Ma di che parliamo?

15806157Letta Uno. A casa. Entro mercoledì. Letta Due. Forse. Da giovedì. Con le larghe intese. Ma con chi? Per cosa? E come?

Passano i mesi, ma il réfrain è sempre lo stesso. Stiamo sempre a pettinare bambole. Bambole che a forza di pettine stanno perdendo i capelli. Bambole che sempre meno di noi possono permettersi. Bambole consunte che saranno le uniche cose che ci rimarranno.

Ormai l’infezione si è fatta cancrena. Non resta che amputare e sperare di sopravvivere alle complicazioni di interventi chirurgici così invasivi.

Ha senso ancora parlare? Perseguire il bene comune, scopo ultima della Politica con la P maiuscola, è un inutile esercizio accademico. In fondo, la democrazia è la peggior forma di governo eccetto tutte le altre.

Ci incazziamo perché giorno dopo giorno veniamo presi per il culo da coloro che abbiamo eletto, ci indigniamo per le (s)vendite modello Telecom, non capiamo perché ancora 1/3 di noi voti un condannato pappone settantasettenne che pensa solo per sé e monopolizza l’attenzione del mondo. Sapete che vi dico? Il meglio che potremmo attenderci è un esercito di di Caschi Blu che attraversasse le Alpi come Annibale e, dopo una breve transizione, ci consegnasse ad un governo con base a Bruxelles.

Sì, proprio nelle mani di quelli che ci fanno le multe perché ci puliamo il culo nel bidet!

Torride riflessioni estive

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O forse no?

Sono stati giorni difficili questi. Difficili per tre motivi. Il primo è il tempo, condizione necessaria io credo per ogni riflessione che abbia la presunzione di non essere banale.
Il secondo è il Nano. Non lo sopporto. Non lo posso più vedere e mi sono rotto di sentire parlare di lui. Quando ho visto che giovedì le televisioni davano in diretta la sentenza, mi sono sentito male. Speravo in un’allucinazione, un colpo di calore e invece no, era tutto vero.
Il terzo riguarda invece “il nulla”. Come definireste voi la politica del governo Letta oppure la novità del M5S in parlamento oppure le diatribe noiose e retrive interne al PD oppure esistenza stessa del PdL?
Io non trovo nessuna migliore definizione se non “il nulla”.
E scrivere sul nulla, sapete, a meno che non siate filosofi cresciuti in Germania nella prima metà dello scorso secolo, non è cosa semplice. A me non riesce affatto e risulta tanto più difficile in momenti come questi in cui sarebbe il caso di lasciare stare le chiacchiere e passare ai fatti.
Eccovi spiegato il motivo della mia latitanza ed eccovi spiegato perché, per una volta, non parlerò del mondo delle idee della politica romana, ma di due casi diametralmente opposti in grado di dimostrare quale sia il vero motivo per cui l’Italia sia ridotta in questo modo eppure non sia ancora fallita ed il perché non ci possiamo lamentare se stiamo in questa situazione e se la classe politica è, come ho sempre detto, specchio di un popolino ignorante, di spalla tonda e spesso disonesto come siamo noi italiani.
Il primo caso riguarda Draghi. È passato circa un anno da quel whatever it takes che ha spento ogni velleità distruttiva in coloro che intendevano sgretolare l’euro soffiando sul fuoco della crisi del debito. Da alcuni giorni è uscito un report di JP Morgan che quantifica in circa 20 miliardi di oneri sul debito risparmiati dall’Italia a seguito della discesa e successiva stabilizzazione dello spread che si deve alle parole del governatore della BCE. Vi rendete conto quanti sono? Fate un po’ il conto con quanto pesano le manovre su IVA e IMU.
Poco da dire. Nemesi delle nemesi. È grazie ai mercati se l’Italia non è fallita. Grazie a Draghi ed a fattori esogeni, dunque, di è avuto un miglioramento del clima in Europa. Draghi, l’italiano Draghi aiutato dal fiume di denaro fluito verso il Vecchio Continente da Giappone e Stati Uniti, ha dimostrato di essere forte ed in grado di passare all’azione risparmiando a noi italiani un bel po’ di grattacapi per quest’anno.
Ma quanto potrà durare?
Poco, ed eccoci al secondo caso che riguarda ancora l’Italia e gli italiani, ma è – ahimé – antipodico.
Una pizzeria, non dirò quale, sulla costa tirrenica. Ci presentiamo in 3, di sabato sera, attorno alle 20.15. La struttura si trova all’aperto ed ha una ventina di tavoli tutti vuoti eccetto uno. Chiediamo cortesemente se ha posto per 3 persone per mangiare una pizza al volo visto che avevamo pure una certa fretta. La risposta è brutale quanto inaspettata: “No… Tutto prenotato. Non possiamo fare niente”. Vi sareste aspettati almeno un po’ di cortesia ed invece del turista italiano disposto a spendere – specie sempre più rara – non frega proprio. Anzi, peggio, lo si scaccia. Gli unici beni che davvero nessuno può rubare in questo paese sono cultura e turismo eppure non c’interessa trovare soluzioni per Pompei e neppure fare uno scontrino in più, anzi, preferiamo vivere nel nostro bozzolo e lamentarci col mondo perché viviamo in questo bozzolo che non ci dà aria né speranza. Non pretendevamo di mangiare in quella pizzeria come sappiamo che il problema Pompei non si risolve in un minuto, ma la cortesia, da un lato, è buona educazione e l’impegno, dall’altro, sono i primi e più potenti motori per l’accoglienza del turista.
Come si può pensare di uscire dalle sabbie mobili di questi anni se non siamo i primi ad impegnarci, se non ci proviamo, se non riconosciamo che il cambiamento deve partire da noi, se scacciamo il business, se non impariamo dagli esempi alti come quello di Draghi e non, invece, rifuggiamo il cattivo esempio che pervade ovunque le nostre terre?
Per risolvere tanti problemi basterebbe volerlo fare, ma l’Italia è un deserto di volontà, luogo di compromesso a ribasso (la sentenza di ieri docet!) e “uovi sodi” che non vanno né in su né in giù. 

Della débâcle pentastellata ovvero della politica incapace di alcunché

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Come dopo le politiche di febbraio ebbi a cospargermi il capo di cenere per non aver affatto percepito il successo che avrebbe avuto la compagine grillina, così dopo queste amministrative posso vantarmi di aver pronosticato per tempo un crollo dei pentastellati.

Sono bastate le prime uscite in Parlamento e la tornata elettorale in Friuli di qualche tempo fa per convincermi che il movimento nato dal successo del piazzista Grillo avrebbe avuto una vita a dire poco difficile.

Ne ho visti e vissuti tanti di movimenti nella mia relativamente breve vita per poter affermare con forza che queste compagini politiche sono in grado di moltiplicare le proprie forze solo canalizzando l’attenzione su argomenti specifici, ma soprattutto solo se, nel tempo, sono in grado di non disperdere il proprio, mi si passi il termine, spirito rivoluzionario. Grillo, per adesso, non è sembrato in grado di scaldare di nuovo i bollenti spiriti di quegli italiani che appena 3 mesi fa lo avevano votato in modo plebiscitario ed il motivo è, con buona pace del buon Beppe, che l’italiano è fondamentalmente un uomo cui non piace cambiare, cui non piace faticare più del giusto e che intende cambiare la strada vecchia per la nuova solo quando la vecchia sia clamorosamente impraticabile.

L’insuccesso del PD a febbraio, quello di Grillo oggi e contestualmente il crollo della partecipazione ad un voto amministrativo dove, storicamente, la gente a votare va, sono la prova provata di quanto ho appena detto. La parabola di Grillo, quindi, deve essere letta non tanto o non solo come una sconfitta o come il tramonto del comico genovese quanto piuttosto come l’ennesima prova di una politica priva di ogni tipo di considerazione agli occhi degli italiani.

Eccoci però al corto circuito. Siamo in un paese dove la politica ormai è priva di ogni genere di autorità agli occhi dei cittadini eppure comanda. Ci sono un governo, un Parlamento e chi più ne ha più ne metta, ma nessuno e dico nessuno per ora pare in grado di far qualcosa per gli italiani non sulle spalle (o peggio alle spalle!) degli italiani!

Il FT oggi ha certificato il nulla assoluto del governo Letta, la fronda grillina fa implodere l’unico gruppo parlamentare che avrebbe potuto, forse, interpretare la pancia degli italiani… Ma allora, mi dico io, quanto ancora potrà tirare avanti una situazione così ridicola?

Ho paura. Molta paura. Bisogna stare attenti perché il confine tra noi e la Grecia, o peggio, la Turchia, si fa sempre più labile. Occhio che ridendo e scherzando, nell’ultimo mese, tra un IMU sospeso, il trentesimo e passa calo consecutivo della produzione industriale, una disoccupazione al record dal ’77 e… un Hindenburg Omen che incombe, la possibiltà di rivedere un FTSEMIB sotto i 15000 non è affatto peregrina… E se mai dovesse rompere quella quota, tornare al clima da guerra civile (<12000) non è poi così improbabile!

Beppe, sveglia! Enrico, sveglia!
…cazzo! E scusate il francesismo!

È la democrazia, bellezza!

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Potremmo strumentalizzare i risultati di questa tornata di elezioni amministrative come fanno buona parte dei commentatori, ma non credo sia il caso. I perdenti non devono fasciarsi troppo la testa, i vincenti non devono pensare che il vento sia cambiato. In entrambi i casi, sarebbe un grave errore attribuire a queste elezioni un significato che andasse al di là della mera elezione di una serie seppur importante di sindaci. L’unico dato che val la pena di analizzare è quell’anemica affluenza che dimostra un disincanto giorno per giorno crescente nei confronti di una classe politica obiettivamente avvilente.

Nonostante queste raccomandazioni, sotto il cielo della politica ne vediamo, al solito, di ogni forma e colore. Il PD riesuma Bersani, che va pure in televisione e riparte come se nulla fosse con le sue ormai trite e ritrite battute e con la litania del bisogna governare il Paese, il PdL da parte sua parla di mancato traino del Nano, ma a questo giro l’Oscar goes to Beppe Grillo. A mani basse.

Il comico di Genova comincia ad offendere gli italiani che votano (quelli che non votano lui e non credono nel suo approccio politico) e questo, ahimé, è il più grande errore che può fare un leader che intenda davvero sparigliare le carte. Il suo consenso inevitabilmente collasserà se proseguirà con la retorica dell’italiano imbecillesenonvotaipentastellati e rischia di far sfumare quanto di buono aveva fatto vedere alle politiche del febbraio scorso.

Caro Beppe, avresti potuto prendere di tacco qualsiasi obiezione riguardo al risultato di queste amministrative. In termini di numeri, tu hai ancora vinto nel confronto con quanto ottenesti alla tornata amministrativa precedente. Ahimé, alla prima vera prova, alla gogna mediatica a cui, ingiustamente dico io, ti hanno sottoposto tu hai mostrato il tuo lato peggiore, hai risposto nel peggiore dei modi prestando il fianco alle insidie della “ordinaria” democrazia rappresentativa. Svegliati! Per quanto non ti apprezzi, sei una risorsa per questo paese e sarebbe bene tu ti accorgessi che l’Italia ha certe regole, certi crismi, e certe (grosse per carità) storture. Se vuoi davvero cambiarla, devi essere disposto al compromesso ed alla mediazione.

D’altronde, questa è la democrazia reale, bellezza!

Qualcosa si muove?

131056771-636a8189-b1aa-4f13-af8f-87442354675dIn queste prime settimane di maggio, mentre in Italia il nuovo governo perde già la bussola su IMU, rimborsi elettorali, processi al Nano, ius soli, ecc. e corre affrettatamente in ritiro dopo la prima di campionato, in Europa e nel mondo qualcosa si muove.

Sono stato colpevolmente silenzioso in questi ultimi giorni, ma credo di potermi sbilanciarci dicendo che qualcosa intorno a noi sembra inizi davvero a muoversi.

Sul lato finanziario, la fortissima sterzata della banca centrale giapponese e il flusso costante di denaro sui mercati pompato dalla Fed iniziano a mostrare i loro effetti. Si assiste ad una potente rotazione di asset class, un restringimento degli spread, un indebolimento dell’oro e parallelamente una forte ripresa dei corsi azionari che, in paesi come Stati Uniti e Germania, macinano un record dopo l’altro. Se sarà vera gloria o piuttosto questi saranno ricordati come i prodromi della super-bolla che molti stanno profetizzando, lo vedremo, è però vero che, per adesso, tutto ciò giova enormemente al nostro disastrato paese che oggi può risparmiare parecchi miliardi di oneri sul debito da un così netto assottigliamento degli spread e dal contagio di euforia che piano piano prende piede.

Sul lato economico e politico, il fatto veramente nuovo è che lo scontro tra austerici e fautori di modelli keynesiani si è fatto più che mai infuocato dopo che quest’ultimi hanno segnato un paio di gol agli avversari. Per dovere di cronaca, metaforicamente, potremmo dire che il primo è un autogol per un fortunato rimpallo, mentre il secondo è un gol segnato grazie ad un incredibile svarione difensivo. Andiamo con ordine. L’autogol è del buon Niall Ferguson che, in un impeto d’ira, scrive su Twitter che Keynes avrebbe avuto una visione tanto fatalista del futuro a causa della sua omosessualità. Il gran gol invece si deve ad un giovane studente americano, tale Thomas Herndon, che d’un sol colpo si beve (o sarebbe meglio dire “sputtana”!) due delle punte di diamante della disciplina “d’acqua dolce” dell’austerity: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Questo baldo studente di economia, infatti, nel rifare i conti del celebre Growth in a Time of Debt, si accorge che i calcoli su cui poggia la tesi di fondo secondo cui dal dopoguerra ad oggi i paesi con alto debito pubblico (> 90% del PIL) sarebbero cresciuti meno degli altri sono totalmente sballati a causa di un’errata formula inserita nei fogli di calcolo utilizzati per lo sviluppo di questo bestseller mondiale.

Sullo sfondo di questo dibattito, che solo apparentemente è accademico, si riaccendono le tensioni italo-tedesche sull’asse Schäuble – Draghi. Il primo accusa il governatore della BCE di parteggiare per il suo paese natìo nel momento in cui il governatore inizia a prendere in considerazione la possibilità di creare una sorta di bad bank in seno alla BCE in cui far confluire ABS (asset backed securities) emessi dagli stati europei così da liberare liquidità da utilizzare come volano per la crescita. Come al solito, ai tedeschi non va giù che si possano cercare soluzioni che esulino dalla sterile riproposizione del mantra dell’austerità. Come al solito, e nei limiti del proprio mandato, Draghi si conferma un governatore interventista e, per adesso, i risultati gli danno ragione.

Come sempre predico, la prudenza è d’obbligo. Se sarà vera gloria lo vedremo più avanti, ma la primavera pare portare qualche barlume di ottimismo in questo nostro storto mondo.

Non in mio nome

GOVERNOE quindi dopo 60 e passa giorni dalle elezioni politiche di febbraio, abbiamo un governo in questo paese.

Un governo atipico per la nostra Italia, un governo che mostra segni di discontinuità, ma altrettanto un governo difficile da mandar giù per uno come me.

In effetti, la conclusione della querelle innescata dal voto popolare che ha mostrato un’Italia spaccata non più in 2, bensì in 3 schieramenti contrapposti, non poteva forse essere che questa: un governo di coalizione, un governo policromatico che accostasse in sé almeno 2/3 dell’emiciclo parlamentare.

Prima di fare alcune obiezioni a corollario del discorso che io stesso ho fatto qui sopra, vorrei fare alcune osservazioni dato che adesso abbiamo qualcosa in più di cui parlare. Abbiamo assistito alla scelta della squadra, al primo discorso del premier Letta e alla fiducia che è stata votata a larga maggioranza, ma vediamo di scendere nel dettaglio.

Una riflessione sui nomi. Dei 21 ministri ne salvo forse la metà. Anzi, oserei azzardarmi a dire che a nomi di spessore nel proprio campo, si veda Saccomanni, corrispondono quasi a creare un delicato equilibrio di forze contrapposte, persone come la De Girolamo, che credo non sia mai entrata in un bosco oppure la Lorenzin, che dubito sappia che il ministero di cui è diventata capo costa circa il 7% del PIL.

Una riflessione sui contenuti del discorso. D’impatto posso dire che abbiamo assistito alla dimostrazione di quanto potranno essere cangianti gli umori a Palazzo Chigi e, peggio, che in politica si può dire tutto ed il contrario di tutto. Letta oggi ha in pochi minuti sconfessato uno dei cavalli di battaglia di Bersani e della maggioranza del PD facendo sua la proposta grillina riguardo all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, poi è diventato pidiellino recuperando la proposta brunettiana sull’IMU e congelando l’aumento dell’IVA, poi è tornato bersaniano parlando di lavoro e di detassazione degli oneri sui giovani, poi si è fatto montiano nel difendere l’operato dell’Italia in Europa, poi le province, poi poi, ecc. Se il buongiorno si vede dal mattino, ho l’impressione che ci sia tanta carne al fuoco, che ci siano troppi chef e che il rischio di fare un arrosto bruciato sia molto concreto.

Una riflessione per me importante riguarda i limiti del mandato. Al di là della fumosità, o meglio della “democristianità” del discorso di Letta, ho apprezzato quanto andavo dicendo anche in post precedenti, ovvero che, data l’eccezionalità del momento, si avesse bisogno di un governo eccezionale, con compiti specifici (pochi) e tempi certi. Pare che il premier questo lo abbia chiarito più dello stesso Re Giorgio e questo è apprezzabile, secondo me.

Una riflessione poi sulla legittimità di questo esecutivo. Checché ne dica Grillo questo governo è assolutamente democratico e ammesso dalla Costituzione e, come ho detto, probabilmente è il solo possibile, l’unico con i numeri e la maggioranza in Parlamento.

Eccoci però al nocciolo della questione. Il discorso che ho appena ribadito ci conduce inevitabilmente ad una questione di legittimazione, piuttosto che di legittimità. Badate bene c’è una sottile distanza nel significato di questi due termini che appaiono inevitabilmente simili. Questa è LA questione fondamentale, prima dei discorsi sul Nano, ecc. Per ottenere legittimazione, un governo come questo deve ottenere i voti del partito che ha vinto le elezioni. Tali voti devono rappresentare quegli elettori che hanno sostenuto quel partito. Siamo in una democrazia rappresentativa in cui l’elettore delega un rappresentante che, pur agendo con la sua testa a differenza di quanto vorrebbe Grillo, “dovrebbe” rappresentare il proprio bacino di elettori. Cosa succede ahimé se la maggior parte degli elettori sono contrari a quanto gli eletti esprimono con il voto in Parlamento? Succede che un governo, che ripeto legittimo secondo i dettami costituzionali non ottenga la necessaria legittimazione popolare in quanto non corrispondente a quanto la maggioranza degli elettori avesse inteso esprimere nel voto popolare che ha permesso di eleggere certi rappresentanti e non piuttosto altri.

Esiste dunque un problema, un grosso problema, soprattutto nel PD, dove la componente maggioritaria, quella che tira avanti la baracca e, cosa non da poco, quella che tiene i soldi veri che fanno (e forse faranno) funzionare questo partito, è stata, de facto, defraudata e zittita e che dunque (in silenzio) grida vendetta.

A dirla tutta, esisterebbero altri ennemila motivi per dire che questo governo ha gran belle magagne e bizzose gatte da pelare, ma è un fatto, per ora, che io dico che questo non è il mio governo, che non mi rappresenta e che dunque io dico: “Non in mio nome!”

In bocca al lupo comunque a te, Letta, e alla tua squadra. Buon lavoro. Una tua vittoria sarebbe una vittoria per tutti e se tu e la tua squadra doveste rivelarvi in grado di traghettare questa bagnarola sgangherata nella perigliosa tempesta che ci troviamo ad affrontare sarò pronto a riconoscere di essermi sbagliato e, forse, ci troveremo finalmente di fronte ai cancelli di in una Terza Repubblica.

Ho visto un re

NAPOLITANObis-580x474Nella giornata di ieri, si è celebrato l’assurdo.

Siamo riusciti in ciò che nessuno aveva fatto prima. Siamo riusciti, ahimé, a rendere reale un ossimoro, figura retorica che notoriamente accosta termini antitetici. Siamo riusciti a realizzare la prima monarchia presidenziale. Dovremmo candidarci per il Nobel, sì, bèh, ma quale? Letteratura o Politica?

Scegliamo Politica. Nessuno può imitarci.

Ebbene. In giornate convulse come queste, mi riesce difficile ragionare razionalmente. Mi resta difficile mantenere il distacco, sopprimere il sentimento e sforzarmi di capire le scelte che ci hanno portato al disastro di questi ultimi giorni.

Nonostante questo, vorrei cercare, al solito, di dire la mia. Vorrei analizzare la situazione da due punti di vista. Da italiano, in primo luogo, e da elettore convinto del PD, in secondo.

Da italiano… Mi vergogno di esserlo e la cosa che fa più male è che questa volta mi vergogno come quando a scuola mi presentavo alle interrogazioni senza aver aperto alcun libro. Sono stati proprio “i miei” i primi responsabili ad averci reso lo zimbello dell’Europa e del mondo tutto. Da italiano, voglio dire ancora due parole. La rielezione di Napolitano per me è un grosso errore, per quanto ritenga Re Giorgio l’unico eletto ad essersi dimostrato all’altezza del complesso ruolo che ha svolto in questi anni. Sì, potrete dire che politicamente non saremmo usciti dall’impasse e che oggi non ci sarebbero bastati i 23 scrutini che servirono ad eleggere Giovanni Leone per trovare una quadra, ma è un fatto che serviva il cambiamento. E questo cambiamento non c’è stato. Da italiano, poi, mi vergogno di una democrazia in cui chi perde – comunque la si guardi – urla al colpo di stato e marcia su Roma, salvo poi, tardivamente, innestare la retromarcia. Da italiano mi vergogno della pochezza di una classe politica ottusa che non si accorge che i problemi del paese sono prima di tutto fuori dalle stanze dei bottoni. Da italiano, infine, mi vergogno di me e dei miei connazionali in quanto, come ho sempre sostenuto, la classe politica è lo specchio del paese, i primi politici siamo noi, sono le nostre scelte ed il nostro modo di condurre la vita di tutti i giorni.

Da elettore del PD… Mi vergogno se possibile ancora di più. Mi vergogno dell’ipocrisia dei 100 e passa cecchini che hanno affossato Prodi. Che ci fosse dietro la lunga mano di D’Alema o, com’è più probabile, si trattasse di più teste pensanti e/o più correnti poco cambia oggi. Il partito è morto e trovare la pistola fumante non credo possa dare sollievo agli elettori delusi. Com’è mio solito non voglio stare a pontificare su quello che sarebbe stato meglio fare. Semplicemente, dopo tutte le cazzate messe in fila, dopo il madornale errore Marini, il colpevole naufragio cui abbiamo destinato l’incolpevole Prodi e la pochezza del segretario Bersani e della segreteria tutta, non riesco a capire perché non abbiamo scelto di votare per Rodotà, uomo da tempo fuori dalle fazioni e di sicure speranze al Colle più alto. E non mi si dica che è stato per non rincorrere i pentastellati o quant’altro perché avrei centomila motivazioni per rispondere ad una tale obiezione.

Cosa resta dunque da questo “epico” week-end?

Da un lato resta un PD morto che, io credo, se non già dal primo congresso, a tendere andrà verso un’inevitabile e dolorosa scissione, tra una parte socialista, più vicina ai laburisti ed al PSE ed un’altra, che potremmo forse chiamare “democratica”, che si avvicinerà inevitabilmente al centro. Sebbene i tempi di questo gran sommovimento saranno scanditi dalle scelte di Re Giorgio e, forse, dall’impianto di una nuova legge elettorale.

Dall’altro, più importante, resta l’Italia. Un paese ancor più lacerato ed in difficoltà abbandonato in un universo parallelo che riparte dall’anno 1946 e sceglie la monarchia senza passare dal referendum e dunque senza che si possa compiere il salvifico intervento degli americani. Sentiremo quanto ci dirà domani Re Giorgio nella speranza che assuma un (a)tipico incarico “a tempo” e “di scopo” (parola che ora va tanto di moda!) e staremo a vedere.

Vi lascio con una domanda. Che si stesse meglio quando si stava peggio?