi sono i fatti.

Se il segretario ed il suo entourage hanno un’idea quantomeno abbozzata di governo devono farsi sentire. Il momento è questo. Parliamoci chiaro, il programma di governo da qui ai prossimi 5 anni in Italia è già scritto per buona parte. Se sei un partito di centro-sinistra c’inserirai un pizzico di equità e di welfare, se sei un partito di centro-destra spingerai un po’ più verso il liberalismo. Punto. Non ci sono molte scelte da fare. Il fatto poi che il partito democratico non riesca a veicolare alcun tipo di messaggio progressista tramite i suoi politici, vuol dire che probabilmente i suoi “eletti” non sono poi così adatti a fare i politici. D’altro canto, il fatto che micro-partiti quali SEL, IdV, ecc. mettano costantemente in scacco la mancanza di decisionismo strategico del PD pare essere la prova che il maggior partito della sinistra soffre qualcosa di simile allo “spauracchio Nader” per i Democratici americani.

Il caso Polverini – ahimé – è un’altra prova di un partito dai piedi d’argilla. Nel Lazio non è solo il PdL che ha ottenuto “favori”. Dov’erano i consiglieri del PD? Che facevano? Ed è possibile che il segretario nazionale non avesse saputo nulla?

Se nessuno si è accorto di niente, vuol dire che nessuno di essi è “adatto” al ruolo che svolge, se invece “hanno mangiato alla stessa tavola” (molto più probabile), e dunque sono conniventi, non dovevano dimettersi con una settimana di ritardo bensì assumersi le responsabilità del caso e auto-denunciarsi. Sì, ok, mi rendo conto di aver detto una castroneria: chi mai si auto-denuncia in Italia? E contestualmente quale segretario mai s’impone in Italia (eccetto Berlusconi, s’intende)?

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Riflessioni di un progressista sconsolato 2

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Un’altra settimana si è appena conclusa. Un’altra settimana di declino per la politica italiana, in particolare per i due maggiori partiti, PdL e PD.
Prima di analizzare i casi specifici, credo sia doveroso chiederci perché i partiti che rappresentano da soli 2/3 dell’establishment politico italiano attraversino una fase di così profonda crisi. Al di là dei casi specifici, infatti, è ormai chiaro che in Italia il tanto agognato bipolarismo sia sull’orlo dell’implosione a causa di due poli che, ciascuno a modo suo, non risultano essere così “magnetici” come ci saremmo aspettati. È un fatto che i progetti politici sviluppatisi in questo ultimo decennio siano da considerarsi quantomeno rivedibili.
A differenza di quanto si pensava, in questi anni PdL e PD non sono stati i player principali della partita, o meglio, lo sono stati in termini di numeri di voti e dimensionamento, ma si è avuta l’impressione che non fossero mai state le vere “guide” del dibattito politico quanto piuttosto si muovessero come banderuole, sbattute a destra, a sinistra e al centro nei vari fronti di discussione che di volta in volta sono stati aperti. In un certo senso, a fronte di un PdL strattonato più volte dalla Lega e da quello che è divenuto il Terzo Polo (non nomino neppure i “Responsabili” che secondo il mio parere non sarebbero neanche degni di entrare come visitatori nei palazzi della politica!), il PD si è visto tirare per la giacchetta da Di Pietro, Grillo e SEL, quest’ultimo in grado addirittura di vincere un paio di primarie pesanti in città fondamentali come Milano e Genova così da creare notevoli grattacapi alla dirigenza democratica.
Ma perché tutto questo è avvenuto? Troppo facile sarebbe cercare LA colpa nella “pochezza” della classe politica italiana (che comunque è un motivo da non sottovalutare), credo piuttosto si debba prendere seriamente in considerazione l’idea che la colpa sia da ascrivere principalmente al solito Silvio Berlusconi, o meglio al declino di Silvio Berlusconi. Perché? È presto detto. Nel centro-destra, e ancor di più nel PdL, egli ha rappresentato e probabilmente ancora rappresenta l’unico motivo di unità mentre, dall’altro lato dello schieramento, il suo progressivo indebolimento ha fatto credere che fosse giunto il momento della spallata e che fosse necessaria un’accelerazione nella costruzione di uno pseudo-partito di governo piuttosto che un partito assodato fatto di idee, di strutture e militanti.
Di tutto ciò ne sia riprova il fatto che con il progressivo eclissarsi del Nano italico è sparita anche la politica italiana. A differenza di quanto ci saremmo aspettati, invece di vedere un rinnovato impegno ed una nuova fase di discussione, si è assistito alla nascita di un governo di (quasi) unità nazionale che ha catalizzato l’attenzione dei media quasi più di quanto non fosse successo con i primi governi Berlusconi. Di certo il contesto economico generale ha spinto affinché una situazione del genere potesse venirsi a creare, di certo la “forzatura” sacrosanta di Napolitano verso un governo tecnico ha contribuito, ma avreste mai creduto che dopo 3 mesi di Governo Monti non avremmo avuto idea di cosa aspettarci dalla politica italiana del prossimo futuro? E avreste mai pensato che la “dipartita” di Silvio da Palazzo Chigi avrebbe avuto un effetto tanto deflagrante in tutto lo schieramento politico? Io no, sinceramente.
Veniamo infine ai fatti di questi ultimi giorni.
Il PdL, non me ne voglia il buon Angelino, è una nave senza capitano. La storia delle tessere false con il coordinatore (Verdini) che arriva a chiedere l’intervento della Magistratura, sa molto di resa dei conti, di preparazione alla battaglia con colonnelli che rinserrano le proprie truppe, stringono alleanze e scavano trincee e, purtroppo, sa molto di Tangentopoli e di degenerazione della politica, e non dico niente più.
Il PD, da parte sua, ha i suoi buoni grattacapi. L’apertura del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro e per estensione sull’operato del governo Monti, ha riaperto ferite mai sanate. Si sono svegliati i filo-CGIL da una parte, i “moderati” dall’altra e, come al solito, Veltroni ha colto l’occasione per girare il coltello nella piaga. Proprio quel Veltroni, di cui non faccio mistero in passato abbia nutrito più di una semplice ammirazione, mi ha lasciato basito e rappresenta un’altra prova provata di quanto la politica italiana non riesca a dire niente di nuovo e resti arroccata nel suo sempre più vetusto castello. Veltroni con le sue interviste, che sono entrate a gamba tesa nei confronti del suo stesso partito, sembra ormai un giovane nel corpo di una cariatide, e dimostra quanto la politica italiana sia incapace di svecchiarsi e spinga gli elettori (e per estensione il popolo) verso l’abisso dell’antipolitica. S’intenda, non è che Fassina e tutti quelli che stanno dall’altra parte, si comportino molto meglio, sia chiaro. Essi contribuiscono in modo sostanziale alla riproposizione dell’eterno ritorno dell’eguale!
Come e se usciremo sulle nostre gambe da un momento così triste non è chiaro, ma credo ogni giorno di più nella necessità impellente per entrambi i poli di voltar davvero pagina, di chiudere questa fase storica per aprirne una davvero nuova, una Terza Repubblica che sicuramente non potrà essere peggiore della Seconda.

Riflessioni di un progressista sconsolato

Eccoci ad un altro fine settimana. Il settimo dall’inizio del 2012, eppure tutto quel che è accaduto in questa settimana, o quasi, sembra essere uguale a quanto visto la settimana precedente, a quanto accaduto in quella ancora prima e ancora e ancora e ancora…

Non discuto e non smentisco quanto scritto nel precedente post, qualche germoglio di primavera, qua e là, inizia a spuntare davvero a spuntare, ma da qui a dire che questi germogli possano preannuciare una nuova e bella stagione ne deve passare di acqua sotto i ponti.

Mi riferisco in particolare alla situazione politica italiana e, per estensione, a quanto si vede in Europa. A fronte di un governo italiano quanto mai attivo (nel bene e nel male, s’intende) si è assistito ad una recrudescenza del conservatorismo che rappresenta ai miei occhi il male assoluto dei nostri tempi.

Abbiamo un Presidente del Consiglio che ben prima dei fatidici 100 giorni può senza dubbio dire di aver fatto qualcosa per questo paese, ma come controaltare abbiamo una classe politica che ha rispolverato i cannoni della Restaurazione. Basti guardare alla questione dell’articolo 18, ai 2ooo e passa emendamenti al Decreto Cresci Italia, ai soldi del finanziamento pubblico ai partiti che finiscono nelle tasche di soggetti spregevoli, all’incapacità di trovare una seppur minima sintesi nel dibattito sulla revisione della legge elettorale, ai tagli mancanti dei vitalizi e degli enti inutili e chi più ne ha più ne metta.

In Europa non stiamo certo meglio. La situazione greca è tutt’altro che disinnescata, il Portogallo vacilla, la Spagna lo segue, la Germania non riesce ad essere locomotiva di cambiamento, la Gran Bretagna va per la sua strada e la Francia è incartata nella successione (forse) di quel politichetto (per statura e levatura intellettuale) che è Sarkò, l’Ungheria è già nel baratro e, ancora, chi più ne ha più ne metta.

Come potete vedere, dunque, avremmo molto di cui discutere e sinceramente non so neppure da che parte cominciare, ma se mi permettete vorrei dire due parole sulla spinosa questione relativa alla riforma del mercato del lavoro italiano. Fermo restando un giudizio di disprezzo nei confronti delle sparate di certi membri del governo con Monti in testa, la questione deve essere affrontata con coraggio e senso del fare, pura e semplice prassi. L’Italia ha un problema di lavoro, produttività e di disoccupazione giovanile e questo è sotto gli occhi di tutti. Bene, è giunta l’ora di discutere e di agire veramente.

Parliamo dall’articolo 18. Visto che ormai sembra essere il caposaldo della discussione da qualsiasi parte si guardi la questione. Proverò a dare un’interpretazione discutibile, ma quanto mai basata sui fatti. Non è vero, come sostengono i sindacati (compreso quello a cui sono ancora iscritto) che sia un falso problema. Una revisione di questo diritto è sacrosanta. Non possiamo nasconderci dietro ad un dito. Il mondo del lavoro italiano è ingessato. Non si assume. Certo, non si assume SOLO perché in Italia esiste l’articolo 18, ma ANCHE per questo motivo. Perché dunque non provare a ripensarlo e ridiscuterlo mettendo sul piatto qualche concessione ai datori di lavoro A PATTO CHE essi s’impegnino ad assumere? Proviamo a chiedere ad un disoccupato se preferisce lavorare con qualche garanzia in meno o stare a casa. Certo, si può controbattere dicendo che il problema dell’Italia è la MANCANZA di lavoro e l’inefficienza del sistema. Vero, verissimo. Parliamo anche di questo allora. Parliamo a tutto tondo di come rilanciare un sistema produttivo che sembra un malato terminale. Ovvio che dovremo parlare di pagamenti nei tempi e nei modi giusti, di snellimento ed efficienza della PA, di tassi sui prestiti alle imprese e di incentivi all’investimento, ma se coloro che hanno davvero soldi da investire (italiani o stranieri che siano) non lo fanno dichiarando espressamente che uno dei motivi è legato all’articolo 18 perché laicamente non c’impegnamo a rivederlo? Non capisco i tabù come non capisco il conservatorismo. Se i tempi cambiano e qualche diritto si perde a causa di scelte ed errori che comunque sono già stati commessi perché non vogliamo prendere atto della situazione, mettere un punto ed andare a capo? Insomma, anch’io non credo che il problema sia solo l’articolo 18 bensì il peccato originale sia piuttosto ascrivibile alla variegata pletora di ridicole forme di lavoro a tempo determinato ed indeterminato che rendono i lavoratori più precari di quanto non lo sarebbero in un mondo in cui l’articolo 18 non esistesse neppure e ci fossero – che so – 10 forme contrattuali in tutto.

La flessibilità è una cosa bella in teoria, ma in pratica, in Italia, non lo è, con buona pace di Monti. Ben vengano dunque proposte di revisione dei contratti di lavoro che facilitino le assunzioni a tempo indeterminato magari con forme di protezione del posto più “blande” dell’articolo 18 così come oggi lo conosciamo.

Quando si cambia, come dice il proverbio è certo quel che si perde, ma è assolutamente incerto quel che si troverà. Questo è pacifico e sacrosanto, ma in un’Italia come questa, sarei pronto a perdere buona parte di quel che vedo intorno a me pur di provare a cambiare seriamente qualcosa, pur con tutti i rischi connessi con “ignoto”!

Per il cambiamento serve coraggio, e perché no un pizzico di sano cinismo, ma quando – come di questi tempi – ci rendiamo conto che mantenere lo status quo ci condurrà certamente al declino, credo dovremmo farci forza, mettere da parte la paura e fare il fatidico passo in avanti.